Mediatori modello messico per fermare rivolte e omicidi in carcere

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Mediatori modello  messico per fermare rivolte e omicidi in carcere

In un sistema dove la tensione rischia di esplodere a ogni momento, la gestione del conflitto diventa una questione di sicurezza e di futuro. Javier Vidargas, impegnato in un percorso di mediazione tra pari nato in Messico, sostiene che la riduzione della violenza non dipenda solo dall’imposizione delle regole, ma dalla costruzione di condizioni in cui il confronto possa avvenire senza degenerare. Il tema centrale è chiaro: quando oppressione e disprezzo caratterizzano l’esperienza carceraria, rancore e odio tendono a rafforzarsi, trasformando gli spazi di detenzione in luoghi capaci di amplificare il problema.

mediazione tra pari in carcere: come nasce e cosa mira a impedire

La convinzione di Javier Vidargas si è sviluppata nel Centro di reinserimento sociale di Hermosillo, nello stato messicano di Sonora. In quell’area penitenziaria, descritta come tra le più violente al mondo, sono presenti episodi quotidiani di rivolte, morti e feriti, con anche casi estremi come l’uccisione di un direttore. In questo contesto, dal 2004 Vidargas coordina un progetto di mediazione tra pari, affidato a detenuti formati per fermare risse e separare le parti, accompagnandole al confronto prima che il conflitto diventi sangue.

harmosillo e l’approccio umanistico: filosofia, conflitto e negoziazione

Vidargas è laureato in filosofia e ha lavorato sullo sviluppo umano, sul conflitto e sulla negoziazione, prima in ambito aziendale e poi in carcere. L’incontro di Genova, a margine del seminario nazionale Spark organizzato dall’associazione San Marcellino, ha messo in evidenza una continuità di metodo: il percorso non nasce da uno sguardo esclusivamente criminologico, ma dalla centralità della persona. La formazione è descritta come orientata al riconoscimento del diritto al rispetto anche in presenza di storie difficili, dolorose e segnate da condotte gravemente problematiche.

mediazione in concreto: trasformare il conflitto in dialogo

Quando viene chiesto cosa significhi fare mediazione in carcere, la risposta è netta: creare le condizioni affinché il conflitto non diventi violenza. L’obiettivo è impedire che discussioni nate per motivi quotidiani, come fila del cibo, accesso al bagno, offese o debiti, possano degenerare in risse o accoltellamenti.

risultati della mediazione tra pari: dalla formazione al ridimensionamento della violenza

All’arrivo a Hermosillo, la situazione viene descritta come talmente critica da rendere quasi impossibile avviare corsi, laboratori, sport o lavoro: prima occorre pacificare il contesto. La scelta di formare mediatori tra pari, in un ambiente segnato da regole rigide e pregiudizi sul ruolo, inizialmente appare come un azzardo. Viene ricordato che ai mediatori veniva richiesto di essere laureati in legge e che veniva contestata l’idea di mediatori “inadeguati”, mentre nel progetto sono entrate persone con solo la scuola secondaria che, comunque, sono state rese capaci di svolgere il ruolo.

Il programma prevede circa 130 ore d’aula distribuite in sei mesi e include laboratori pratici. L’effetto non è presentato come una scomparsa totale della violenza: urti e antagonismi continuano a esistere. La differenza principale sta nel fatto che la violenza smette di dominare completamente la vita del carcere. Con l’inserimento dei mediatori si osserva una riduzione del livello di violenza quotidiana, rendendo possibili percorsi educativi, lavorativi, culturali e anche relazioni familiari.

perché l’approccio funziona: negoziazione da pari a pari e riconoscimento del ruolo

La spiegazione ruota attorno alla struttura del sistema. L’approccio tradizionale è descritto come verticale, con autorità e subordinazione. L’impostazione proposta da Vidargas riconosce invece che, anche se violenta, la comunità penitenziaria è comunque una comunità, in cui servono negoziazioni da pari a pari. Nel percorso descritto, i detenuti iniziano a comprendere che il conflitto può essere risolto anche attraverso dialogo. Il ruolo dei mediatori viene riconosciuto perché serve a fermare i conflitti e a portare alla direzione bisogni che altrimenti resterebbero sommersi.

