Ricerca universitaria rischio di concludersi nel vuoto in italia e perché non deve succedere
Un percorso accademico può sembrare lineare fino a quando non incontra il meccanismo delle selezioni: prove, commissioni, confronti e criteri che trasformano l’attesa in una verifica serrata. In un’esperienza personale raccontata con precisione, il passaggio tra convocazione e giudizio finale mette in luce non soltanto dinamiche di concorrenza, ma anche un elemento più profondo: il modo in cui viene valutata la produzione scientifica e ciò che, nel lavoro di ricerca, può essere considerato un rischio accettabile oppure no.
prove concorsuali e produzione scientifica: il confronto tra candidati
Nel ricordo di chi descrive la propria esperienza, due partecipazioni a bandi universitari per insegnante ricercatore si svolgono in atenei del nord Italia, con dipartimenti definiti come di riferimento nazionale. Dopo la selezione dei titoli e la successiva convocazione, viene richiesta una presentazione del percorso accademico, con una discussione legata ai titoli e alla traiettoria formativa svolta principalmente all’estero.
La prima prova si presenta come una sequenza inattesa: la commissione, all’inizio, chiede con gentilezza da dove si provenga e perché si sia lì. La presenza del dossier con l’indicazione dell’ateneo di provenienza del dottorato e la pubblicazione sul sito del Miur chiariscono rapidamente il contesto e l’assenza di incongruenze. Una volta appurata l’adeguatezza, arrivano complimenti sul percorso e sulla giovane età, seguiti da una spiegazione netta: la produzione scientifica presentata non sarebbe risultata al livello dell’altro candidato.
La differenza viene collegata a un dato concreto: il collega dispone di più pubblicazioni. Terminato l’incontro, la persona interessata conclude la prova e torna a svolgere attività a Parigi, dove già insegna. L’anno successivo riprova in un altro contesto, con un nuovo confronto in una sala d’attesa condivisa con una sola collega. Qui la sorpresa non sussiste: si trasforma piuttosto in una sensazione di vergogna legata al confronto, poiché emergono di nuovo elementi numerici e qualitativi associati all’altro candidato.
differenze emerse nella valutazione: pubblicazioni, titoli e collaborazione
Nella seconda occasione descritta, l’altro candidato risulta avere un profilo più robusto sotto più aspetti: più pubblicazioni, più congressi e più titoli. La comparazione include anche il tipo di attività formativa e organizzativa: viene indicato che ha sostenuto tesi magistrale e tesi di dottorato e che ha organizzato convegni con il direttore del dipartimento.
Un ulteriore elemento riguarda la rete di collaborazione nella produzione scientifica: viene ricordato un elenco rilevante di articoli scritti con il direttore di dipartimento, in qualità di coautore, con contributi in primo o secondo autore. Il racconto sottolinea la conseguenza pratica: la selezione sembra premiare una disponibilità di output e connessioni accademiche già consolidate.
Il risultato dell’esperienza porta a una considerazione di ritorno alle origini: si rientra nel proprio percorso di partenza dopo aver osservato che la differenza sostanziale non riguarda soltanto la qualità percepita, ma l’insieme di quantità di lavori, attività e posizionamento.
ricerca scientifica e accettazione del rischio di fallimento
La riflessione successiva sposta il focus dalla dimensione relazionale dei concorsi a una tesi generale sulla ricerca. Il punto centrale non riguarda unicamente clientelismo o connivenze: viene affermato che dinamiche analoghe possono presentarsi anche all’estero. L’attenzione viene indirizzata su una “banalità” che riguarda il cuore dell’attività scientifica: per fare ricerca e produrre nuova conoscenza, occorre accettare di perdere qualcosa.
Nel lavoro di ricerca si deve considerare concreta la possibilità che il percorso possa non rendere nulla. La ricerca è descritta come tale solo se si accetta preventivamente che possa non arrivare a esiti utilizzabili. Da qui derivano gioie e dolori, riconosciuti come parti costitutive dell’attività.
La condizione posta come fondamentale è l’esistenza di un margine di esito negativo: la ricerca deve avere la possibilità di concludersi nel vuoto oppure in un prodotto non sfruttabile. Vengono inoltre richiamati i costi potenzialmente “bruciabili” senza ritorno utile: investimenti, denaro e tempo possono finire per non produrre benefici concreti. L’eventualità viene definita come estremamente realistica.
università italiana e rifiuto dell’esito non utile: effetti sul metodo
Secondo la ricostruzione proposta, la questione dell’università italiana nasce proprio da un rifiuto: esisterebbe una negazione categorica dell’ipotesi che la ricerca possa non portare risultati utili. Viene evidenziato il prezzo di tale rifiuto, espresso come un continuo inseguimento di concetti elaborati da altri, senza generare realmente nuova produzione.
Se la ricerca italiana si orienta verso l’estero, non sarebbe dovuto a una maggiore bravura dei soggetti, ma al fatto che la ricerca si alimenta di alterità, ovvero di pensieri autenticamente diversi, confronto e dialogo con altri. In questa cornice, le università estere vengono descritte come meno gravate da questo rifiuto, con maggiore disponibilità ad accogliere l’alterità e, in alcuni casi, a permetterne lo sviluppo in ambito scientifico.
Accanto al tema dei finanziamenti, viene indicata anche una carenza: un deficit di credito di fiducia. La fiducia viene collegata alla capacità di sostenere percorsi in cui l’esito potenzialmente inutile è considerato parte integrante del lavoro scientifico.
blog “sostenitore” e contributo dei lettori alla community
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Personaggi citati:
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