Anonimato per chi si rivolge a un centro antiviolenza: il caso della casa delle donne di modena
La Casa delle Donne contro la violenza di Modena ha comunicato l’uscita dal Centro Antiviolenza “Paola Manzini” di Vignola e dallo Sportello di ascolto di Pavullo del Frignano, motivando la scelta come un passaggio difficile e sofferto. La posizione viene presentata come denuncia pubblica con l’obiettivo di trasformarsi in denuncia collettiva, basata su criticità considerate determinanti per le attività di accoglienza e ascolto nei percorsi di sostegno alle donne.
casa delle donne contro la violenza modena: uscita dai centri e motivazioni
Nel comunicato stampa diffuso mercoledì, la Casa delle Donne contro la violenza ha richiamato una decisione legata a condizioni metodologiche giudicate inaccettabili imposte dalla committenza. Secondo quanto riportato, tali condizioni metterebbero in discussione i presupposti alla base delle prassi di accoglienza: l’ascolto costruito sull’autodeterminazione della donna, l’anonimato e la riservatezza, elementi descritti come pratica politica e atto di libertà.
La comunicazione collega questa impostazione a un rischio concreto: quando un Centro antiviolenza viene trattato come mero servizio, quando la metodologia di accoglienza centrata sulla relazione di aiuto viene neutralizzata, e quando si tenta di intervenire su dati e percorsi delle vittime, secondo la Casa delle Donne non si parla più di contrasto alla violenza, ma di controllo.
autodeterminazione, anonimato e riservatezza: principi al centro dell’accoglienza
Un punto centrale riguarda la presenza di dinamiche considerate incompatibili con i presupposti dei centri femministi. La comunicazione afferma che la scelta delle donne deve restare autonoma e che l’accesso ai percorsi richiede tempi e spazi sicuri. Viene inoltre evidenziata la tutela della riservatezza come condizione che consente alla persona di valutare se chiudere una relazione o decidere di denunciare, oltre che di elaborare il proprio vissuto senza esposizioni non condivise che potrebbero alimentare una vittimizzazione secondaria.
In questo contesto, viene indicata una misura considerata “gravissima”: la pretesa che le generalità delle donne siano comunicate ai servizi sociali durante i percorsi di uscita dalla violenza. La Casa delle Donne sottolinea che tale richiesta contraddice il principio di anonimato e riservatezza, descritto come ciò che permette alle donne di muoversi con consapevolezza e protezione.
relazioni di aiuto e controllo istituzionale: dinamiche denunciate
La Casa delle Donne afferma che, nel rapporto tra Centri antiviolenza e istituzioni, spesso emergono dinamiche analoghe a quelle subite dalle donne vittime: dinamiche di potere ricondotte al modello patriarcale. Contro queste dinamiche, viene dichiarata la volontà di resistenza da parte delle attiviste.
Secondo la ricostruzione offerta, la fastidio nasce quando l’autonomia dei centri femministi e le politiche di sostegno vengono percepite come un vincolo, perché l’autonomia significa poter dire no e non piegarsi a logiche considerate di controllo istituzionale. Ne consegue l’idea che l’obiettivo debba rimanere l’inserimento effettivo delle donne, e non gli equilibri amministrativi o politici.
chiarimento tecnico-giuridico: intervento di clarice carassi
Sul tema della relazione tra Centri antiviolenza e istituzioni interviene Clarice Carassi, avvocata e presidente di Trama di Terre. Nel testo viene riportata la sua posizione, secondo cui non sarebbe tollerabile il tentativo di indurre a derogare alle priorità politiche e alla pratica femminista. L’accento viene posto sulla relazione con la donna e sulla promozione della sua autodeterminazione, considerate caratteristiche da mantenere e non trasformare in servizi privi di specificità.
Viene inoltre indicata la necessità di sviluppare nuove forme di assertività e resistenza rispetto agli standard richiesti dalle istituzioni, così da continuare ad affiancare le donne con strategie definite come alleanza e trasformative.
finanziamenti e condizioni economiche: criticità respinte
Oltre alle questioni metodologiche, la comunicazione richiama il tema dei finanziamenti. Secondo quanto riportato, le risorse risulterebbero sempre insufficienti per difendere le donne dalla violenza maschile. Vengono segnalate assenze di garanzie sui fondi futuri, convenzioni annuali senza automatica rinnovazione e la presenza di misure che tengono tutto “appeso a un filo”.
restituzione del 10% dei contributi e lavoro volontario
Tra gli elementi contestati compare la richiesta di restituire il 10% dei contributi all’ente pubblico, anche nel contesto della co-progettazione. La Casa delle Donne evidenzia che il Centro ha retto soprattutto grazie al lavoro volontario di donne, descritto come determinante per garantire servizi essenziali, mentre le istituzioni sarebbero arrivate tardi o non sarebbero arrivate affatto.
Nel testo viene inoltre riportata la posizione dell’Associazione, definendo come incredibile che un’associazione di volontariato debba versare all’ente pubblico il 10% del contributo ricevuto, nonostante migliaia di ore di volontariato messe in campo in dieci anni. Il contenuto collega la disparità di potere alle relazioni abusanti e afferma che il lavoro svolto serve a supportare le donne nel riconoscimento di tali dinamiche e nel trovare una strada personale e sicura per uscire dalla violenza.
La comunicazione precisa anche che l’uscita sarebbe stata resa necessaria da una gestione ritenuta non compatibile con l’autonomia e con i valori dei luoghi delle donne, descritti come quelli che avrebbero richiesto di non “svendere” le competenze.
numeri di accoglienza e significato dei dati
Nel racconto delle attività, viene indicato un andamento nel tempo: da 42 donne accolte nel 2016 a 120 nel 2025. I numeri vengono presentati come espressione di un’esigenza specifica: le donne si rivolgerebbero ai centri antiviolenza quando sanno di poter contare su anonimato, ascolto e rispetto dell’autodeterminazione. La comunicazione chiarisce che la fiducia si incrina laddove i dati vengano indirizzati verso circuiti amministrativi definiti da altri.
presidi di autodeterminazione e diritti: posizione finale
Il testo collega la cornice politica in evoluzione a un rischio definito come vittimizzazione istituzionale delle donne, problema segnalato anche da organismi internazionali richiamati nella comunicazione. Viene ribadito che, senza libertà e indipendenza, un centro antiviolenza perderebbe la funzione di luogo di liberazione e rischierebbe di diventare un altro passaggio in cui si esce da un controllo per entrarne in un altro.
La chiusura ribadisce la posizione identitaria: i centri antiviolenza vengono indicati come presidi sempre dalla parte delle donne, non come servizi, ma come luoghi di autodeterminazione e diritti.
personaggi citati
- Clarice Carassi, avvocata
- Clarice Carassi, presidente di Trama di Terre