evitare nuove gerarchie criminali: servizio, esempio e supervisione

Il riconoscimento dei mediatori viene accompagnato da vincoli chiari. Viene affermato che un mediatore non può presentarsi come tale e poi usare violenza, ricatto o intimidazione nel proprio ambiente di riferimento. Il ruolo è definito come di servizio e si basa su esempio e supervisione. Inoltre, spesso i mediatori fanno emergere bisogni legati a componenti psichiatriche, psicologiche, mediche e familiari.

adattamento del modello: “tropicalizado” e implementazione nello stile italiano

Il contesto messicano viene considerato molto diverso rispetto a quello italiano, ma il punto di partenza resta la stessa: si parla di persone. A Bollate il progetto viene descritto come adattato alla realtà italiana e allo stile specifico di quel carcere. In Messico si utilizza un’espressione per indicare che il modello deve essere reso adatto al contesto, senza trasferirlo “tal quale”. La chiave, dunque, è selezionare ciò che ha senso e funziona in quella specifica cornice.

reinserimento sociale e recidiva: il problema dell’etichettamento dopo il carcere

Il riferimento alla Costituzione porta a un tema centrale: le pene dovrebbero tendere al reinserimento sociale, obiettivo che si realizza raramente. La ricaduta sulla recidiva viene collegata a ciò che accade quando la persona esce: se l’individuo viene marchiato in modo definitivo, con etichette come “criminale”, “stupratore” o “omicida”, la narrazione implicita diventa un fallimento preannunciato e una limitazione del possibile cambiamento. Nel ragionamento riportato compare anche un proverbio latinoamericano: chi nasce con inclinazioni sbagliate non raddrizza il proprio tronco. In risposta a quella visione, Vidargas dichiara di non crederci: la persona può cambiare, purché siano create condizioni. Tra queste, la peggiore viene indicata nell’oppressione, perché quando la vita è attraversata da disprezzo si rafforzano rancore e odio. Anche chi ha usato la propria intelligenza per fare danni può imparare a impiegarla in modo costruttivo.

limiti del sistema carcerario: fallimento prima, durante e dopo la detenzione

Le carceri vengono descritte come capaci di trasformarsi in discariche sociali se il sistema fallisce su tre livelli: prima, durante e dopo il carcere. Secondo questa impostazione, manca una prevenzione efficace prima del reato, si lavora male dentro e si fa un ritorno nella società altrettanto difficile. Se questi tre livelli non vengono affrontati insieme, la persona tende a tornare a delinquere. La mediazione, pur incidendo sulla convivenza in carcere, viene indicata come strumento non sufficiente da sola.

politica e strategie: dati invece di percezioni e interventi prima del reato

Sul piano politico, il messaggio è orientato a un cambiamento di impostazione: non inseguire consenso basato sulla percezione, ma lavorare sui dati. Viene definito evidente il fallimento della strategia adottata in Messico e in Italia: repressione, sovraffollamento e la pretesa di ridurre il comportamento delittuoso tramite il carcere. Costruire più carceri viene presentato come insufficiente, con un’analogia legata alla pandemia: invece di ridurre il contagio e cercare cure efficaci, si finirebbe per limitarsi a costruire ospedali. Il punto sostanziale diventa chiedersi come evitare la malattia. Nel caso del delitto, l’impostazione suggerita riguarda interventi prima, dentro la famiglia, la scuola e la comunità, con focus sui giovani. Quando il reato si concretizza, l’intervento viene indicato come più difficile e più costoso.

mediazione comunitaria tra pari a milano-bollate: contesto italiano e continuità operativa

Il progetto descritto si collega anche a Milano-Bollate, dove dal 2015 è attiva una mediazione comunitaria tra pari ispirata al modello di Hermosillo. Durante l’evento di Genova, la partecipazione di operatori del carcere femminile di Milano-Bollate rafforza la continuità tra sperimentazioni in contesti diversi, mantenendo l’idea che i principi vadano riconosciuti e adattati senza replicare rigidamente lo stesso schema.

figure citate:

  • Javier Vidargas
Detenuti-mediatori per fermare rivolte e omicidi, dal Messico il modello contro la violenza in carcere: “La repressione crea rancore e alimenta il crimine”
Categorie: Cronaca

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