25 aprile e fascisti impuniti: quando la giustizia venne negata e le vendette dopo la Liberazione

• Pubblicato il • 7 min
25 aprile e fascisti impuniti: quando la giustizia venne negata e le vendette dopo la Liberazione

Il 25 aprile apre uno scenario di liberazione, ma non chiude davvero la stagione della violenza. Nella transizione tra fine della guerra civile e nascita di una democrazia ancora fragile, si intrecciano perdono formale, responsabilità mancata e meccanismi istituzionali che, più che ricomporre, finiscono spesso per seppellire la giustizia. Tra amnistie e continuità degli apparati, la storia mostra come la pacificazione possa trasformarsi in una copertura, lasciando tracce pesanti negli anni successivi.

25 aprile, libertà e amnistia come sigillo politico

Dopo l’ultimo assalto e la fine dello strazio legato alla guerra civile, lo splendore del 25 aprile produce un clima di perdono. La libertà viene legata alla democrazia e trova nel voto il proprio sigillo, che impone lo stemma della Repubblica. In parallelo, però, i calcinacci di un regime seppelliscono anche l’idea di giustizia: i superstiti del fascismo che avevano superato ore di terrore e urgenza raramente vengono chiamati a rispondere delle proprie colpe.

Quella che emerge è una forma di pacificazione che intende chiudere gli orrori della dittatura, marcandone la differenza, ma che finisce per neutralizzare la richiesta di responsabilità. Il risultato è collegato all’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia nel primo governo di De Gasperi.

catene di responsabilità: dal vertice agli apparati locali

La mancata chiamata al conto coinvolge figure e ruoli di diversa natura. Vengono evocati quadrumviri che marciarono su Roma, ministri che chiusero il Parlamento, gerarchi che approvarono le leggi razziali e giudici che incarcerarono oppositori politici e applicarono norme contro gli ebrei.

Accanto alle figure di vertice, viene richiamata la violenza delle bande sanguinarie, indicate con i nomi Koch e Carità, attive nel seminare terrore a Roma, Milano e Padova. Sono citati anche carnefici di rilievo, tra cui il generale Rodolfo Graziani, oltre a fanatici come Carlo Emanuele Basile, sottosegretario alla Guerra nel governo di Salò, accusato di aver fatto deportare in Germania migliaia di operai genovesi colpevoli di aver scioperato contro fucilazioni che colpivano loro compagni.

esecuzioni sommaria ed “autocarri”: l’esito della repressione

La narrazione insiste su una prassi concreta: i responsabili vengono fatti salire sugli autocarri all’uscita della fabbrica. L’idea di “prototipi diversi” rinvia a persone scelte in modo quasi casuale rispetto a un elenco sterminato di figure; in pochi mesi, le colpe risultano così lavate e asciugate, secondo un meccanismo che parte dai vertici dello Stato, prima fascista e poi “fantoccio” di Salò, fino ai ras di quartiere e alle spie della porta accanto.

Le ragioni politiche e sociali di tale lavacro formale vengono ricondotte alla volontà di pacificazione del nuovo Stato democratico, che mira a chiudere alle spalle la dittatura. Dentro questa logica, l’elemento decisivo è l’amnistia e, insieme, l’uso che ne fa la magistratura rimasta la stessa del Ventennio.

magistratura e continuità amministrativa: il nodo dell’impunità

La mancata epurazione risulta centrale e viene descritta come una continuità degli apparati pubblici: polizia, prefetture, istruzione, università, sanità, amministrazione pubblica. La conseguenza è che chi “c’era quando c’era il fascismo” rimane anche quando il fascismo non c’è più.

Il quadro è rafforzato da una critica formulata da Piero Calamandrei: la legge sull’amnistia viene letta come un monumento all’insipienza legislativa proprio perché, a pieno titolo, può aspirare a una competizione con le leggi sull’epurazione.

colpo di spugna e transizione tormentata: il punto di vista di Mimmo Franzinelli

La ricostruzione storica proposta da Mimmo Franzinelli inquadra l’amnistia come un colpo di spugna. Lo storico, presentato come punto di riferimento nella storiografia sul fascismo e in particolare sui metodi di repressione, torna al tema con La resa dei conti (Mondadori, 312 pp, 24 euro). L’attenzione si concentra su una parte della storia del Dopoguerra che periodicamente riemerge nel dibattito sulla guerra della Resistenza: la scia di violenze, gli episodi di vendetta e il “redde rationem” a tempo scaduto.

eccidio di sant’eufemia: maggio 1945 e vendetta

Il libro si focalizza sull’eccidio del maggio 1945 di una quarantina di fascisti a Sant’Eufemia, in provincia di Brescia, a 25 chilometri da Salò. La vicenda viene definita “caso di laboratorio” su cui lo storico decide di procedere fino in fondo, facendo leva su documenti inediti e ricostruendo l’itinerario che conduce a atti di giustizia sommaria.

