Rischi per le pensioni non solo calo demografico: erosione della base imponibile

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Rischi per le pensioni non solo calo demografico: erosione della base imponibile

Il futuro delle pensioni nei paesi industrializzati attraversa una fase di tensione crescente, con sistemi previdenziali sempre più esposti a difficoltà finanziarie e a scelte che incidono sulla solidità delle rendite. L’attenzione si concentra non solo sui fattori demografici, ma anche su dinamiche economiche e interventi che trasformano una parte del salario in misure che non generano contribuzione pensionistica.

pensioni in difficoltà nei paesi industrializzati: scenari e rischio di tagli

In molti contesti industrializzati il sistema previdenziale incontra vincoli strutturali. Per esempio, negli Stati Uniti viene stimato che il sistema previdenziale possa mantenere l’attuale livello delle pensioni fino al 2033, quando sarebbero previsti drastici tagli alle rendite fino al 20%.

Anche l’Italia risulta in affanno. Il pareggio dei conti dell’Inps non dipenderebbe esclusivamente dai contributi versati, ma anche dal gettito Irpef relativo alle pensioni. Tale risorsa, secondo quanto indicato, dovrebbe coprire spese generali e non le pensioni stesse, con un equilibrio che risulta quindi meno sostenibile.

fattori che indeboliscono i sistemi pensionistici: oltre la demografia

Le criticità vengono descritte come alimentate da più cause. Il primo fattore richiamato è quello demografico, a cui sarebbe possibile rispondere aumentando l’età lavorativa. Accanto a questo, emergono elementi meno visibili ma considerati più pericolosi.

erosione della base imponibile: salario senza contributi

Il rischio principale è l’erosione della base imponibile, ossia il fatto che una parte del salario non maturi contributi previdenziali. In questa impostazione, quella quota non sarebbe utile a costruire la rendita pensionistica futura.

Questo fenomeno viene collegato alle linee della politica economica attuale, richiamando anche il recente decreto sul “salario giusto”. La definizione viene descritta come problematica, poiché non esisterebbe una nozione economica univoca di salario giusto, mentre la Costituzione fa riferimento al salario dignitoso, evitando confusioni.

come avviene l’erosione del salario per la pensione

L’erosione si concretizzerebbe tramite due canali principali: bonus governativi e welfare aziendale. In entrambi i casi, i lavoratori riceverebbero integrazioni salariali che, pur potendo risultare anche consistenti, non produrrebbero pensione perché non alimenterebbero la contribuzione.

bonus governativi e welfare aziendale: incentivi oggi, pensioni più basse domani

La dinamica dei bonus viene presentata come un meccanismo in cui una parte del salario risulterebbe pagata dai contribuenti per finalità politiche, con conseguenze sulla prestazione pensionistica futura. Nel lungo periodo i bonus verrebbero meno e i lavoratori interessati, una volta in pensione, chiederebbero di nuovo interventi pubblici, secondo una logica descritta come assistenziale e considerata perversa.

bonus governativi: esempi e impatto sul costo

Il primo bonus citato sarebbe stato introdotto dal governo Renzi per sostenere i lavoratori dipendenti a basso reddito, con un costo per lo Stato stimato intorno a 9 miliardi. Successivamente, il governo Meloni avrebbe trasformato gli sconti dei contributi previdenziali della pandemia in un bonus fiscale, che avrebbe riguardato 14 milioni di lavoratori.

Secondo l’impostazione descritta, per milioni di lavoratori dipendenti una parte rilevante del salario risulterebbe così finanziata dai contribuenti senza generare contribuzione pensionistica.

welfare aziendale: prestazioni che sostituiscono aumenti salariali

Un ruolo ancora più critico viene attribuito al welfare aziendale. Le pratiche di welfare aziendale si sarebbero diffuse rapidamente e, attraverso un recente decreto ministeriale, sarebbero entrate a far parte in modo integrale del salario, pur non dovrebbero essere considerate come elemento sostitutivo della struttura salariale.

Il welfare aziendale viene indicato come uno strumento che tende a rimpiazzare gli incrementi salariali tradizionali. L’operatività economica descritta evidenzia vantaggi per l’impresa, poiché sulle prestazioni di welfare (come buoni benzina o servizi sanitari) l’azienda non pagherebbe i contributi sociali. Viene sottolineato che lo sconto sarebbe significativo, con un effetto sulla crescita dei profitti.

Anche i lavoratori avrebbero un guadagno immediato perché i bonus sarebbero esenti da imposizione. In sintesi, viene descritto un meccanismo in cui lavoratori e imprese si spartirebbero il bonus fiscale fornito dallo Stato, cioè finanziato tramite la collettività.

effetto a somma zero per il lavoratore: pensione futura ridotta

La convenienza viene presentata come sbilanciata a favore dell’impresa. Se il welfare sostituisce gli aumenti salariali, per il lavoratore il quadro diventerebbe a somma zero: lo sgravio fiscale ottenuto oggi verrebbe compensato da una minore pensione futura, legata al fatto che non verrebbero versati contributi pensionistici da parte dell’impresa.

tec e trattamento economico complessivo: inserire il welfare nel calcolo del salario

Viene riportata una critica all’inserimento, come effettuato dal governo, della quota di welfare aziendale nel calcolo del salario di riferimento. Se la pratica si estendesse e gli incrementi salariali fossero sostituiti da bonus destinati a offrire servizi di base, si descrive una conseguenza: la pensione risulterebbe irrimediabilmente compromessa e i profitti verrebbero premiati.

Per questo motivo, tali forme di compenso non andrebbero inserite nel Tec, acronimo collegato al trattamento economico complessivo, indicato come un nuovo elemento di cui non si ravvede la necessità.

cambiamento del costo del lavoro: più voci e minore sostenibilità previdenziale

Le istituzioni economiche avrebbero ridefinito il concetto di salario e, più in generale, del costo del lavoro. In passato si parlava di tre voci: salario netto, tasse e contributi sociali. Ora le voci diventerebbero cinque, aggiungendo bonus governativi e misure di welfare aziendale.

La prospettiva offerta mette in evidenza un conflitto tra benefici immediati e impatti futuri. Ricevere oggi potrebbe significare pagare domani, oppure, in alternativa, puntare sugli incrementi salariali tradizionali permetterebbe di ricevere meno nell’immediato ma più nel tempo sotto forma di prestazioni previdenziali. In ogni caso, viene indicato che l’evoluzione descritta rappresenterebbe un passo indietro per la sostenibilità delle pensioni future.

primo pilastro eroso: generazioni e conseguenze che si accumulano

Il quadro conclusivo sottolinea una tensione di lungo periodo: mentre verrebbe esaltato il secondo pilastro e anche il terzo pilastro previdenziale, il primo, considerato fondamentale, risulterebbe corroso. Gli effetti, secondo la dinamica descritta, si cumulerebbero nel tempo: ogni generazione ripeterebbe errori previdenziali, con ripercussioni progressive sulle pensioni.

I rischi per le pensioni non si riducono al calo demografico: si pensi all’erosione della base imponibile
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