Terremoti del friuli: la prima grande lezione moderna per la sismologia italiana
Il terremoto in Friuli del 6 maggio 1976 è ricordato come una delle più grandi catastrofi sismiche italiane dell’ultimo secolo. Una sequenza di scosse ha colpito un’area ampia, provocando distruzioni generalizzate, perdite di vite umane ingenti e un numero elevato di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni. A distanza di pochi anni, un nuovo evento, il terremoto irpino-lucano del 23 novembre 1980, avrebbe segnato un ulteriore passaggio decisivo per la sismologia e per la capacità di risposta alle emergenze.
La dinamica del fenomeno, la distribuzione dei danni e il meccanismo geologico alla base delle scosse sono stati chiariti solo in seguito, grazie alla ricerca sismologica internazionale. Nel frattempo, l’impatto umano e l’esperienza raccolta hanno lasciato un’impronta profonda nello studio dei terremoti in Italia.
terremoto friuli 6 maggio 1976: impatto, vittime e aree colpite
La scossa del 6 maggio 1976, di magnitudo 6.5, è stata l’evento principale della sequenza. Interi centri abitati risultarono quasi del tutto distrutti, tra i quali: Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese.
Gli effetti furono gravi anche sul piano umano: dopo il forte terremoto morirono quasi 1000 persone; i feriti furono circa 3000; i senza casa furono quasi 200.000.
sequenza sismica del friuli: scosse successive e durata
La prima scossa, seguita da ulteriori eventi, avviò una sequenza caratterizzata da intensità elevate. A pochi giorni dalla scossa iniziale, si registrarono tre eventi di magnitudo maggiore di 5.
Quattro mesi dopo, la sequenza produsse altre scosse forti, distribuite in un arco temporale ravvicinato:
- 11 settembre: due scosse di magnitudo maggiore di 5
- 15 settembre: due scosse con valori di magnitudo 5.9 e 6.0
Successivamente, dopo un ulteriore intervallo, si verificò un’altra scossa a distanza di un anno, il 16 settembre 1977.
In sintesi, il territorio sperimentò una sequenza tipica con diversi forti terremoti e, solo molti anni dopo, la natura del fenomeno venne chiarita grazie a indagini sismologiche condotte a livello internazionale.
meccanismo geologico dei terremoti: compressione e faglia inversa
La causa dei terremoti del Friuli fu chiarita circa dieci anni dopo gli eventi. Alla base venne individuato il movimento rotatorio antiorario della microplacca adriatica. Questo movimento è associato alla compressione S-N della catena alpina orientale, nel punto di contatto tra la microplacca adriatica e la zolla eurasiatica.
La compressione generata produce terremoti classificati come “di faglia inversa”, grazie allo scorrimento della placca adriatica al di sotto della catena alpina.
La rotazione antioraria della microplacca adriatica non determina solo compressione nelle Alpi: contribuisce anche alla distensione della catena appenninica. Tale distensione aumenta progressivamente verso Sud, allontanandosi dal fulcro di rotazione situato nella parte più settentrionale dell’Appennino, nell’area Parma-Piacenza.
legame con il terremoto irpino-lucano del 1980: faglia normale e distensione
Il terremoto irpino-lucano del 23 novembre 1980 presentò un meccanismo diverso, definito “di faglia normale”. L’evento risultò legato alla distensione dell’Appennino, quale effetto della medesima rotazione antioraria descritta per l’area friulana.
perché le vittime furono soprattutto nella prima scossa
La quasi totalità delle vittime fu attribuibile alla prima scossa del 6 maggio. Le scosse successive, infatti, colpirono una popolazione già allertata. Inoltre, le abitazioni che presentavano pericolo per la stabilità o erano già lesionate risultarono già sgombrate.
importanza scientifica e organizzativa: sismologia italiana e rete nazionale
I terremoti del Friuli furono considerati una prima importante lezione moderna per la sismologia italiana. L’esperienza maturata costituì un prodromo del terremoto irpino-lucano del 1980, evento che contribuì a far entrare definitivamente la disciplina nell’era moderna.
All’epoca dei fatti, mancava ancora una rete sismica nazionale affidabile e centralizzata. Le registrazioni sismologiche relative al terremoto del 1976 e alle sue repliche furono curate soprattutto dall’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste (indicata come oggi Inogs: Istituto Nazionale Osservatorio Geofisico Sperimentale).
Dopo quell’evento, la sismologia italiana iniziò a cambiare metodologie e paradigmi, con un’accelerazione netta nel periodo successivo al 1980. La necessità di una rete sismica nazionale densa e affidabile, insieme a una protezione civile efficace, divenne più evidente in vista della gestione delle catastrofi sismiche e di altri eventi di grande impatto.
eredità dei dati friulani: accelerazioni al suolo e danni
Anche a distanza di decenni, i dati e le osservazioni raccolti durante i terremoti del Friuli hanno rappresentato un esempio per comprendere come utilizzare la sismologia al fine di stimare le accelerazioni al suolo e, di conseguenza, i danni che i forti terremoti possono provocare.
istituzioni coinvolte nella registrazione
- Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste (oggi Inogs: Istituto Nazionale Osservatorio Geofisico Sperimentale)