Franzinelli sostiene che non debbano esistere tabù o paraocchi, ma che la ricostruzione possa avvenire in modo rigoroso e serio grazie a un uso critico delle fonti storiografiche e alla chiarezza sui contorni delle diverse opzioni. Viene anche richiamata una critica implicita al confronto giornalistico, indicando che un giornalista come Pansa non avrebbe ricostruito “assolutamente” tutto l’iter.

violenza inerziale dopo la guerra: fascisti e ritorsioni

All’origine di molte dinamiche viene richiamato un concetto: alla cessazione dei combattimenti segue una violenza inerziale, con la riproposizione di dinamiche di ritorsione e vendetta. Un’Italia pacificata e libera, secondo questa lettura, significherebbe per molti partigiani un’Italia priva di fascisti, intesi come personificazione di ciò contro cui si è combattuto.

La spiegazione include anche un richiamo alla formazione: i giovani ribelli sarebbero stati “(dis)educati” dalla pedagogia autoritaria del regime, che proponeva la guerra come banco di prova di popoli e individui e nella predicazione dell’odio vedeva un dovere patriottico.

Il ragionamento storico richiama l’esigenza di comprendere e spiegare la transizione dalla guerra alla pace e dalla dittatura alla democrazia, dall’esistenza raminga nei boschi al rientro nella vita civile.

perché l’Italia non ebbe una norimberga: ordine internazionale e giustizia negata

Alla domanda sul perché l’Italia non abbia avuto una propria “Norimberga”, la risposta viene ricondotta in primo luogo a un ordine generale legato al sopravvento della guerra fredda. All’inizio si prevede un grande processo anche per i collaborazionisti fascisti: la procura militare generale a Roma si fa inviare materiale istruttorio dai tribunali militari periferici per un eventuale processo.

L’idea viene però abbandonata già verso la fine del 1945: la proposta entra in standby, non si concretizza e il materiale istruttorio finisce sequestrato nel cosiddetto “Armadio della vergogna”. Per molti decenni quel materiale non viene utilizzato.

fascismo radicato e impatto sociale: rischio di fratture e processo impopolare

Accanto alla motivazione internazionale, viene indicata un’ulteriore questione: il fascismo in Italia sarebbe stato troppo radicato, coinvolgendo un numero di persone talmente ampio da rendere un processo di quella portata impopolare. Si rileva inoltre il rischio di far emergere divisioni tra le due Italie, fascista e antifascista, con riscontri anche geografici (Nord e Sud).

La vicenda porta a un fenomeno di giustizia negata, definita come una giustizia elementare dovuta ai sopravvissuti e ai parenti per eccidi e violenze che oggi verrebbero ricondotti a violazioni dei diritti dell’umanità.

origine del colpo di spugna: amnistia togliatti e magistratura connivente

La spiegazione complessiva del “colpo di spugna” viene ricondotta all’intreccio tra l’amnistia Togliatti e una magistratura connivente che avrebbe operato per oltre vent’anni sotto il fascismo. Viene richiamata, sul piano documentale, una ricerca sul guardasigilli: nel lavoro di ricostruzione si parla del rinvenimento di carte di Togliatti che non erano mai uscite allo scoperto e che sarebbero state cercate inutilmente nei fondi ministeriali dell’Archivio centrale dello Stato.

La svolta avviene quando le carte vengono rintracciate all’Istituto Gramsci, dove sarebbero conservate nell’archivio del Pci. Questa scoperta viene presentata come un elemento significativo nel quadro della ricostruzione storica.

personaggi citati e ruoli nella narrazione

  • Palmiro Togliatti
  • Alcide De Gasperi
  • Piero Calamandrei
  • Mimmo Franzinelli
  • Rodolfo Graziani
  • Carlo Emanuele Basile
  • Carlo (Carità)
  • Koch
  • Pansa
25 aprile | La valanga di fascisti impuniti: “L’Italia perdonò troppo presto, fu negata la giustizia. Ma contro il revisionismo serve raccontare anche le vendette del post-Liberazione: così si rafforza il racconto della Resistenza”
25 aprile e fascisti impuniti: quando la giustizia venne negata e le vendette dopo la Liberazione
25 aprile e fascisti impuniti: quando la giustizia venne negata e le vendette dopo la Liberazione
Categorie: PoliticaCronaca

Per te