Strage di ferragosto: condanne per 5 imputati per la morte di 49 migranti
Dopo undici anni dalla tragedia e dopo anni di detenzione scontati in base a sentenze ormai definitive, torna al centro dell’attenzione uno dei procedimenti più discussi sulle stragi dei migranti nel Mediterraneo. La Corte d’appello di Messina ha disposto la scarcerazione di cinque dei otto cittadini libici condannati per la cosiddetta “strage di Ferragosto”, avvenuta nell’agosto del 2015 a circa 14 miglia da Lampedusa. Sul barcone viaggiavano oltre 350 migranti; 49 di loro morirono soffocati nella stiva dell’imbarcazione, dove erano ammassati in uno spazio angusto e costretti a respirare per ore i fumi provenienti dal motore.
scarcerazione nella strage di ferragosto: cinque libici tornano in libertà
La Corte d’appello di Messina ha stabilito la scarcerazione di cinque condannati, mentre l’esecuzione della pena è stata sospesa in attesa del nuovo giudizio. L’ultimo a lasciare il carcere è stato Assayd Mohammed, condannato a vent’anni di reclusione.
Prima del suo rientro in libertà erano già tornati in libertà Alaa Faraj, Tarek Al Amami, Mohannad Khashiba e Abdel Rahman Abdel Monsef. Per tutti, i giudici hanno ritenuto ammissibili le richieste di revisione avanzate dai difensori e hanno disposto la sospensione dell’esecuzione della pena nelle more del nuovo processo.
La decisione non coincide con un’assoluzione né con l’annullamento delle condanne già emesse. Significa invece che la Corte ha considerato esistenti elementi nuovi o comunque potenzialmente decisivi, tali da rendere necessaria la riapertura del procedimento. Il nuovo percorso giudiziario prenderà avvio il prossimo 5 ottobre.
nuovi elementi alla base della revisione: testimonianza raccolta in incidente probatorio
Il nodo centrale della svolta giudiziaria riguarda una testimonianza acquisita durante un incidente probatorio celebrato il 3 marzo, su richiesta dell’avvocata Cinzia Pecoraro, che assiste diversi dei condannati.
testimonianza di un “capitano”: negata la responsabilità nell’organizzazione
Secondo quanto emerso, a parlare è stato uno degli otto libici coinvolti nella vicenda e indicato nelle sentenze come il “capitano” dell’imbarcazione. Nel racconto fornito, gli altri imputati non avrebbero avuto alcun ruolo nell’organizzazione della traversata. L’interessato avrebbe dichiarato: “Sono innocenti” e, nel contempo, avrebbe sostenuto che sul barcone “non vi era alcun equipaggio”.
Le fasi finali prima della partenza, secondo la ricostruzione riferita, sarebbero state gestite da due cittadini libici rimasti poi in Africa, che però non sarebbero mai saliti a bordo. La testimonianza descrive un quadro complessivo di abbandono e sovraffollamento: l’imbarcazione sarebbe stata caricata oltre ogni soglia di sicurezza, con più di 350 persone.
Nel corso della navigazione, decine di migranti sarebbero rimaste rinchiuse nella stiva senza la possibilità di muoversi; di conseguenza, morirono asfissiati durante la traversata.
linea difensiva e contesto processuale: migranti trasformati in scafisti
La tesi difensiva, sostenuta da tempo, afferma che i giovani libici condannati sarebbero stati semplici migranti partiti dalla Libia insieme agli altri passeggeri. Le accuse contestate sarebbero emerse solo successivamente, trasformando quei soggetti in scafisti secondo le ricostruzioni raccolte subito dopo il soccorso.
Nei gradi precedenti di giudizio questa impostazione era stata respinta. Con l’acquisizione dei nuovi elementi, la ricostruzione torna però a occupare un ruolo centrale nel dibattimento.
alaa faraj: scarcerazione dopo anni di condanna e nuova valutazione dei giudici
Tra i casi oggetto di revisione, risulta particolarmente rilevante la vicenda di Alaa Faraj, indicata come uno dei profili più noti tra quelli coinvolti. Condannato a trent’anni di carcere come presunto scafista, è tornato in libertà il 19 maggio, dopo circa undici anni di detenzione.
In precedenza, la sua posizione aveva beneficiato di una parziale grazia concessa dal Presidente della Repubblica. La sua vicenda aveva già sollevato interrogativi anche in relazione alle valutazioni della Corte.
In un precedente pronunciamento che aveva rigettato la revisione, la Corte d’appello di Messina aveva definito Faraj come “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio” e “moralmente non imputabile”, pur confermando la condanna. Ora, alla luce della nuova testimonianza, la stessa Corte ha ritenuto necessaria la riapertura del caso.
prossimi sviluppi: revisioni in corso per gli altri libici coinvolti
Per tre cittadini libici restano ancora da definire le rispettive posizioni nell’ambito del procedimento di revisione. Per almeno uno dei restanti tre è stata presentata un’analoga richiesta di revisione, accompagnata anche dalla richiesta di sospensione della pena. La Corte dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane.
Personaggi e figure citate:
- Assayd Mohammed
- Alaa Faraj
- Tarek Al Amami
- Mohannad Khashiba
- Abdel Rahman Abdel Monsef
- Cinzia Pecoraro
- Presidente della Repubblica
