Il ministro Ben-Gvir accusa la polizia di interferire nelle elezioni israeliane?
Il governo Netanyahu si avvia verso la conclusione, in attesa dell’indizione di nuove elezioni dopo la scelta della maggioranza di procedere con lo scioglimento della Knesset. In questo passaggio, le preoccupazioni per l’equilibrio tra potere politico e controlli sulle forze dell’ordine diventano centrali: dal 2023 alcune correnti più estremiste avrebbero puntato a consolidare privilegi capaci di orientare la linea nazionale in modo marcatamente nazionalista e violento verso i non-ebrei in Israele e nei Territori Occupati. Secondo l’istituto Zulat per l’Uguaglianza e i Diritti Umani, presentato un rapporto al Procuratore Generale Gali Baharav-Miara, il ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sarebbe il volto più rilevante di questo schema, soprattutto alla luce di una proposta di legge che potrebbe condizionare le indagini interne della polizia.
governo netanyahu e nuove elezioni: nodo dei controlli sulla polizia
La fase politica in corso ruota attorno alla decisione di sciogliere la Knesset e alla convocazione delle urne entro una tempistica fissata per il 27 ottobre. In parallelo, Zulat e la Procura Generale mettono l’accento sul rischio che meccanismi di supervisione sugli investigatori possano cambiare natura. L’attenzione si concentra su un disegno normativo legato al Dipartimento investigativo della polizia (Machash), con la possibilità che eventuali indagini sulla cattiva condotta degli agenti vengano influenzate dalla politica.
ben-gvir al centro delle critiche: rischio di influenza sulle indagini
La nuova proposta di legge, in fase di approvazione e già oggetto di un ok della commissione congiunta per la Costituzione e la Sicurezza Nazionale della Knesset, viene descritta come un passaggio che sposterebbe gli equilibri di potere. Secondo le valutazioni richiamate dal rapporto, qualunque indagine della polizia che ricada sotto il perimetro del controllo interno potrebbe risentire delle scelte politiche, soprattutto per l’assetto previsto nella nomina dei vertici incaricati della supervisione.
proposta di legge machash e procura: come cambia la nomina degli incarichi
separazione machash e influenza nella composizione del comitato
Il cuore della riforma riguarda la separazione del Dipartimento investigativo della polizia (Machash) dal controllo della Procura di Stato. La proposta prevede che il comitato incaricato della nomina del capo degli affari interni—con il compito di monitorare l’operato della polizia—sia composto da cinque membri e presieduto dal direttore generale del Ministero della Giustizia o da un suo delegato.
Nel nuovo schema, anche le scelte dei membri apparirebbero fortemente orientate: un avvocato penalista sarebbe indicato dal ministro dopo consultazione con il capo dell’ufficio nazionale della difesa pubblica. Un terzo membro sarebbe costituito da un avvocato abilitato alla nomina di giudice distrettuale oppure da un giudice distrettuale in pensione con esperienza penale, nominato dal direttore generale del Ministero dopo consultazione col commissario per la funzione pubblica. In questo modo, tre dei cinque componenti risulterebbero di nomina politica nella decisione che riguarda il vertice degli affari interni.
coordinamento delle indagini e scelta di un giudice in pensione
La riforma introduce inoltre un meccanismo specifico per il coordinamento delle indagini sugli agenti di polizia in caso di controversia tra gli affari interni e altri organi investigativi o la Procura. In queste situazioni, sarebbe sempre il ministro della Giustizia a nominare un giudice in pensione della Corte distrettuale o della Corte suprema per dirimere la questione.
Lo sbilanciamento viene presentato come sostanziale: mentre in passato il capo dell’unità sarebbe stato nominato da un comitato sotto supervisione del Procuratore Generale, con la nuova impostazione il controllo risulterebbe spostato in favore dell’esecutivo.
denuncia Zulat e possibili conseguenze durante la campagna elettorale
Le ipotesi contenute nel rapporto indicano un rischio operativo collegato ai possibili incentivi degli agenti. Più le forze di polizia agirebbero evitando di intralciare—o addirittura favorendo—le posizioni del governo di turno, meno sarebbero esposte a indagini interne e a possibili ritorsioni. Nello scenario opposto, chi si rendesse protagonista di azioni contrarie alla legge potrebbe ricevere una forma di protezione politica in virtù del “servizio” svolto.
due ricadute interpretate come favorevoli all’esecutivo
Zulat, insieme alla procuratrice Gali Baharav-Miara e al procuratore di Stato Amit Aisman, individua due conseguenze che sarebbero già state associate all’attuale esecutivo.
accuse di corruzione e ruolo di Netanyahu nel dibattito
La prima ricaduta riguarderebbe direttamente Benjamin Netanyahu e le accuse di corruzione. Il rapporto richiama interventi degli esponenti del Likud e in particolare del deputato Moshe Saada, promotore della legge, che avrebbe sostenuto come la “persecuzione” del primo ministro avrebbe spinto alla proposta. Secondo la ricostruzione citata, l’argomentazione avrebbe indicato i vertici degli affari interni come “criminali al servizio della legge” e avrebbe fatto riferimento a una presunta “caccia alle streghe” contro Netanyahu, anche “a porte chiuse”.
