Falcone poteva un leader traballante come riina progettare capaci senza garanzie?

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Falcone poteva un leader traballante come riina progettare capaci senza garanzie?

Una decisione improvvisa può diventare un indizio decisivo quando a muoversi è una struttura criminale abituata a calcoli precisi. L’ordinanza della gip di Caltanissetta, dottoressa Luparello, costruisce il ragionamento attorno a una domanda centrale: perché Salvatore Riina richiama una squadra già giunta a Roma con l’obiettivo di colpire Giovanni Falcone insieme a Claudio Martelli e Maurizio Costanzo, salvo poi far rientrare il gruppo e rimodulare l’attacco verso modalità differenti? La cornice temporale indicata è netta: arrivo a Roma il 24 febbraio 1992, rientro il 4 marzo, e una consapevolezza già maturata circa il bersaglio effettivo, con la conferma che l’attentato si sarebbe concentrato su Falcone, lasciando Martelli e Costanzo come figure “salve” rispetto all’esito principale.

Ciò che emerge non è tanto l’idea di colpire Falcone a Palermo anziché a Roma, scelta che viene presentata come preferita da tempo, con l’ipotesi che fossero arrivate rassicurazioni sulla possibilità di una reazione “blanda” dello Stato in caso di scelta palermitana. L’attenzione si sposta invece sulle modalità operative considerate, giudicate come elemento capace di cambiare la prospettiva: viene sottolineata l’assenza, nei precedenti storici citati, di un attentato con l’obiettivo distrutto mentre l’auto bersaglio viaggia a oltre 130 km/h, circostanza che rende l’esecuzione particolarmente complessa.

ordinanza luparello e domanda sulle scelte di riina

Il punto di partenza è la ricostruzione delle ragioni che rendono “stupente” la decisione di Riina non per la localizzazione dell’attacco, ma per le soluzioni adottate. L’ordinanza concentra il nodo sulla logica che avrebbe dovuto sostenere un’operazione senza precedenti, considerata compatibile con una capacità tecnica e organizzativa elevata. Nel quadro delineato, la squadra chiamata a Roma viene rimessa in movimento verso il rientro, perché il disegno operativo appare ormai indirizzato: il bersaglio principale diventa Giovanni Falcone e la realizzazione, secondo la valutazione riportata, sarebbe avvenuta con modalità differenti.

Viene poi introdotto un elemento di comparazione: l’ordinanza insiste sul fatto che, se la scelta di puntare su Palermo era già nel percorso mentale di Riina, ciò che davvero sorprende sono le tecniche selezionate per assicurare l’impatto su un obiettivo in movimento ad alta velocità. L’argomentazione mette in evidenza una sproporzione tra la difficoltà percepita e le condizioni di affidabilità richieste per un’azione del genere.

modalità dell’attentato e differenze con i precedenti storici

Il ragionamento richiama alcuni episodi associati a Cosa Nostra, ritenuti esempi utili per definire un perimetro di esperienza. Dopo la strage di Ciaculli nel 1963, descritta come un caso con auto ferma imbottita di esplosivo, viene ricordato il delitto di Rocco Chinnici nel luglio 1983, collegato a un contesto in cui la vittima stava uscendo di casa per salire in macchina. Su questa linea viene collocata anche l’uccisione di Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, presentata come conseguenza di un’esecuzione in cui la persona veniva colpita subito dopo essere scesa dall’auto per entrare in casa.

limiti tecnici della progettazione su bersagli in movimento

Il confronto diventa più stringente quando si tratta di inseguire la difficoltà aggiuntiva di un obiettivo che si muove. L’attenzione si concentra su Capaci e sul fatto che il “colpo” deve avvenire mentre il veicolo bersaglio procede a velocità sostenuta. Questo fattore viene messo in relazione con l’assenza di precedenti capaci di garantire uno scenario operativo simile.

Per rafforzare la lettura, viene evocato un caso in cui Cosa Nostra avrebbe tentato uno schema comparabile, senza riuscirvi: via Fauro a Roma, indicata come data 14 maggio 1993, con un impiego di circa un quintale di esplosivo contro Maurizio Costanzo, sopravvissuto insieme a Maria De Filippi. La valutazione sottolinea anche il profilo logistico del contesto romano dei Parioli, definendo le strade strette e la differente velocità del corteo rispetto a quella tenuta dal veicolo di Falcone.

esito del maxiprocesso e leadership di riina

Tra i motivi che orientano il giudizio sull’attendibilità delle scelte operative, viene inserita la condizione personale di Riina. Secondo la ricostruzione, il maxiprocesso si conclude il 30 gennaio 1992 con conferma definitiva delle condanne, e con la consacrazione in sentenza del “teorema Buscetta”. In precedenza Riina avrebbe continuato a sostenere la possibilità di un possibile “aggiustamento” in Cassazione, ma l’esito viene descritto come una sconfitta anche “politica”.

