Amendolara, 4 braccianti bruciati vivi: la denuncia sulla mafia dei caporali
Un episodio di violenza estrema ha colpito la Sibaritide, tra Amendolara e le campagne del territorio, con quattro braccianti agricoli pakistani bruciati vivi. A emergere, oltre al tragico bilancio, è la testimonianza dell’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, che ha raccontato ai microfoni della Rai l’aggressione subita e i tentativi degli assalitori di trasformarlo in una torcia umana. Le indagini, supportate da registrazioni di videosorveglianza, hanno portato a provvedimenti giudiziari e hanno riacceso i riflettori su un sistema di sfruttamento e caporalato descritto come ricorrente nelle aree agricole tra Calabria e Basilicata.
omicidio plurimo ad amendolara: il racconto del superstite e l’aggressione
La tragedia si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Quattro braccianti agricoli pakistani hanno perso la vita mentre, secondo quanto riferito, il gruppo era in un contesto legato al lavoro nei campi. Taj Mohammad Alamyar, bracciante afgano, si trovava a bordo di un minivan insieme alle vittime ed è l’unico sopravvissuto alla furia dei due responsabili.
Il superstite ha indicato che i due “caporali” gli hanno lanciato addosso della benzina e hanno tentato di accendergli un accendino per provocare l’incendio. Pur riportando ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli aggressori si allontanavano dalla scena del delitto.
La ricostruzione complessiva del fatto viene ricondotta alla ribellione di un gruppo di lavoratori rispetto alle condizioni imposte dai caporali. La dinamica generale, nel quadro emerso, è quella di cinque braccianti che si sarebbero ribellati al sistema e di quattro di loro che avrebbero pagato con la vita.
prove e indagini: videosorveglianza e provvedimenti di fermo
Un ruolo determinante è stato attribuito al filmato registrato dalle telecamere di videosorveglianza installate nella stazione di servizio. Le immagini avrebbero consentito di identificare i responsabili e di fornire elementi utili all’autorità giudiziaria.
La Procura di Castrovillari ha emesso nei confronti degli indagati un provvedimento di fermo. Il movente, oltre alle circostanze ricostruite, è stato spiegato da Taj, che ha collegato la vicenda al rifiuto delle condizioni lavorative e all’esigenza di ottenere contratti regolari.
caporalato e condizioni di lavoro: paghe, trasporti e minacce
Nel racconto reso ai giornalisti, Taj ha illustrato il contesto di vita e di lavoro dei migranti impiegati nell’area. È stata menzionata una casa a Villapiana dove avrebbe soggiornato un gruppo di migranti, in cui erano presenti anche, fino al giorno precedente, i quattro pakistani uccisi nella stazione di servizio. Le stanze risulterebbero prese in affitto a 500 euro al mese.
Secondo quanto riportato, i costi sarebbero stati sostenuti con denaro ricavato dal lavoro: delle 50 euro al giorno guadagnate raccogliendo fragole, sarebbe stato richiesto ai braccianti di versare 5 euro a testa per il trasporto tra le campagne dell’alto jonio cosentino. In parallelo, il sistema prevedeva l’impiego attraverso buste paga fittizie da 350 euro al mese, che i lavoratori avrebbero rifiutato.
Il punto di rottura, descritto in modo coerente con il quadro dell’inchiesta, riguarda il desiderio di ricevere un contratto regolare. I braccianti, nel racconto, si sarebbero lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera per i terreni di proprietà di italiani, identificati come figure di collegamento nel sistema. In risposta, i lavoratori sarebbero stati minacciati con coltelli e pistole per mantenere i livelli di sfruttamento.
La fase finale della vicenda avrebbe avuto come conseguenza la punizione dei braccianti attraverso un atto di violenza gravissimo, descritto come bruciature vive senza alcuna forma di pietà.
caporalato tra sibaritide e metapontino: un fenomeno ricorrente tra tragedie e indagini
La dinamica emersa ad Amendolara si inserisce in un contesto descritto come noto e ciclico, con il caporalato che riaffiora soprattutto quando i fatti di sangue riempiono le cronache. La narrazione parla di un sistema che da decenni scandisce le stagioni della Sibaritide e del Metapontino, tornando alla ribalta nelle ore successive a episodi estremi.
