Guerra all’Iran e Arabia Saudita: perché si stanno allontanando Stati Uniti

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Guerra all’Iran e Arabia Saudita: perché si stanno allontanando  Stati Uniti

L’andamento del conflitto nel Medio Oriente sta ridefinendo alleanze e priorità, con ricadute dirette sulle scelte operative degli Stati Uniti nel Golfo. Al centro delle dinamiche emerge una frattura crescente tra Washington e Arabia Saudita, mentre gli Emirati Arabi Uniti acquistano un peso sempre più determinante nel supporto alle iniziative americane. Lo scenario viene collegato alla sospensione dell’operazione Project Freedom nello Stretto di Hormuz e all’intensificarsi delle azioni militari della Repubblica Islamica.

project freedom e lo stretto di hormuz: perché l’operazione viene sospesa

La sospensione dell’operazione americana Project Freedom nello Stretto di Hormuz viene ricondotta al ruolo dell’Arabia Saudita. In un periodo in cui Riyad era considerato un alleato centrale degli Stati Uniti nel Golfo e un avversario dell’Iran sul piano della leadership regionale, la sua posizione risulta progressivamente meno disponibile sul piano pratico.

Secondo l’analisi citata, l’Arabia Saudita, anziché muoversi come piattaforma operativa, finisce per diventare un ostacolo alle ambizioni belliciste di Washington e Israele, soprattutto negando l’utilizzo delle proprie basi per sostenere l’operazione.

emirati arabi uniti come partner sempre più affidabile per gli usa

Nel quadro delineato, le azioni militari dell’Iran si concentrano soprattutto sugli Emirati Arabi Uniti, mentre gli Emirati acquisiscono la capacità di proporsi come partner più allineato con gli interessi statunitensi. Il ragionamento messo in evidenza collega questa evoluzione anche a una maggiore centralità diplomatica e operativa degli Emirati per la Casa Bianca.

gli emirati vs l’Arabia Saudita: rapporti stretti e disponibilità operativa

La domanda sulla possibilità che gli Emirati stiano diventando il principale alleato americano nell’area viene affrontata con una valutazione prudente, fondata però sulla constatazione che i legami tra Stati Uniti e Emirati risultano in questo momento molto stretti e forti.

Viene inoltre richiamato un legame significativo anche con il Qatar, pur sottolineando che, in quel preciso contesto, l’amministrazione statunitense darebbe priorità ai rapporti con gli Emirati rispetto ad altri paesi del Golfo.

un quadro regionale guidato anche da differenze interne al golfo

Nel quadro descrittivo, emergono differenze tra attori regionali: l’Oman risulta meno allineato, mentre Arabia Saudita, Kuwait e Qatar vengono collocati su posizioni definite come intermedie. La disponibilità degli Emirati, invece, viene indicata come un fattore determinante, anche per via del modo in cui gli equilibri vengono gestiti rispetto alla guerra all’Iran.

arabia saudita e trump: dall’influenza iniziale alle esitazioni attuali

Il rapporto tra Arabia Saudita e Stati Uniti, legato in modo particolare al periodo legato a Donald Trump, viene ricostruito con elementi storici di forte simbolicità e sostanza economica. Si ricorda che Riyad fu la prima destinazione ufficiale di Trump all’estero, scelta descritta come inusuale, con la rappresentazione politica di un legame diretto tra il tycoon e figure di rilievo egiziane e saudite.

Viene inoltre citato un gigantesco accordo commerciale nel campo della difesa siglato con la monarchia degli Al Saud, insieme alla prosecuzione dell’impegno politico durante il secondo mandato con visite nel Golfo a Riyad, Doha e Abu Dhabi.

mohammad bin salman e la capacità di influenzare la casa bianca

Durante la visita del maggio 2025, viene indicato che Mohammad bin Salman riuscì a convincere Trump ad incontrare e accogliere politicamente il nuovo presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Questo elemento viene utilizzato per spiegare come, fino ad allora, l’influenza saudita su Trump fosse percepita come molto forte.

Il punto centrale, però, riguarda il fatto che la volontà del presidente di portare avanti una guerra, qualunque fosse il suo obiettivo, finisce per convergere soprattutto con gli interessi di Israele e degli Emirati. La valutazione evidenzia che gli Emirati avrebbero sostenuto il conflitto con continuità, mentre l’Arabia Saudita avrebbe mantenuto un atteggiamento più esitante e più orientato verso posizioni di neutralità.

preoccupazioni saudite su sicurezza e ripercussioni regionali

In merito alle reazioni saudite, viene riportato che in un primo momento Riyad avrebbe condannato gli attacchi iraniani. In parallelo, emergerebbe però una preoccupazione per possibili ripercussioni, anche nel Mar Rosso, in un contesto in cui si era ipotizzato il coinvolgimento di un blocco iraniano con il supporto degli Houthi.

Da qui la scelta di tenersi fuori, con l’effetto di rendere la posizione saudita un elemento valutato da Trump in termini di affidabilità e capacità di supporto.

gaza e frattura nei rapporti: dal 7 ottobre 2023 al deterioramento progressivo

Il cambiamento nei rapporti viene collegato anche all’evoluzione della guerra a Gaza. Si richiama un passaggio che parte dai negoziati per l’accoglienza di Riyad negli Accordi di Abramo e subisce uno stop dopo il 7 ottobre 2023. Da quel momento, viene indicato un deterioramento graduale del rapporto.

bombardamenti a gaza come punto di svolta senza rottura definitiva

Il 7 ottobre 2023 viene considerato uno dei punti di svolta, ma non l’unico fattore d’origine. Si afferma che gli anni di guerra a Gaza hanno reso difficile all’Arabia Saudita prendere in considerazione la normalizzazione

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