Tre anni di guerra in sudan: essere medico oggi significa sopravvivere e curare, testimonianza di jamila

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Tre anni di guerra in sudan: essere medico oggi significa sopravvivere e curare, testimonianza di jamila

Una guerra appena iniziata riesce a trasformare la distanza tra un medico e un paziente in una barriera politica, capace di bloccare soccorsi e decisioni fino a rendere impossibile muoversi. A Khartoum, nel contesto dell’escalation militare, la testimonianza di una dottoressa di Medici Senza Frontiere (Msf) descrive l’urgenza sanitaria spezzata dalla pericolosità delle strade e dalla rapidità con cui gli attacchi cambiano la realtà sul terreno.

Nel racconto emerge il momento in cui arrivano richieste di aiuto, ma i mezzi e i team non riescono a partire: quando un edificio viene colpito, i feriti cercano assistenza, i medici sono pronti, le ambulanze restano immobili. Il problema non riguarda la disponibilità clinica, bensì la capacità di raggiungere i pazienti in sicurezza.

guerra in sudan e blocco dei soccorsi: distanza politica tra medico e paziente

Alla centrale operativa delle ambulanze a Bahari, Khartoum settentrionale, la dottoressa racconta che dopo un bombardamento l’improvvisa instabilità della zona impedisce qualsiasi movimento. Le persone fuggono in pochi minuti, alcune braccia trascinano corpi feriti chiedendo aiuto, mentre medici e ambulanze restano preparati ma non possono partire: le strade diventano troppo rischiose e ogni spostamento può significare la perdita di vite.

Jamila, dottoressa per Msf a Khartoum, spiega che negli ultimi tre anni il ruolo medico in Sudan va oltre la cura clinica: significa rispondere alle chiamate d’aiuto sapendo che il contatto telefonico non garantisce l’arrivo sul posto. In quel passaggio, la funzione professionale non riesce a tradursi in azione, con la conseguenza che i pazienti più bisognosi restano dall’altra parte del telefono.

A partire da aprile 2023, la guerra ha prodotto un’ondata di sfollamenti: quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, molte più volte, con la perdita dei beni essenziali. Nel periodo descritto, più di 2.000 persone risultano uccise e 720 ferite in 213 attacchi contro strutture sanitarie in tutto il paese.

attacchi alle strutture sanitarie: conseguenze misurate su scala nazionale

Secondo l’Oms, nel 2025 in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Parallelamente, Msf ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, contro le strutture supportate e contro le forniture mediche.

La gravità del quadro trova riscontro anche nelle operazioni sul campo: anche quando esistono scorte e personale, la possibilità di intervenire dipende dalla sicurezza del contesto. La logistica medica diventa instabile, e l’impossibilità di spostarsi trasforma la gestione dell’emergenza in una sequenza di scelte condizionate dal rischio.

khartoum sotto pressione: rientro e gestione delle cure durante l’emergenza

La dottoressa ricorda un periodo in cui le Forze di Supporto Rapido (Rsf) avanzavano strada per strada. Durante quel movimento, i timori legati alle violenze, in particolare quelle sessuali, non restano confinati a racconti lontani: con l’avanzamento verso Khartoum, diventano rischi concreti e immediati.

In quelle circostanze, il team rimane intrappolato nella base delle ambulanze per tre giorni prima dell’evacuazione. Tuttavia, non tutti riescono a lasciare la città. Restano persone che richiedono assistenza, pazienti da curare e vite da salvare. Per questo Jamila e il team decidono di tornare.

Nel rientro, la dottoressa sottolinea che la scelta di rimanere non nasce da un’astrazione, ma da un’esigenza professionale e umana: i primi giorni a Khartoum non permettono la continuità dei sistemi sanitari come avviene in condizioni ordinarie. Per settimane, l’attività viene tenuta insieme con quasi nulla: improvvisando, razionando le scorte e adottando scelte impossibili per mantenere le cure possibili.

Quando Msf interviene a supporto dell’ospedale, si avverte un cambiamento progressivo: le scorte diventano più affidabili e l’assistenza si struttura maggiormente, fino a garantire un sostegno che consente di continuare. L’effetto descritto è quello di una presenza che permette di trasformare la sola sopravvivenza operativa in una capacità più organizzata di rispondere alle urgenze.

risultati di msf nel 2025: assistenza, emergenze e programmi nutrizionali

cura delle vittime di violenza e servizi di emergenza

Nel 2025, i team di Msf riportano di aver curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica, includendo feriti da arma da fuoco. Nello stesso periodo, vengono fornite oltre 250mila visite mediche di emergenza e realizzate più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale.

ricoveri pediatrici e malnutrizione acuta

Oltre alla componente di emergenza legata alle violenze, i dati del 2025 includono anche i percorsi nutrizionali ospedalieri: più di 15mila bambini sotto i 5 anni risultano ricoverati nei programmi nutrizionali di Msf a causa di malnutrizione acuta.

continuità operativa nonostante i rischi: paura, esaustione e cure possibili

La dottoressa chiarisce che i rischi non scompaiono: la guerra non si interrompe. La differenza, nel racconto, è la perdita dell’isolamento totale. I primi giorni a Khartoum vengono descritti come una questione di survival per pazienti e operatori. Paura, stanchezza e dubbi sull’operatività convivono con la decisione di restare, sostenuta dall’arrivo continuo di pazienti.

Pur senza garantire la possibilità di salvare tutti, l’attività clinica continua a permettere di salvare qualcuno, con l’idea che la presenza e la continuità dell’assistenza possano mantenere vivo l’intervento dove sarebbe altrimenti destinato a interrompersi.

personaggi e figure citate

  • Jamila, dottoressa per Msf a Khartoum (nome modificato per garantire sicurezza e privacy)
Tre anni di guerra in Sudan: qui essere dottore va ben oltre la medicina – la testimonianza di Jamila

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