Occidente morto a Gaza: il libro che i media non vogliono raccontare

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Occidente morto a Gaza: il libro che i media non vogliono raccontare

Dal cuore di Gaza emergono storie di resistenza che cercano di restare vive, mentre l’informazione prova a trasformarle in silenzio. Il libro “L’Occidente è morto a Gaza”, con sottotitolo “Israele e Palestina: il sonno della ragione”, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, concentra testimonianze dirette e dettagli concreti per ricostruire l’urgenza di ciò che sta avvenendo nel territorio. Tra pagine dense di umanità, la narrazione mette a fuoco l’annientamento sistematico di case e quartieri e il modo in cui la comunicazione pubblica finisce per occultare le responsabilità, mentre la quotidianità più elementare diventa improvvisamente impossibile.

l’umanità di Gaza raccontata attraverso testimonianze dirette

La scrittura di Randa Ghazy costruisce un percorso fondato su racconti toccanti e risoluti, con protagonisti di ogni età e sesso. In mezzo alle macerie di uno spazio politico sottoposto a distruzione, ogni capitolo restituisce la materialità della vita spezzata: l’idea stessa di futuro viene frammentata insieme agli edifici, mentre l’esperienza degli individui diventa il centro della scena.

Le storie presentate includono figure come Yusef, descritto come un ragazzino legato alla musica e che “adorava il Real Madrid”, morto secondo la testimonianza per una pallottola “a farfalla” conficcata nella schiena, sparata da un cecchino israeliano. Accanto a lui compare Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa, innamorata via social di Hisham, un ragazzo gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia. Il libro include anche Hani, divenuto giornalista suo malgrado e trasformato in ostaggio: la sua condizione emerge legata agli effetti dei bombardamenti, nel quadro di una distruzione che “non risparmia nessuno”.

Questi elementi vengono messi in relazione con l’idea che la distruzione di Gaza possa restare “volontariamente nascosta”, con un richiamo esplicito al fatto che l’occultamento non sarebbe limitato all’opinione pubblica marginale, ma coinvolgerebbe anche organi di stampa internazionali.

genocidio, pratiche comunicative e ragioni politico-culturali secondo il libro

Il cuore dell’impianto narrativo si sviluppa attorno a un’argomentazione che mira a provare, per capitoli e “dati alla mano”, l’esistenza di genocidio e, insieme, le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative che renderebbero possibile l’occultamento del “criminale agire” attribuito a Israele. Il testo insiste sul meccanismo di progressivo annientamento che avanza “metro dopo metro” e “casa dopo casa”, fino a trasformare la possibilità di una vita normale in un residuo.

All’interno della ricostruzione si inserisce anche il dibattito emerso durante la presentazione del volume al Salone del Libro di Torino, dove Peter Gomez, direttore di FattoQuotidiano.it, collega la copertura internazionale a una narrazione che giustifica la repressione del popolo palestinese. Il suo intervento porta una domanda centrale: quante volte l’affermazione che Israele sarebbe “l’avamposto dei valori occidentali” o “l’unica democrazia del Medio Oriente” ha funzionato da cornice per legittimare politiche di violenza?

religione, Europa e narrazioni morali: il ragionamento collegato a Peter Gomez

Secondo la ricostruzione riportata, Gomez interpreta l’origine della “finzione” come un insieme di radici culturali spesso raccontate in modo selettivo. Viene richiamata l’idea della tesi secondo cui l’Europa avrebbe radici “giudaico cristiane”, accostandola a una domanda provocatoria sul perché non vengano richiamate anche altre figure della tradizione mitologica. La proposta logica è che l’Europa sia invece figlia di un passaggio storico come la rivoluzione francese e del secolo dei lumi, con riferimenti a libertà di pensiero e pluralità religiosa, inclusi richiami presenti alla costituzione americana.

Nel ragionamento viene menzionato il tema del potere temporale della Chiesa e un riferimento storico collegato a come, fino al Concilio Vaticano II, gli ebrei venissero considerati “perfidi giudei”. Dopo il 7 ottobre 2023, viene inoltre ricordato che Gomez e pochi altri avrebbero segnalato che ciò che accade a Gaza non sarebbe una guerra contro Hamas ma una forma di “vendetta”, sostenendo che per questa lettura sia arrivata l’accusa di antisemitismo. Nelle parole attribuitegli, l’obiettivo dichiarato rimane la difesa “per gli esseri umani”.

vittimismo collettivo e infallibilità morale: costruzione sociale e difficoltà di critica

Un ulteriore asse del libro riguarda il modo in cui viene presentato e costruito il vittimismo collettivo e l’idea di infallibilità morale associata a Israele. L’analisi sostiene che questa impostazione sarebbe alimentata da retoriche educative legate all’Holocaust upbringing, intesa come cornice capace di giustificare ogni male compiuto contro i palestinesi. Il testo evidenzia come tale quadro permetta di sostenere una “esclusiva del dolore e del vittimismo”, arrivando a rendere lo Stato di Israele simile a una divinità.

Nel ragionamento riportato emerge un passaggio in cui viene citato il collega Peter Beinart: l’approccio descritto renderebbe “impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’impianto del libro associa quindi l’elaborazione di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, al concetto di banalità del male di Hannah Arendt, collegando l’idea al comportamento di soldati che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano bombe e pubblicano su TikTok video in cui deridono le vittime.

Infine, la trattazione richiama anche le parole di Roberto De Vogli citate nel libro, secondo cui la decolonizzazione della memoria e dell’empatia comincerebbe quando il mondo verserà per Hind Rajab “le stesse lacrime” dedicate a Anna Frank.

Figure citate e protagonisti menzionati nel testo:

  • Randa Ghazy, autrice del libro
  • Yusef, ragazzino rapper
  • Bushra, giovane palestinese
  • Hisham, giovane gazawi
  • Hani, giornalista suo malgrado
  • Peter Gomez, direttore di FattoQuotidiano.it
  • Peter Beinart, citato nel ragionamento
  • Elian Wizman, professore citato nell’analisi
  • Hannah Arendt, citata per il concetto di banalità del male
  • Roberto De Vogli, citato nel passaggio finale
  • Hind Rajab, nominata nel richiamo alle “lacrime”
  • Anna Frank, nominata nel richiamo alle “lacrime”
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