Braccianti bruciati vivi ad Amendolara: chi erano Amin, Ullah, Safi e Waseem e l’età del più grande di 29 anni
Una tragedia maturata in pochi attimi ha devastato la comunità dei lavoratori nei campi tra Basilicata e Calabria. Cinque braccianti stranieri hanno condiviso condizioni di sfruttamento e controlli serrati fino a quando la protesta ha innescato una violenza estrema, trasformando persone appena maggiorenni e giovani adulti in vittime di un episodio descritto come un inferno. Il racconto di chi è sopravvissuto ricostruisce un sistema di caporalato alimentato da minacce, mancato pagamento e richieste aggiuntive legate anche al trasporto verso le zone di raccolta.
Al centro della vicenda c’è una stazione di servizio lungo la statale 106, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, dove due caporali della zona hanno rinchiuso i braccianti in un minivan e poi hanno dato fuoco alla vettura con benzina e un accendino. Le indagini hanno portato all’arresto dei responsabili, mentre un lavoratore è riuscito a fuggire riportando ustioni a braccia e mani.
strage di braccianti di amendolara: persone uccise e dinamica dell’agguato
Le vittime della strage di braccianti di Amendolara includono lavoratori molto giovani. Il più giovane era Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni; il più grande era Waseem Khan, con 10 anni in più. I due sono morti insieme, uno accanto all’altro, trasformati in torce umane dopo una risposta estrema a soprusi reiterati.
Alla stessa sorte sono andati incontro anche Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, rispettivamente di 28 e 27 anni. Le vittime sono state descritte come giovanissime e collocate nel quadro di una violenza programmata dentro una stazione di servizio lungo la statale 106.
Secondo la ricostruzione, due caporali, Safeer Ahmed e Ali Raza, avrebbero rinchiuso i lavoratori in un minivan, li avrebbero cosparsi di benzina e poi avrebbero appiccato il fuoco con un accendino. Nel racconto si sottolinea che l’azione sarebbe durata meno di un minuto, sufficiente a togliere la vita a persone definite “invisibili”.
caporalato e mancato pagamento: le condizioni denunciate dai braccianti
Il sopravvissuto, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afgano, ha raccontato gli attimi che ha definito “un inferno”. La sua ricostruzione evidenzia che tutti e cinque condividevano aspetti fondamentali della vita quotidiana, dalla sistemazione alle attività nei campi.
Le persone coinvolte avevano una casa a Villapiana, spartita con altri cinque lavoratori descritti come “invisibili” del Metapontino e della Siberitide. La condizione abitativa era segnata dalla presenza di materassi a terra e da un cucinino. Nei campi raccoglievano fragole per sostentarsi e per aiutare le famiglie nei rispettivi Paesi di origine.
richieste dei caporali e richiesta di pagamento
Secondo quanto riferito, ai braccianti venivano forniti cibo e un alloggio, ma il lavoro nei campi non veniva remunerato. In aggiunta, i caporali avrebbero preteso 5 euro per il trasporto da Villapiana alle campagne in cui dovevano raccogliere la frutta.
La situazione ha raggiunto un punto di rottura con una ribellione: i lavoratori, stando al racconto, hanno alzato la testa chiedendo ciò che ritenevano dovuto. A seguire, si sarebbe sviluppato un diverbio con i due caporali pachistani.
fuga e ferite di mohammad taj alamyar: il racconto degli attimi di violenza
Un elemento decisivo riguarda la possibilità, riuscita solo a uno dei cinque, di sottrarsi alla violenza. Anche Mohammad Taj Alamyar era indicato tra le persone che condividevano il destino dei quattro rimasti intrappolati nell’episodio, ma è riuscito a fuggire.
Durante la fase concitata, Alamyar sarebbe riuscito a uscire dalla vettura riportando ustioni alle braccia e alle mani. La fuga ha quindi interrotto l’esito peggiore prospettato dal rapido susseguirsi degli eventi nella stazione di servizio lungo la statale 106.
arresto dei responsabili: safeer ahmed e ali raza in carcere
Le indagini hanno portato in carcere i responsabili indicati nella ricostruzione. Safeer Ahmed e Ali Raza sono detenuti con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. L’impianto accusatorio riguarda l’uccisione dei lavoratori all’interno del minivan incendiato dopo la cosparsa di benzina e l’applicazione del fuoco.
nomi delle vittime e delle figure coinvolte nella vicenda
- Ullah Ismat Qiemi (19 anni)
- Waseem Khan (più grande, dieci anni in più rispetto a Qiemi)
- Amin Fazal Khogjani (28 anni)
- Safi Iayjad (27 anni)
- Mohammad Taj Alamyar (35 anni, sopravvissuto)
- Safeer Ahmed (caporale)
- Ali Raza (caporale)
