La Russa presidente del Senato: cosa ha detto Ovadia sugli antifascisti e sul duce
Moni Ovadia torna a parlare della clausola antifascista collegata alla fiera editoriale “Più libri più liberi” e lo fa intervenendo su Radio Cusano. Nel suo commento mette al centro un principio di fondo: il fascismo non è un’opinione, ma un crimine, e il ripudio di quel regime viene presentato come una condizione di legalità e di coerenza con la Costituzione. L’intellettuale affronta le accuse di “censura” e ribalta la prospettiva, sostenendo che chiedere di riconoscere la natura del fascismo equivale a riaffermare regole repubblicane.
clausola antifascista e libertà di opinione: la posizione di Moni Ovadia
Ovadia esordisce con una valutazione netta sugli sviluppi della vicenda, affermando che sono stati commessi molti errori nella discussione pubblica, mentre resta per lui indiscutibile un punto: “il fascismo è un crimine”, non un tema trattabile come semplice opinione personale. Per spiegare la sua visione utilizza un paragone diretto: se qualcuno affermasse di essere contrario alla pedofilia perché dichiara di rispettare i bambini, la contraddizione apparirebbe evidente. In chiave analoga, l’intellettuale sostiene che anche il fascismo abbia la stessa natura, perché non rientra nella sfera delle opinioni, ma in quella dei reati.
antifascismo come principio giuridico: ripudio e legalità repubblicana
Nel ragionamento di Ovadia, chiedere di ripudiare il fascismo non viene interpretato come un gesto di esclusione ideologica. La richiesta si configura come un presupposto di legalità repubblicana: il fascismo sarebbe infatti bandito e la Costituzione definita come antifascista. Da questa impostazione discende anche una valutazione dell’iniziativa degli editori: l’artista la definisce perfettamente lecita proprio perché la cornice costituzionale esclude quella ideologia.
l’accusa di censura e la risposta alle parole di Giorgia Meloni
Ovadia affronta punto per punto le accuse mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che avrebbe parlato di censura. Secondo il suo schema argomentativo, la censura non consisterebbe nel chiedere una dichiarazione di ripudio, bensì nella necessità di riconoscere la natura criminale del fascismo. L’intellettuale sostiene che imporre un’assunzione di responsabilità rispetto a un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio e a genocidi non sarebbe un atto di limitazione della libertà, ma un richiamo a elementi fattuali e giuridici.
foibe, memoria e critica alla riabilitazione del fascismo
Uno dei passaggi più dettagliati riguarda il tema delle foibe. Ovadia afferma che si tratta di eventi da ricordare e in cui vanno onorate le vittime. Nel suo racconto, però, le foibe sono presentate come conseguenza dell’invasione fascista della Jugoslavia, con un riferimento specifico al 6 aprile 1941, quando nazifascisti avrebbero invaso la Jugoslavia senza dichiarare guerra e avrebbero commesso crimini efferati. Da qui l’intellettuale sostiene un nesso: l’onore riservato alle vittime dovrebbe, a suo parere, escludere gli ex fascisti, perché la memoria di quelle tragedie sarebbe collegata all’eredità dei responsabili.
La critica si allarga poi alla narrazione pubblica che, secondo Ovadia, finirebbe per riabilitare il fascismo e per criminalizzare i partigiani, cioè coloro che avrebbero restituito la libertà.
simboli del ventennio e decoro degli spazi pubblici
Ovadia attacca anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso simboli riconducibili al ventennio in Italia. Il punto centrale è il decoro degli spazi comuni: secondo la sua impostazione, piazze e strade non dovrebbero diventare scenario di rituali fascisti. Nel suo racconto emergono gazzarre e manifestazioni con slogan che includerebbero formule come “onore al duce” e richiamerebbero la presenza di “camerata” come richiamo a logiche di appartenenza.
contrasto tra Italia e Germania sul divieto dei simboli
Ovadia sostiene che in Germania chi manifesta tali contenuti verrebbe punito, mentre in Italia sarebbe ancora possibile farlo. L’intellettuale descrive inoltre il fascismo come un’ideologia caratterizzata da supremazia, razzismo e discriminazione, e afferma che i fascisti lavorerebbero in modo sotterraneo per rendere nuovamente possibile un ritorno di quell’epoca.
Ignazio La Russa e il simbolo del busto del Duce
Un passaggio riguarda le sue critiche al presidente del Senato Ignazio La Russa. Ovadia richiama un paradosso attribuito a chi ricopre cariche istituzionali: nella sua esposizione, La Russa sarebbe noto per conservare un busto del Duce. L’intellettuale contrappone simboli e responsabilità storiche: se La Russa avesse vinto, sostiene, Ovadia sarebbe dovuto partire “attraverso i camini”, richiamando le sue origini ebraiche. Il discorso diventa anche polemico sull’immagine di Mussolini, definito vigliacco perché, nel racconto proposto, si sarebbe imboscato nei camion tedeschi per fuggire.
Più libri più liberi, dichiarazioni storiche e segnali di antisemitismo
Ovadia torna sulla scelta di Più libri, più liberi e ribadisce che, anche se si può non condividere, l’iniziativa risulta lecontenta nella cornice proposta dagli editori perché la cornice costituzionale esclude il fascismo. Un ulteriore elemento della sua argomentazione riguarda un racconto attribuito al professor Magris, secondo cui a Varsavia sarebbe stato osservato un corteo di milizie con la svastica al braccio, descritto come uno shock. Da qui l’invito a far comprendere che il fenomeno appartiene al passato e non deve avere spazio.
Nello stesso blocco concettuale Ovadia richiama anche affermazioni antisemite menzionando che sarebbero presenti dentro Fratelli d’Italia, con l’affermazione che in quel contesto sarebbero incorporati fascisti.
memoria, responsabilità e conclusione sulla libertà degli spazi privati
In chiusura, Ovadia demolisce ogni residuo di fascino nostalgico verso Mussolini e ribadisce una linea pratica: le decisioni sul rifiuto del documento non verrebbero imposte a chi non intende firmare, purché l’attività rimanga confinata a circoli privati. L’idea espressa è che le “gazzarre corporative” dovrebbero svolgersi in contesti non pubblici, lasciando fuori piazze e spazi comuni dalle manifestazioni riconducibili a logiche fasciste.
Personaggi menzionati: Moni Ovadia; Giorgia Meloni; Gianfranco Fini; Ignazio La Russa; Magris.