Braccianti uccisi ad amendolara sindacati schiavi dietro c e la ndrangheta
Quattro braccianti hanno perso la vita in un incendio doloso dopo una lite legata al mancato pagamento. A distanza di tempo, le ricostruzioni e le dichiarazioni delle organizzazioni sindacali e delle associazioni mettono al centro un quadro più ampio: caporalato, sfruttamento della manodopera, pressioni sul territorio e, secondo diversi interventi, condizionamenti riconducibili alla criminalità organizzata. Il caso di Amendolara viene descritto come il risultato di dinamiche radicate, in cui il lavoro stagionale diventa terreno di controllo e abuso.
bruciati vivi ad amendolara: vittime e dinamica dell’aggressione
La tragedia ha avuto luogo ad Amendolara, dove quattro lavoratori sono stati bruciati vivi in un minivan. Nel racconto riportato, le vittime avevano un’unica richiesta: essere pagati. La ricostruzione descrive lo scenario in cui gli autori dell’assalto, dopo aver preso di mira i braccianti, avrebbero cosparso di benzina il veicolo e avviato il rogo usando un accendino in una stazione di servizio lungo la statale 106.
Le persone decedute sono indicate come Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni), Safi Iayjad (27 anni) e Waseem Khan (29 anni), descritto come il più grande. I lavoratori raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata ed erano sfruttati e maltrattati.
Accanto alle quattro vittime viene menzionato un superstite, Mohammad Taj Alamyar (35 anni), che sarebbe riuscito a dichiarare elementi fondamentali: i migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, con assunzione indicata a partire dal 20 aprile, e sarebbero rimasti mai pagati. Secondo le ricostruzioni sindacali, la lite nasce dalle richieste di denaro e sfocia in un atto di estrema violenza.
caporali e responsabilità: chi sono gli autori e cosa emerge dal racconto
Nelle dichiarazioni raccolte, gli aguzzini e poi assassini vengono identificati come Safeer Ahmed e Ali Raza, indicati come due pachistani. Per il loro ruolo viene riferito che si trovano in carcere. Le fonti riportano che l’atto sarebbe stato motivato dal tentativo di punire i lavoratori dopo la loro richiesta di essere retribuiti.
Il superstite, secondo quanto riferito, avrebbe anche parlato di droga e di pistole. Questa parte del racconto viene usata come elemento per sostenere che non si tratti soltanto dell’azione di due individui, ma dell’esistenza di un sistema collegato.
ndrangheta e controllo del lavoro: il sistema citato nelle dichiarazioni
Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, inquadra l’accaduto come espressione di un sistema che “fa capo” alla ’ndrangheta e a organizzazioni malavitose locali. La lettura proposta collega il fenomeno del caporalato a una filiera che gestisce spostamenti e impieghi stagionali.
Trotta descrive anche la figura del “caporale di emigrazione”: lavoratori prelevati in Calabria per lavorare durante l’estate nei campi del Metapontino, e persino in Puglia, per poi essere ricondotti in Calabria nel periodo degli agrumi. La dinamica richiamata è presentata come una forma di organizzazione del lavoro che rende strutturata la gestione dei braccianti.
sistema radicato e filiera del lavoro: furgoni, aziende e omertà
La lettura delle organizzazioni sindacali collega la strage a un contesto complessivo, non limitato agli esecutori materiali. Trotta sostiene che, lungo la strada statale 106, sarebbe possibile osservare la presenza di furgoni che transitano con lavoratori, in alcuni casi registrati e in altri non registrati. In quest’impostazione, a fronte di un caporale opererebbe un’azienda che si rivolge a lui.
La posizione viene sintetizzata come necessità di intervenire sulle aziende e sul cambio culturale del modo in cui si gestisce la manodopera. La Flai Cgil Calabria rafforza il quadro parlando di una esecuzione “barbara” inserita in un sistema di silenzio, omertà e responsabilità.
mafie e coperture del caporalato: i dubbi e le richieste emerse
Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, pone l’attenzione su un punto considerato decisivo: due persone provenienti da fuori Italia non potrebbero gestire il caporalato in un paese senza copertura della mafia. Le dichiarazioni riportate insistono sul fatto che l’analisi non debba fermarsi a identificare gli autori materiali, ma debba riguardare le coperture di cui i responsabili avrebbero potuto beneficiare.
Bombardieri chiede che si affronti il caso non solo come incidente sul lavoro o come episodio di caporalato, bensì come tratta degli schiavi. Nell’impostazione attribuita alla sua posizione, diventerebbe centrale individuare quale clan mafioso copra i responsabili.
libera e il lavoro come merce: mafie globali e locali
Anche l’associazione Libera collega il sistema alle mafie. Viene descritto un doppio livello: mafie internazionali che gestirebbero la tratta e mafie locali che controllerebbero il caporalato o assolderebbero manodopera criminale a basso costo tra i disperati.
Le parole riportate richiamano inoltre un sistema di illegalità che non sarebbe mafioso “in senso stretto”, ma che con le mafie condividerebbe il disprezzo per la vita umana. In questa cornice, i quattro giovani di Amendolara vengono definiti vittime di un sistema che considera il lavoro una merce, i diritti un costo da ridurre e le persone strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione.
problema di legislazione: prefettura, sicurezza e decreto flussi
Fernando Mega, segretario generale della Cgil Basilicata, rivolge un appello alle istituzioni chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato. Mega collega l’episodio alla presenza di un caporalato definito strutturato e radicato nel Metapontino, con un richiamo a condizioni paragonate alla pre-industrializzazione.
Nel quadro delineato, il lavoro nel Mezzogiorno sarebbe descritto come sempre più precario e sfruttato, fino a forme che vengono indicate come nuove schiavitù. Mega aggiunge una critica rivolta al decreto flussi, indicandolo come uno dei fattori principali dello sfruttamento.
decreto flussi e irregolarità: le ragioni dell’accusa
Secondo le dichiarazioni riportate, i fatti di Amendolara evidenzierebbero come il cosiddetto decreto flussi, per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, sarebbe inefficace e continuerebbe a produrre irregolarità e ingiustizie. Viene affermato che non sarebbe uno strumento capace di garantire ingressi legali e sicuri, perché basato sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza.
La critica si estende a mancanza di trasparenza e opacità dei meccanismi di intermediazione, con il risultato di lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli.
usb e legge bossi-fini: criminalizzare i migranti, ridurre il potere contrattuale
Un ulteriore attacco arriva da Usb, che attribuisce allo Stato la scelta di criminalizzare i migranti a partire dall’introduzione della legge Bossi-Fini e dei provvedimenti successivi. Nel commento riportato, collegando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, tali leggi non avrebbero contrastato l’illegalità, ma l’avrebbero prodotta in modo programmatico.
La sigla sindacale descrive la Bossi-Fini e i decreti successivi come “braccio armato del caporalato”. Riducendo i lavoratori a “clandestini”, si afferma che sarebbe venuto meno ogni potere contrattuale e persino la possibilità di denunciare gli aguzzini per timore dell’espulsione.
persone citate nel racconto dell’accaduto
- Gianfranco Trotta
- Ullah Ismat Qiemi
- Amin Fazal Khogjani
- Safi Iayjad
- Waseem Khan
- Safeer Ahmed
- Ali Raza
- Mohammad Taj Alamyar
- Pierpaolo Bombardieri
- Fernando Mega