Tra i sostenitori, l’obiettivo sarebbe quello di rompere un presunto conflitto d’interessi in un sistema in cui la Procura indaga sull’operato della polizia. Nel caso specifico di Netanyahu, la valutazione contenuta nella ricostruzione afferma che l’unità per gli affari interni, con un assetto a nomina prettamente politica, potrebbe diventare l’organo destinato a giudicare l’operato delle forze di polizia rispetto al primo ministro.
critiche sull’impatto per i cittadini e per le indagini della polizia
La seconda ricaduta emerge dalle critiche politiche e istituzionali. Il deputato laburista Gilad Kariv, membro della commissione Costituzionale, avrebbe dichiarato che la legge sugli affari interni non mirerebbe ad aiutare i cittadini vittime della violenza della polizia. La critica sostiene che l’impianto sarebbe concepito per scoraggiare gli inquirenti e per garantire immunità a politici accusati o coinvolti in condotte corrotte e criminali appartenenti al partito di governo.
elezioni entro il 27 ottobre: Zulat chiede tutela della libertà di protesta
Le imminenti elezioni vengono indicate da Zulat come un terreno in cui l’applicazione delle regole potrebbe incidere in modo diretto sul voto. Nel rapporto si chiede urgentemente l’introduzione di nuove restrizioni alla polizia israeliana con l’obiettivo di impedirle azioni in grado di compromettere integrità, equità e libertà delle elezioni.
Viene richiamato, inoltre, il ruolo del ministro Ben-Gvir durante il mandato. Secondo quanto riportato dalla direttrice del centro di ricerca Einat Ovadia e dall’avvocato Eitay Mack, sarebbero emersi interventi operativi impropri nell’applicazione della legge e nell’uso della forza, in particolare in casi relativi a manifestazioni e reati di incitamento. La ricostruzione cita anche il trattamento descritto come disumano e le umiliazioni avvenute in sua presenza verso gli attivisti della Flotilla.
accesso alla giustizia e controlli legali dell’operato
Gli autori del rapporto sostengono che nel periodo elettorale le potenziali vittime di abusi di potere avrebbero maggior difficoltà a rivolgersi ai tribunali per ottenere giustizia, poiché l’operato degli agenti verrebbe valutato da un organo a nomina politica. Per questo motivo, viene considerata essenziale e urgente l’istituzione di una direttiva speciale per rafforzare la tutela della libertà di espressione e di protesta, ancorando i meccanismi di controllo e supervisione legale dell’operato della polizia.
casi citati: forza contro manifestanti, ostacoli a inchieste e divieti
Per motivare la richiesta, viene elencata una serie di episodi presentati come esempi di abusi commessi dalle forze dell’ordine. Dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir e la polizia avrebbero sfruttato il quadro giuridico fragile e lo stato di guerra cercando di limitare fino a impedire l’esercizio delle libertà di espressione e protesta a oppositori politici e cittadini, con particolare riferimento alla minoranza araba.
La ricostruzione collega tali comportamenti anche a un’altra riforma approvata alla fine del 2022, descritta come capace di attribuire al ministro un’autorità diretta senza precedenti sulle politiche di polizia.
Tra gli episodi richiamati figurano: l’uso massiccio e illegale della forza contro manifestanti antigovernativi; l’ostacolo alle indagini del Dipartimento per le indagini interne della polizia contro agenti violenti; e il divieto di esporre bandiere palestinesi. Viene inoltre ricordato un raid presso uffici di Nazareth del partito politico Hadash e del Maki (Partito Comunista Israeliano), l’arresto di alti funzionari del partito avvenuto due anni prima e un raid in un centro giovanile di Hadash nella città di Umm al-Fahm con sequestro di bandiere palestinesi.
In vari casi citati, sarebbe stato Ben-Gvir in persona a intervenire quando veniva contestato il reato di incitamento all’odio. La preoccupazione finale del rapporto è che nel periodo elettorale Ben-Gvir e i vertici della polizia da lui dipendenti procedano con un’interpretazione della legge ritenuta eccessiva, culminando in ulteriori tensioni tra applicazione dell’ordine pubblico e garanzie democratiche.
personalità citate nel quadro del rapporto Zulat
- Gali Baharav-Miara (Procuratore Generale)
- Itamar Ben-Gvir (ministro per la Sicurezza Nazionale)
- Amit Aisman (procuratore di Stato)
- Benjamin Netanyahu (primo ministro)
- Moshe Saada (deputato promotore della legge)
- Gilad Kariv (deputato laburista)
- Einat Ovadia (direttrice del centro di ricerca)
- Eitay Mack (avvocato)