La pressione decisionale viene collegata alla riunione degli “auguri di Natale” dell’inizio di dicembre 1991, durante la quale Riina avrebbe annunciato l’arrivo del tempo in cui ciascuno avrebbe dovuto prendersi le proprie “responsabilità”. Nel quadro riportato, l’indicazione include sia chi avrebbe provocato la sconfitta sia chi, secondo la ricostruzione, non sarebbe riuscito a impedirla, citando Andreotti/Lima e ricordando l’idea che dopo aver incassato i voti di Cosa Nostra alcuni avessero “girato le spalle”, con un richiamo a Falcone portato al Ministero tramite Martelli.

garanzie sul successo e necessità di evitare un fallimento

La tesi attribuita al ragionamento di luparello punta a collegare lo stato della leadership alla qualità delle decisioni. In assenza di margini per l’errore, un attentato che non ammette deviazioni sarebbe stato possibile solo se fossero presenti garanzie sulla riuscita. La lettura proposta sostiene che, se Riina avesse avuto dubbi, l’opzione avrebbe potuto essere considerata rischiosa; al contrario, viene indicato che sarebbero intervenute persone in grado di rassicurare sulla buona riuscita dell’operazione.

In questa cornice viene descritta un obiettivo specifico: abbattere il bersaglio lanciato sull’autostrada, con l’operazione concepita come una “operazione militare”. L’idea che l’azione richieda competenze elevate viene usata per motivare anche l’attenzione verso piste investigative ritenute rilevanti, in grado di spiegare come potessero essere fornite rassicurazioni tecniche.

piste investigative: competenze “professionali” e contesto dei servizi

La convinzione riportata sorregge due aspetti: da un lato un giudizio severo sulla pervicacia con cui la Procura di Caltanissetta e la Commissione parlamentare anti mafia, indicata come guidata da Chiara Colosimo e “ispirata” da Mori, insistono sulla pista “mafia-appalti” per spiegare la strage di Via D’Amelio e in parte anche quella di Capaci; dall’altro la necessità di far confluire le indagini in ambienti considerati in grado di offrire competenze “professionali” tali da rendere affidabile un attentato descritto come senza precedenti.

gladio, scorpione, morte di li causI e scenari di contatto

Nel flusso argomentativo vengono citati elementi investigativi che, nella ricostruzione riportata, potrebbero intersecare le capacità necessarie a un’operazione di quel tipo. L’attenzione si concentra su Gladio, sul centro “Scorpione” e sulla morte di Li Causi. Il quadro richiama anche indagini attribuite a Falcone sul delitto Mattarella, con l’ipotesi di un possibile coinvolgimento dell’eversione neo fascista in quel delitto e in altri episodi.

Un ruolo significativo viene collegato ai Servizi segreti, definiti come soggetti che entrerebbero certamente in gioco. Vengono inoltre citati nomi associati a possibili connessioni: Paolo Bellini, Antonino Gioè, Roberto Tempesta e Mario Mori. Seguono richiami a dichiarazioni rese da Alberto Lo Cicero e Maria Romeo su Stefano Delle Chiaie, Mariano Tullio Troia, Guido Lo Porto e Stefano Menicacci.

nota cavallo, verbali, intercettazioni e attentato all’addaura

Nel percorso argomentativo compaiono anche riferimenti a documenti e procedure: le “sabbie mobili di Stato” che avrebbero ingoiato la “nota Cavallo” e il verbale che certifica l’interesse di Borsellino verso Lo Cicero. Viene menzionato anche il giudice Ugo Sisti e il ruolo attribuito a Contrada.

La ricostruzione include inoltre l’ipotesi, formulata come eventualità, che l’interrogatorio fatto da Falcone a Licio Gelli, e quello fatto da Borsellino a Gaspare Mutolo, potessero essere stati captati in tempo reale. L’attenzione si estende anche all’attentato all’Addaura, descritto come possibile espressione di “menti raffinatissime”.

Il quadro nomina poi Giovanni Aiello e l’omicidio di Nino Agostino, utilizzati come ulteriore tessera della trama complessiva evocata.

capaci come nodo storico e peso delle ricostruzioni

La lettura finale presenta il “cratere” di Capaci come un “buco nero” ancora aperto, capace di condizionare il futuro della Repubblica. In questa immagine viene richiamato anche il peso dei ricatti e l’idea che l’equilibrio istituzionale resti vincolato dalle conseguenze di troppe trame irrisolte. Il focus complessivo resta sulla coerenza tra capacità operative attribuite, necessità di garanzie e direzione delle piste investigative.

nomi citati e figure coinvolte

  • Salvatore Riina
  • Giovanni Falcone
  • Claudio Martelli
  • Maurizio Costanzo
  • Maria De Filippi
  • Rocco Chinnici
  • Paolo Borsellino
  • Chiara Colosimo
  • Mori (richiamato nel contesto della Commissione parlamentare anti mafia)
  • Andreotti/Lima
  • Licio Gelli
  • Gaspare Mutolo
  • Li Causi
  • Paolo Bellini
  • Antonino Gioè
  • Roberto Tempesta
  • Mario Mori
  • Alberto Lo Cicero
  • Maria Romeo
  • Stefano Delle Chiaie
  • Mariano Tullio Troia
  • Guido Lo Porto
  • Stefano Menicacci
  • Ugo Sisti
  • Contrada
  • Giovanni Aiello
  • Nino Agostino
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Categorie: PoliticaCronaca

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