Pressione fiscale ai massimi anni: ultimo trimestre 2025 al 51,4%

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Pressione fiscale ai massimi  anni: ultimo trimestre 2025 al 51,4%

Il quadro economico segnala un aumento della pressione fiscale che si riflette sui redditi e sul potere d’acquisto delle famiglie. I dati richiamati indicano livelli record da oltre dieci anni, accompagnati da segnali di rallentamento sul fronte della disponibilità economica e dei consumi, mentre il dibattito politico si concentra su cause e possibili interventi.

pressione fiscale in aumento: dati istat ai massimi

Secondo l’istat, la pressione fiscale continua a crescere fino a raggiungere valori ai massimi da oltre dieci anni. Nel 2025 si arriva al 43,1% e, nell’ultimo trimestre dell’anno, la quota sale fino al 51,4%. Il peso delle imposte sul reddito non era a questi livelli dal 2014.

Per rendere più immediata la dimensione del fenomeno, viene indicato che, per ogni 100 euro di Pil, l’erario incassa poco meno di 52 euro.

reddito disponibile e potere d’acquisto delle famiglie

Le ultime statistiche riportano anche un rallentamento del reddito disponibile e del potere d’acquisto. Nell’intero anno, il reddito disponibile cresce del 2,4%, mentre il potere d’acquisto aumenta dello 0,9%, con incrementi inferiori rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo trimestre, invece, gli indicatori finiscono in territorio negativo.

variazioni trimestrali: reddito, consumi e potere d’acquisto

Nel dettaglio, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici registra una riduzione dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi aumentano dello 0,5%. La propensione al risparmio si attesta al 7,8%, con una contrazione di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il potere d’acquisto, infine, diminuisce dello 0,8% rispetto al trimestre precedente.

ragioni dell’aumento secondo il governo

Fonti del governo motivano l’ulteriore crescita della pressione fiscale richiamando la linea già espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La spiegazione si fonda sulla crescita dell’occupazione, che determinerebbe un aumento del numero di persone che pagano le tasse. In parallelo, viene sottolineato che la riforma fiscale avrebbe l’obiettivo di ridurre la tassazione.

critiche dell’opposizione: pressione fiscale e redditi

L’opposizione interpreta i dati in modo opposto, collegando l’aumento della pressione fiscale a una perdita di dinamica economica per le famiglie. Secondo Nicola Fratoianni (Verdi-Sinistra), un Paese in cui sale la pressione fiscale e diminuisce il reddito delle famiglie si trova in difficoltà. La lettura viene ripresa anche da Mariolina Castellone (M5s), che parla di fallimento delle politiche economiche del Governo.

spiegazione dell’economista Carlo Cottarelli: cause e meccanismi

Carlo Cottarelli, intervistato dall’Ansa, descrive l’aumento come “a sorpresa” e riconduce il fenomeno a diversi fattori. Il primo elemento citato è il fiscal drag, ovvero il drenaggio fiscale: quando aumentano i redditi lordi, ma non vengono adeguati detrazioni e scaglioni dell’Irpef, una parte della crescita finisce per essere assorbita dal sistema impositivo. Cottarelli aggiunge che l’effetto è diventato più rilevante con i rinnovi dei contratti di lavoro.

Viene poi richiamata una componente collegata alla tassazione dei prodotti finanziari e all’andamento della Borsa, che nel 2024 è stato descritto come molto positivo. L’economista segnala inoltre un fattore non previsto nella misura indicata, collegato all’onda lunga della riduzione dell’evasione fiscale, resa possibile anche da elementi come fatturazione elettronica e maggiore diffusione dei pagamenti elettronici dopo la pandemia di Covid-19. È indicato che nel 2024 si è registrato il sorpasso dei pagamenti con carte rispetto al contante.

intervento sul lato della spesa pubblica

Per ridurre la pressione fiscale, secondo Cottarelli, è necessario agire sul lato della spesa pubblica, considerata troppo elevata. L’indicazione riportata richiama un livello pari al 51,2% del Pil, desunto dagli ultimi dati grezzi dell’istat.

misery index confcommercio: disagio sociale in aumento

Un peggioramento delle condizioni economiche emerge anche dal Misery Index Confcommercio, indicatore del disagio sociale. A marzo l’indice sale a 9,6, con un incremento di sette decimi di punto rispetto a febbraio. La variazione è attribuita all’aumento del tasso di inflazione per i beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto, che passa dal 1,9% di febbraio al 3,1%.

inflazione e scenario internazionale

Secondo l’ufficio studi di Confcommercio, il prolungarsi del conflitto in Iran può creare difficoltà di approvvigionamento e contribuire a un aumento del prezzo degli energetici. In base a questa lettura, ciò rischia di avviare una fase più lunga di ripresa dell’inflazione. Le possibili turbolenze sui prezzi, in un mercato del lavoro descritto da mesi come non particolarmente dinamico, porterebbero a ridurre le già contenute prospettive di crescita.

Personaggi citati:

  • Giorgia Meloni
  • Nicola Fratoianni
  • Mariolina Castellone
  • Carlo Cottarelli
Pressione fiscale ai massimi da oltre 10 anni: nell’ultimo trimestre del 2025 ha toccato quota 51,4 per cento
Categorie: PoliticaEconomia

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