Presenzialismo e vanto di non ammalarsi mai: cosa significa e perché è pericoloso
Nei luoghi di lavoro circola spesso un’idea semplice e seducente: il lavoratore migliore è quello che non si ferma mai. Eppure la ricerca descrive un quadro molto più complesso, in cui la presenza costante può diventare un rischio. Parlare di presenteismo significa proprio questo: osservare quando il rimanere al lavoro, pur in condizioni di salute compromesse, produce effetti che vanno ben oltre la giornata “passata”.
Il presenteismo non è sinonimo di assenteismo “da correggere” o “da promuovere”, ma rappresenta uno spazio delicato tra due estremi. Il punto centrale riguarda la salute e la capacità di rendimento: quando la condizione fisica o psicologica interferisce in modo significativo, la presenza diventa una scelta che può sostenere il problema invece di risolverlo.
presenteismo: che cos’è e perché è difficile da riconoscere
Il presenteismo consiste nel recarsi al lavoro nonostante condizioni di salute, fisiche o psicologiche, che riducono in maniera rilevante la capacità di rendimento. Può assumere forme diverse: fisico quando si lavora con influenza o con dolori cronici; psicologico quando si opera sotto il peso di depressione o burnout; da disimpegno quando si è presenti col corpo ma mentalmente assenti.
Uno dei tratti più insidiosi è la invisibilità. L’assenteismo produce segnali misurabili e immediati; il presenteismo, invece, tende a mimetizzarsi e può perfino essere scambiato per dedizione o forte attaccamento al lavoro.
storie di presenteismo: quando la salute paga il prezzo
roberto e la cervicobrachialgia cronica sul lavoro
Roberto, cinquanta due anni, capo reparto in un’azienda metalmeccanica, lavora da anni con una cervicobrachialgia cronica, ignorando i consigli del medico. Il rimanere in postazione si lega a più fattori: il reparto risulta sottorganico, il suo capo non si è mai assentato e l’identità di Roberto si è progressivamente fusa con il ruolo.
Nel tempo la situazione peggiora: i tempi di esecuzione si allungano e gli errori aumentano. Il costo complessivo per l’azienda non coincide con l’assenza non effettuata: il presenteismo, secondo la ricostruzione, costa molto più di una settimana di malattia gestita in modo appropriato.
chiara e il disagio psicologico che non ha “soglie” sociali
Chiara, trentasei anni, educatrice in una cooperativa per minori, da mesi convive con nebbia mentale, insonnia e pianto prima di entrare al lavoro. Non prende giorni di malattia perché il disagio psicologico, a differenza della febbre, non presenta una soglia socialmente riconosciuta oltre la quale sia “permesso” fermarsi.
Quando la coordinatrice la convoca per un errore nella documentazione di un caso, la fragilità è già diventata un fattore decisivo: nel periodo precedente, decisioni cliniche venivano prese da una professionista in condizione di vulnerabilità.
presenteismo e dati economici: impatto sulla salute e sui costi
In Italia, uno studio su 652 infermieri evidenzia livelli elevati di presenteismo con un rendimento significativamente compromesso. L’Osservatorio dell’Università di Milano-Bicocca riporta che un insegnante su cinque ha lavorato in cattivo stato di salute più di cinque volte l’anno.
A livello internazionale, il dato più rilevante viene dal Giappone: il presenteismo legato alla salute mentale costerebbe 46,7 miliardi di dollari ogni anno, con un rapporto di 25 a 1 rispetto all’assenteismo. Nel Regno Unito, dei 30 miliardi di sterline di incremento dei costi sanitari legati al lavoro dal 2018, solo 5 sarebbero dovuti a giornate di malattia effettiva; il resto ricadrebbe sul presenteismo.
Lo studio finlandese di Kivimäki e colleghi suggerisce inoltre un nesso forte: chi non si era mai assentato per malattia in tre anni avrebbe il doppio della probabilità di sviluppare gravi problemi cardiaci. Il quadro complessivo indica che il corpo “registra” il costo nel tempo, con conseguenze considerate salate.
presenteismo da remoto: l’apparenza di disponibilità senza tregua
La diffusione del lavoro da remoto non elimina il fenomeno: lo trasforma. Con quasi 4 milioni di lavoratori da remoto in Italia, il presenteismo assume forme nuove. Si parla di iperconnessione compulsiva, come rispondere alle mail la sera o controllare la chat durante le vacanze. Esiste anche il presenteismo da dimostrazione: fingersi occupati per rassicurare i superiori, con un comportamento ammesso dal 36% dei lavoratori da remoto.
Rientra nella categoria anche il presenteismo da malattia remota: continuare a lavorare perché “tanto sono già a casa”, impedendo di fatto la guarigione.
conseguenze del presenteismo: dal deterioramento personale al danno collettivo
Il presenteismo innesca una cascata di conseguenze. I presenteisti di oggi diventano gli assenteisti di domani: chi si reca al lavoro malato per più di cinque giorni l’anno avrebbe una probabilità significativamente più alta di restare assente per oltre trenta giorni nei diciotto mesi successivi.
La ricaduta coinvolge anche il gruppo. Un solo dipendente malato al lavoro può dimezzare la capacità produttiva del team attraverso contagio ed effetto moltiplicatore. La dimensione psicologica è descritta come bidirezionale: ansia o depressione rendono più incline al presenteismo, mentre il presenteismo accelera il deterioramento del benessere mentale.
cultura del lavoro e regole implicite: quando la resistenza diventa norma
Il cuore del problema è una cultura che confonde la resistenza fisica con la professionalità. Quando dirigenti lavorano malati, si stabilisce una norma implicita che influenza l’intero gruppo. In parallelo, politiche antiassenteismo rigide possono scoraggiare qualsiasi assenza, anche quella necessaria.
In settori come sanità e istruzione, la responsabilità può diventare una trappola: non ci si assenta non perché si stia bene, ma per paura di ciò che potrebbe accadere se non ci si presentasse.
affrontare il presenteismo: riconoscere la competenza di sapersi fermare
Per affrontare il presenteismo è necessario un cambiamento profondo: ridimensionare l’idea di chi non si ferma mai e riconoscere come parte della competenza anche la capacità di fermarsi quando serve. Non è un tema marginale, perché viene descritto come una necessità economica, organizzativa e, soprattutto, umana.
Nominativi citati:
- Roberto
- Chiara
- Kivimäki

