Omicidio del ladro analogo a quello di roggero: perché la destra ignora il caso e non chiede la grazia
Una rapina finita nel sangue, con una reazione che supera rapidamente ogni soglia di autodifesa e si trasforma in aggressione brutale. A Milano, in un episodio avvenuto in un bar e scatenato da un furto, un uomo di 37 anni, Eros Di Ronza, è stato colpito con un numero elevato di fendenti mentre era già in fuga. La vicenda ha portato a una condanna per Shu Zou e Liu Chongbing, con una pena complessiva che conferma come la valutazione del “pericolo attuale” e della “necessità” della risposta abbia avuto un ruolo centrale nel giudizio.
furto a milano e aggressione con arma bianca
Il delitto si è svolto a Milano, in via Giovanni Da Cermenate, nella zona Sud della città, non lontano da Bocconi e Navigli. A innescare i fatti non è stata una gioielleria, bensì un bar gestito da una famiglia cinese.
Secondo quanto ricostruito, la dinamica è partita quando Di Ronza avrebbe rubato alcuni gratta e vinci. In quel contesto sono stati coinvolti il nipote e il marito della titolare: Shu Zou, 33 anni, e Liu Chongbing, 52 anni. Per loro il verdetto è arrivato con una pena pari a 17 anni.
condanna e confronto con la reazione al reato
Il punto determinante del processo ha riguardato la proporzione tra la risposta e l’offesa subita. Nella ricostruzione emersa in aula, Di Ronza è stato colpito con oltre 40 coltellate.
La Corte d’assise di Milano ha inflitto una pena superiore rispetto alla richiesta dei pm: 17 anni contro 14. Nel contempo, la Corte ha escluso l’aggravante della crudeltà sostenuta dall’accusa, riconoscendo invece l’attenuante della provocazione collegata al furto, in continuità con l’impostazione presente in altri casi giudiziari richiamati nel racconto dei fatti.
momento decisivo: la fuga della vittima e l’assenza di pericolo attuale
La ricostruzione giudiziaria descrive Di Ronza già in fuga e con la refurtiva persa per terra quando è stato raggiunto e scaraventato al suolo. A quel punto, i colpi sono stati diretti in modo concentrato verso aree vitali: collo, torace e addome.
Questa sequenza ha rappresentato, per l’accusa, il passaggio da una reazione iniziale a una vera e propria azione letale. È proprio su questo snodo che la Corte ha escluso la legittima difesa, richiesta dal legale dei due imputati, Simone Ciro Giordano, ritenendo che non ci fosse più un pericolo attuale da cui difendersi.
Pur essendo stata riconosciuta una provocazione legata all’evento del furto, la risposta dei condannati è stata qualificata come punitiva e non necessaria
