Violenza di genere coloni e soldati israeliani costringono i palestinesi a lasciare le proprie case

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Violenza di genere coloni e soldati israeliani costringono i palestinesi a lasciare le proprie case

Tra gli eventi di guerra e le aggressioni armate, in Cisgiordania emergono anche dinamiche che incidono direttamente sulla sicurezza personale e sull’integrità delle persone, con un impatto particolarmente grave sulle donne e sulle ragazze. Un report approfondito dei ricercatori documenta come le violenze di genere, le molestie e le minacce a sfondo sessuale contribuiscano a spingere gli sfollati ad abbandonare le proprie case, all’interno di un quadro in cui vengono segnalate discriminazione sistematica e impunità generale.

violenza sessuale e trasferimenti forzati in cisgiordania: il report

Lo studio, intitolato “Violenza sessuale e trasferimenti forzati in Cisgiordania”, è stato realizzato dal West Bank Protection Consortium. Il consorzio riunisce cinque organizzazioni non governative internazionali con a capo il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), realtà che assiste persone costrette a fuggire dalle zone in cui vivono.

Le analisi, articolate in 30 pagine, descrivono un’evoluzione delle violenze nell’Area C della Cisgiordania a partire dall’ottobre del 2023. Il lavoro evidenzia come, in numerosi casi, siano proprio donne e ragazze a pagare il prezzo più alto di abusi e intimidazioni.

violenza di genere e molestie: modalità segnalate dai ricercatori

Secondo le organizzazioni coinvolte, i casi raccolti non sarebbero episodi isolati: sarebbero inseriti in una strategia di pressione sulla popolazione. Le segnalazioni includono perquisizioni corporali invasive e umiliazioni pubbliche, fino a diffusioni di immagini di nudità sottratte con la forza. In alcune situazioni le persone sarebbero state costrette a spogliarsi in pubblico.

Tra le denunce riportate compaiono anche episodi descritti come comportamenti umilianti nei confronti di altre persone: alcuni palestinesi avrebbero segnalato coloni che urinano addosso mentre altri subiscono molestie. Vengono citate inoltre incursioni nei villaggi con comportamenti esibizionistici, incluso scoprirsi i genitali.

minacce a donne e ragazzi e mancata protezione

Lo studio pone l’attenzione anche sulle minacce rivolte a donne e ragazzi. Quando non vengono indicati come direttamente responsabili, le forze israeliane non fermeranno le violenze, non impedirebbero gli abusi e non procederebbero a indagini efficaci dopo l’accaduto, secondo quanto riportato nel documento.

testimonianze: ordini di spogliarsi, perquisizioni e insulti

Nelle testimonianze raccolte, una donna racconta che due soldatesse le hanno ordinato di spogliarsi e l’hanno sottoposta a una perquisizione completa mentre era nuda. Nel racconto risultano elementi specifici: l’essere stata costretta ad aprire le gambe, il riferimento a tocchi nelle parti intime e la presenza di commenti denigratori.

Un’altra denuncia, relativa a Susiya, descrive che coloni avrebbero spinto una donna contro il muro di casa sua davanti ai suoi figli, accompagnando il gesto con insulti a sfondo sessuale. La denuncia collega l’episodio a ripetuti attacchi con l’obiettivo di intimidire i residenti e costringerli ad abbandonare le terre.

quadro complessivo: pressione, sottostima e strumento coercitivo

Le testimonianze documentate sono sedici e riguardano violenze sessuali attribuite a coloni e soldati israeliani. Le organizzazioni segnalano però che il numero reale potrebbe essere più alto, poiché diversi episodi resterebbero non denunciati per vergogna, e quindi sottostimati.

Oltre ai singoli atti, lo studio descrive un insieme più ampio di molestie, intimidazioni e umiliazioni a sfondo sessuale, capaci di incidere sulle scelte delle famiglie. Oltre il 70% delle famiglie sfollate intervistate dichiara che l’aumento delle violenze è stato un fattore determinante nella decisione di lasciare il proprio villaggio.

Nei casi documentati, la violenza viene descritta come strumento coercitivo che entra nello spazio domestico, frammenta la vita familiare e rende insostenibile la permanenza in ambito civile. Lo studio sottolinea anche il collegamento tra l’impossibilità di restare e la qualificazione dello sfollamento: quando le persone sono costrette ad abbandonare le proprie case perché rimanervi diventa impossibile, lo spostamento può configurarsi come trasferimento forzato secondo il diritto umanitario internazionale.

matrimoni precoci e ricadute quotidiane: effetti sulle vite

Le conseguenze descritte non si limitano alla violenza in sé. La paura legata a ulteriori aggressioni porta le famiglie ad adottare misure di protezione, con ricadute anche sulle relazioni familiari e sull’accesso all’istruzione.

Lo studio riporta l’aumento dei matrimoni precoci, con ragazze tra 15 e 18 anni. La scelta sarebbe imposta dai genitori nella speranza che, sposandosi, le ragazze risultino meno esposte ai pericoli. Gli intervistati descrivono il matrimonio come una scelta dolorosa maturata sotto paura: le ragazze avrebbero la tendenza ad abbandonare la scuola e alcune a trasferirsi in città lontane.

Il matrimonio infantile, pur colpendo principalmente le ragazze, viene indicato come elemento che aumenta indirettamente anche la pressione sui ragazzi: alcuni potrebbero essere costretti ad assumere responsabilità economiche in età considerata infantile.

metodologia del lavoro di ricerca: interviste e gruppi di discussione

Il lavoro sarebbe stato svolto l’anno scorso attraverso interviste approfondite a 44 donne e 39 uomini. La raccolta delle informazioni include anche 12 gruppi di discussioni organizzati in 10 comunità palestinesi distribuite lungo la valle del Giordano, sulle colline a sud di Hebron e nella zona centrale della Cisgiordania.

Nel complesso, le prove presentate mostrano come la violenza a sfondo sessuale venga utilizzata per esercitare pressione sulle comunità, influenzare le decisioni sul rimanere o abbandonare case e terre e modificare le abitudini di vita quotidiana.

“I coloni e i soldati israeliani usano le violenze di genere e le molestie per spingere i palestinesi ad andarsene”

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