Parlamento Ue approva i rimpatri: Meloni esulta, opposizioni all’attacco
Il Parlamento europeo ha approvato un regolamento sui rimpatri con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. La decisione ha riunito, a favore, diverse forze politiche di destra e centrodestra dell’Eurocamera, con il coinvolgimento anche di una parte di eurodeputati di centrosinistra. Al centro della misura ci sono un impianto più coordinato delle procedure e strumenti pensati per rendere più incisivi i rimpatri, mentre le opposizioni contestano rigidità e impostazioni considerate lesive dei diritti.
L’approvazione avviene in parallelo con il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, operativo dallo scorso 12 giugno, che introduce procedure in frontiera e percorsi accelerati. Insieme, i due provvedimenti ridefiniscono tempi e modalità con cui vengono gestite le richieste, con conseguenze dirette sulla possibilità di esame delle domande di asilo e sul successivo iter verso il rimpatrio.
parlamento europeo approva regolamento rimpatri con 418 sì
Il regolamento è stato approvato con un risultato netto: 418 favorevoli, 218 contrari e 30 astenuti. La spinta politica a sostegno è arrivata dalle forze di destra e centrodestra presenti nell’Eurocamera, tra cui Ppe e Ecr, con il coinvolgimento anche di alcuni eurodeputati di centrosinistra. La votazione conferma una spaccatura analoga a quella già emersa in passato sul tema immigrazione, con il venir meno della tradizionale convergenza della maggioranza centrista.
rimpatrio europeo, trattenimento fino a 24 mesi e obblighi di collaborazione
Tra gli elementi centrali del regolamento figurano diverse novità operative:
- ordine di rimpatrio europeo, con l’adesione degli Stati membri che resta, per ora, volontaria
- possibilità di trattenere la persona destinataria del rimpatrio fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei
- obbligo di collaborare con le autorità ai fini del rimpatrio, accompagnato da relative sanzioni
- finanziamento dei “return hubs”, pensati per trasferire in Paesi terzi le persone in attesa di rimpatrio
Il quadro normativo, nel complesso, punta a rendere il percorso verso l’allontanamento più strutturato e finanziato, con una gestione che si estende anche fuori dal perimetro territoriale dell’Unione tramite i return hubs.
rapporto con il patto ue: procedure accelerate e “finzione di non ingresso”
Le novità del regolamento vengono collegate a quelle previste dal nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, entrato in vigore dallo scorso 12 giugno. Il Patto impone agli Stati membri procedure in frontiera e procedure accelerate, con effetti attesi sulla probabilità che le domande d’asilo vengano realmente esaminate, soprattutto per chi proviene da Paesi d’origine con un tasso di accoglimento inferiore al 20%.
Il meccanismo della “finzione di non ingresso” consente inoltre di snellire le procedure di rimpatrio per:
- domande respinte
- domande ritenute infondate
effetti pratici e nodo dei rimpatri effettivi
Nonostante l’impianto procedurale, resta il nodo dei rimpatri effettivi, indicati come pochi: per l’Italia si parla dell’ordine di alcune migliaia. La limitazione viene attribuita alla necessità di collaborazione dei Paesi d’origine, senza la quale l’allontanamento non può avvenire.
accordi con paesi terzi e “cessione” della gestione dei rimpatri
Il regolamento introduce uno snodo ulteriore: la possibilità per gli Stati Ue di siglare accordi bilaterali con Paesi terzi. In base a tali intese, le persone destinate al rimpatrio possono essere trasferite in un Paese terzo anche senza legami con quel Paese. La misura viene descritta come applicabile anche in contesti che includono famiglie con minori, con un’esclusione specifica: minori stranieri non accompagnati.
Secondo quanto riportato, l’Ue effettua poco più di un rimpatrio per ogni cinque ordinati. Da qui la scelta politica presentata come un orientamento verso il più semplice allontanamento dal territorio Ue, con gestione affidata a Paesi terzi per detenzione e organizzazione del rimpatrio, dove presente.
rischi di limbo giuridico secondo le criticità evidenziate
Viene evidenziato un potenziale problema: anche qualora la Commissione europea indichi che ogni accordo sarà sottoposto a verifica e monitoraggio, con possibile coinvolgimento di UNHCR e OIM, le garanzie richiamate nel testo appaiono limitate.
La condizione centrale indicata è che l’intesa possa essere conclusa solo con uno Stato che rispetti standard internazionali sui diritti umani e i principi del diritto internazionale, incluso il principio di non-refoulement, cioè il divieto di rinviare una persona verso un Paese in cui rischia persecuzioni, torture o trattamenti inumani.
Le norme, così come descritte, non prevedono:
- che il Paese terzo sia un “Paese sicuro”
- che vi sia obbligo di aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati
- l’imposizione di uno status giuridico stabile per le persone trasferite
- la garanzia di accoglienza e integrazione sul territorio del Paese terzo, qualora il rimpatrio verso il Paese d’origine risultasse impraticabile
In assenza di accordi frequenti con i Paesi d’origine reali, si prospetta il rischio che le persone finiscano in un limbo, anche sul piano giuridico.
reazioni politiche: Meloni, opposizioni e contestazioni sul carattere delle misure
Giorgia Meloni ha rivendicato l’esito come un risultato rilevante, definendolo un grande successo e citando la “strada del modello Albania”. La premier ha collegato il provvedimento a un obiettivo di rimpatriare velocemente chi non avrebbe titolo a restare nell’Unione europea. Nel video richiamato, registrato mentre si trovava a Evian per il G7, vengono indicati anche i contenuti che prevedono la possibilità di aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, presentati come un percorso già avviato dal governo italiano con il protocollo sull’Albania.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha aggiunto che la decisione segnala come la linea della legalità e del controllo dell’immigrazione irregolare stia diventando una direzione “europea”.
critiche del pd, del m5s e di avs
Diverse forze politiche hanno contestato il regolamento definendolo disumano e riconducibile a pratiche di deportazione che non terrebbero in adeguata considerazione la tutela dei diritti delle persone. Nel mirino sono stati indicati anche i profili di sicurezza e la possibilità di una reale armonizzazione.
La delegazione del Pd a Strasburgo ha affermato che l’operazione non produrrebbe l’effetto di armonizzazione e non aumenterebbe la sicurezza, oltre a rendere il fenomeno più ricattabile dai Paesi a cui verrebbe affidata la gestione, in un contesto descritto come non governato con serietà ma con propaganda.
Il M5s ha sostenuto che il regolamento, frutto della collaborazione tra estrema destra e PPE, tratterebbe le persone come oggetti e non rappresenterebbe il volto dell’Unione europea.
Alleanza Verdi e Sinistra ha scritto che verrebbe “seppellito il diritto d’asilo”, richiamando l’apertura della possibilità di centri di rimpatrio in paesi terzi e il rischio di uno scenario assimilato a una “caccia al migrante” e a deportazioni indiscriminate.
comece: preoccupazione su diritti, detenzione, ricorsi e esternalizzazione
Preoccupazione è stata espressa anche dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). Secondo quanto riportato, la Comece manifesta profonda preoccupazione per aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire la tutela dei diritti fondamentali e la dignità
