Università italiane quante sono e perché la classificazione è sbagliata
Il sistema universitario italiano sembra muoversi tra classificazioni variabili, numeri non sempre coerenti e formule linguistiche che, nel tempo, hanno perso aderenza al quadro giuridico. Nel merito, la distinzione tra università statali e università non statali viene presentata come una ripartizione ormai poco significativa, sia sul piano normativo sia su quello terminologico. L’attenzione si concentra quindi su come le università debbano essere inquadrate correttamente, partendo dalla loro autonomia e dal ruolo istituzionale riconosciuto dalla normativa di riferimento.
università italiane e autonomia: il nodo giuridico
La legge 9 maggio 1989, n. 168, istitutiva dell’allora Murst, viene indicata come un passaggio decisivo nella storia degli atenei. Attraverso l’articolo 6 si dà attuazione anche all’articolo 33 della Costituzione, sancendo la trasformazione delle università: da articolazioni periferiche dello Stato a enti pubblici autonomi, dotati di personalità giuridica.
L’autonomia, secondo la ricostruzione proposta, non implica assenza di regole. Richiede invece nel tempo lo sviluppo di sistemi di valutazione e controllo, con conseguenze che culminano nell’istituzione dell’Anvur e nella legge 30 dicembre 2010, n. 240. La linea di fondo descrive un equilibrio tra libertà di autogoverno e responsabilità nell’uso di denaro pubblico, tratto considerato fondamentale nell’architettura complessiva del sistema.
distinzione “statali/non statali”: perché risulta inadeguata
Le università pubbliche italiane, nella prospettiva delineata, non risultano ordinate gerarchicamente al Ministero. Per questo motivo la terminologia corrente statali e non statali viene ritenuta tecnicamente infondata.
la posizione della giurisprudenza amministrativa
Viene richiamata una pronuncia dei giudici di Palazzo Spada: “Le Università non sono qualificabili come organi dello Stato, ma rientrano nel novero degli enti pubblici autonomi” (Consiglio di Stato, sez. VII, 17 novembre 2022, n. 10111). Nonostante ciò, il Ministero continua a utilizzare una tassonomia fondata sulla contrapposizione tra università statali e non statali, considerata non coerente con l’evoluzione introdotta da decenni di riforme universitarie e con il ruolo dell’Anvur.
questioni lessicali: la negazione indebolisce la definizione
Oltre all’aspetto giuridico, viene evidenziata una criticità di tipo lessicale. La categoria “non statali” viene definita una diminutio perché costruita per negazione anziché tramite l’uso di un sostantivo positivo. Nel ragionamento presentato, questo tipo di definizione per sottrazione richiama distinzioni storicamente presenti anche in altri contesti, generando una lacuna identitaria e semantica.
Si osserva inoltre che parlare genericamente del mondo delle università non statali contribuirebbe a costruire relazioni subordinate rispetto alle cosiddette statali. Il crinale linguistico, anche nella percezione collettiva, viene considerato fuorviante e quindi meno capace di rappresentare con precisione la reale natura delle istituzioni.
incoerenze numeriche nelle classificazioni ministeriali
Il testo segnala anche errori di calcolo presenti nel sito web ministeriale. Nella pagina dedicata al mondo universitario si legge che le università sarebbero 99, in maggioranza statali, a cui si affiancherebbero 7 istituti universitari di eccellenza a ordinamento speciale. I conti, secondo la ricostruzione fornita, non tornano: più avanti la stessa impostazione viene corretta, con il numero di istituti a ordinamento speciale che passa da 7 a 9. In aggiunta, vengono indicati 61 atenei pubblici, descritti come corrispondenti in realtà a 57 più 4 politecnici.
La descrizione conclude che la presenza di tali difformità rende necessario rivedere nomenclatura e tassonomia, con un assetto più rispettoso della natura giuridica delle università e più coerente con il linguaggio utilizzato.
tassonomia proposta: università pubbliche e private
La distinzione di base viene impostata su due categorie: università pubbliche e università private. Le università pubbliche vengono ulteriormente ripartite in tre tipologie: generaliste, politecnici e a ordinamento speciale.
università private: categorie e specificazioni
Le università private sono suddivise in: generaliste, telematiche, a ordinamento speciale e ecclesiastiche.
Per le università ecclesiastiche viene indicata una preferenza terminologica: l’aggettivo proposto sarebbe quello “ecclesiastiche”, ritenuto più corretto rispetto a alternative definite come “confessionali” o “pontificie”. L’orientamento riportato collega l’emanazione ecclesiastica alla diretta emanazione della Santa Sede.
università telematiche: profit e no profit
La classificazione delle università telematiche viene approfondita distinguendo due sottotipologie: profit e no profit. Questa articolazione viene presentata come rilevante anche in ragione della qualità della didattica e della ricerca scientifica, secondo l’impostazione adottata.
quante università esistono: lo scenario aggiornato
Viene indicato uno scenario di aggiornamento temporale: giugno 2026. In questa cornice, le università italiane risultano 102. Applicando lo schema di tassonomia riportato, il testo afferma che si procede a suddividerle secondo le tipologie illustrate.
verifica e classificazione complessiva
La conclusione del contenuto richiama la necessità di enucleare le categorie e verificare il numero, riportando l’idea di una lista “in allegato” non presente nel testo qui rielaborato. Il focus rimane sull’obiettivo di rendere la tassonomia più coerente con la natura giuridica degli atenei e con una terminologia considerata più precisa.
Figura professionale menzionata:
- Gianni Penzo Doria