Nel quadro riportato, viene citato un antecedente legato a gennaio/dicembre con quattro indagati: quattro pakistani arrestati a dicembre, in seguito a un’indagine avviata il 4 ottobre 2025 dopo un incidente stradale avvenuto a Scanzano Jonico. L’evento avrebbe portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.
Secondo la ricostruzione indicata, dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598, fino allo scontro con un autocarro. Il bilancio sarebbe stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera avrebbe accertato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei comuni lucani.
altre vicende: paghe minime, alloggi sovraffollati e turni massacranti
Le condizioni descritte per i lavoratori, in relazione alle vicende riportate, includono alloggi sovraffollati e assenza di adeguate condizioni igieniche. I caporali avrebbero imposto turni massacranti, anche nei giorni festivi, con paghe definite da fame che non rispettavano i minimi contrattuali.
Nel racconto vengono richiamati anche casi nel Metapontino nel 2023, quando carabinieri avrebbero arrestato sette caporali insieme a due italiani titolari di un’azienda agricola. In quel contesto i migranti sarebbero stati pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno, con attività che includevano anche la domenica.
È riportato che i lavoratori, per ottenere il “privilegio” dello sfruttamento, avrebbero dovuto pagare circa 6mila euro ad altri connazionali, i quali avrebbero ricevuto anche 3 euro al giorno dai migranti per garantire un posto dove dormire, spesso in strutture definite fatiscenti.
reazioni di sindacati e istituzioni: richiesta di contrasto e tutela dei lavoratori
Al centro delle reazioni riportate ci sono le richieste di chiarezza, sostegno alle politiche e azioni concrete per contrastare l’abominio quotidiano descritto nei confronti dei lavoratori, spesso migranti. Il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica”, puntando su interventi legati anche a progetti finanziati. Le parole riportate richiamano precarietà, trasporto, insicurezza, vulnerabilità estrema, ricatto e violenza.
La posizione sindacale sottolinea l’impossibilità di accettare una piana segnata “continuamente” da sfruttamento lavorativo e caporalato.
La segretaria generale della Uila Enrica Mammucari collega i fatti a una riflessione sulla Repubblica fondata sul lavoro e afferma che i drammatici eventi nel cosentino emergono con un contrasto “tanto stridente quanto doloroso”, come immagine di rottura del patto sociale tra sviluppo economico e diritti.
Secondo la Uil, emerge la “necessità” dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi e rimasti “intrappolati” nel sistema dopo la scadenza del contratto, con il rischio di finire in condizioni di irregolarità esposte allo sfruttamento.
vescovo di cassano allo jonio: basta ipocrisia, serve una parola unica
Il commento più duro riportato viene attribuito al vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino, che definisce l’omicidio una “ferita morale, sociale e spirituale” capace di squarciare “il velo d’ipocrisia su una terra intera”. Secondo la ricostruzione riportata, il quadro evidenzia una sovrapposizione tra mare, lavoro povero, migrazione e violenza criminale.
Nel passaggio richiamato, viene esclusa l’idea di limitarsi a cordoglio e commozione di circostanza: è indicata la necessità di una risposta immediata e netta, sintetizzata in un “basta” ripetuto più volte. Il testo richiama l’idea di una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica la sera e di un’economia che continua a reggersi sulla schiena degli ultimi, con paura e mancanza di tutele per chi lavora senza voce.
La visione espressa descrive il caporalato come un sistema e una struttura di dominio, non una deviazione marginale. La lettura proposta lo definisce come una forma moderna di schiavitù che si alimenta quando il bisogno si trasforma in catena e la fragilità dei migranti diventa profitto.
Il vescovo afferma la necessità che lo Stato intervenga con forza non solo dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi e nei rapporti di lavoro irregolari, nei punti in cui la vulnerabilità permette al caporalato di radicare.
Per questo, viene riportata l’aspettativa di una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate, con una “rivolta delle coscienze”.
- Taj Mohammad Alamyar, bracciante afgano superstite
- Gianfranco Trotta, segretario generale Cgil Calabria
- Enrica Mammucari, segretaria generale Uila
- Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio
