Ndrangheta, la guerra dimenticata del 1992 in Emilia: perché Grande Aracri chiese di uccidere Bellini
Le motivazioni della sentenza depositate dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna hanno definito con precisione il quadro giudiziario relativo agli omicidi di mafia del 1992 commessi in provincia di Reggio Emilia. La pronuncia, collegata a un processo iniziato anni fa e riattivato grazie a nuove dichiarazioni, porta a un inasprimento delle pene: tre ergastoli e una condanna a 18 anni per gli autori ritenuti responsabili di delitti maturati nell’ambito della guerra tra famiglie di ‘ndrangheta tra Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia.
sentenza appello bologna 1992: condanne e inasprimento delle pene
Nel documento di 170 pagine la Corte d’Assise d’Appello riassume le ragioni che hanno portato al risultato finale. Il provvedimento inasprisce le pene per i responsabili degli omicidi riconducibili a eventi del 1992 in provincia di Reggio Emilia.
Le condanne indicate riguardano tre ergastoli attribuiti a Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà e Angelo Greco, oltre a una condanna a 18 anni per Antonio Lerose.
processo riaperto nel 2019: ruolo dei collaboratori di giustizia
L’iter giudiziario prende forma a partire dal 2019, quando il procedimento viene avviato presso il Tribunale di Reggio. La prosecuzione e la riapertura delle attività investigative si collegano alle nuove rivelazioni emerse nell’ambito del processo Aemilia, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese.
La Procura Distrettuale Antimafia, con la sostituta procuratrice Beatrice Ronchi, avvia ulteriori accertamenti e porta a giudizio nomi importanti appartenenti alle famiglie della ‘ndrangheta coinvolte nella dinamica criminale.
condanne nel rito abbreviato e dibattimento
Nel percorso processuale risulta una condanna a 30 anni di carcere nel rito abbreviato nei confronti del capo reggiano Nicolino Sarcone. Per gli omicidi oggetto del procedimento, Grande Aracri, Ciampà, Greco e Lerose affrontano invece il dibattimento.
omicidi del 1992: Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero
Gli imputati rispondono degli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero. Le ricostruzioni fanno riferimento a uccisioni avvenute mediante colpi di pistola:
- Nicola Vasapollo, ucciso alla periferia della città, nella propria abitazione.
- Giuseppe Ruggiero, colpito nel comune di Brescello.
attendibilità dei collaboratori: Valerio e Cortese al centro della ricostruzione
La sentenza poggia in modo rilevante sulla credibilità delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Valerio e Cortese. La motivazione sottolinea che i dichiaranti si sarebbero autoaccusati di fatti per i quali non risultavano in precedenza oggetto di indagine, assumendo così conseguenze penali significative.
cortese: percorso di collaborazione e autoaccuse
Il contributo di Angelo Salvatore Cortese matura nel 2008, quando si trova in carcere per questioni legate alla droga. All’epoca non risulta avere omicidi alle spalle sui quali rispondere nel merito, essendo stato assolto nel processo “Scacco Matto” dall’accusa di partecipazione alla cosca Grande Aracri.
Secondo la motivazione, a spingere Cortese verso la collaborazione sarebbe stato anche il sentimento di frustrazione maturato per il comportamento di Nicolino Grande Aracri, descritto come causa di abbandono della famiglia priva di sostegno nel momento difficile. Successivamente, Cortese si sarebbe autoaccusato di otto omicidi, compresi alcuni per i quali non risultava neppure indagato.
“estate di fuoco” del 1992: omicidio di Rosario Ruggiero “tre dita”
Tra i fatti richiamati, la sentenza segnala un episodio che apre l’“estate di fuoco” del 1992: l’omicidio di Rosario Ruggiero, soprannominato “Tre dita”. La ricostruzione indica che Rosario Ruggiero viene ucciso il 24 giugno nella sua falegnameria a Cutro.
La motivazione collega l’omicidio a una precedente morte: nel 1977 Rosario Ruggiero aveva ucciso Luigi Valerio, padre dell’altro collaboratore Antonio Valerio. Poche settimane dopo, il 13 agosto, scende a Cutro un killer indicato come Paolo Bellini, al soldo dei Vasapollo/Ruggiero, per una vendetta legata a quel decesso.
paolo bellini, vendetta e uccisione di paolino lagrotteria
La vittima dell’azione del 13 agosto è Paolino Lagrotteria, considerato colpevole di avere abbandonato l’amico Raffaele Vasapollo nel 1979 a Reggio Emilia, all’interno della discoteca “Pink Pussy Cat”. All’epoca, insieme a Raffaele Vasapollo, Lagrotteria avrebbe dato fuoco al locale; Vasapollo morì tra le fiamme mentre Lagrotteria sarebbe riuscito a rifugiarsi a Cutro.
La sentenza ricostruisce che tredici anni dopo Lagrotteria viene colpito dalla vendetta commissionata alla “Primula nera”, soprannome di Paolo Bellini. Il bersaglio viene colpito il giorno prima del matrimonio in Calabria tra la figlia del boss Gaetano Ciampà e un membro della famiglia Crivaro, adottante in tenera età della vittima Paolino Lagrotteria. Bellini, nel quadro complessivo, viene indicato anche come condannato all’ergastolo per la strage di Bologna.
vendette incrociate tra famiglie: ciampà, dragone e grande aracri
La risposta criminale delle famiglie richiamate nella motivazione risulta articolata e scandita da date e omicidi. Il testo evidenzia che il 6 settembre 1992, a Cremona, in località Colonie Padane, viene ucciso Dramore Ruggiero, indicato come fratello di Rosario “Tre Dita”.
Pochi giorni dopo, la sentenza ricostruisce due esecuzioni a Reggio Emilia:
- Nicola Vasapollo, ucciso il 21 settembre in pieno giorno nel suo appartamento di via Pistelli, mentre era agli arresti domiciliari.
- Giuseppe Ruggiero, colpito alle 3,30 di notte il 22 ottobre a Brescello, quando aprì la porta di casa ai carabinieri.
La motivazione chiarisce che i killer erano travestiti e sarebbero arrivati su una falsa auto dell’Arma, così da rendere possibile l’esecuzione senza immediata riconoscibilità.
la promessa sui costi della vendetta
Nel quadro della sentenza viene richiamata anche l’idea che la vendetta dovesse essere “da prima pagina”. La motivazione riporta che la famiglia Ciampà avrebbe promesso, anche attraverso un riferimento legato a risorse economiche, che “se servono i soldi, arrivano anche con la betoniera”. L’espressione è utilizzata per descrivere l’impegno e la disponibilità nel sostenere l’azione.
vittorio foschini e collegamenti tra milano ed emilia
La Corte pone in rilievo la rilevanza delle dichiarazioni rese lo scorso anno in aula durante il nuovo appello da un terzo collaboratore: Vittorio Foschini. Il suo ruolo è descritto in relazione a un’appartenenza alla ‘ndrangheta milanese legata ai Coco Trovato e De Stefano.
Foschini avrebbe gestito lo spaccio di droga tra Lecco e Quarto Oggiaro già negli anni Ottanta e, iniziando la collaborazione nel 1995, si sarebbe autoaccusato di diciassette omicidi, tra cui quelli collegati a eventi nelle Colonie Padane, dove, insieme a Dramore Ruggiero, sarebbe stato ucciso per errore anche Antonio Muto.
rapporti con antonio dragone e continuità criminale
Nel racconto riferito in udienza, Foschini avrebbe descritto stretti rapporti tra la sua cosca e il “capoclan in Emilia” Antonio Dragone, indicato come gestore dello spaccio da Parma a Modena. Dopo l’arresto di Dragone, la sentenza riferisce che i rapporti sarebbero proseguiti con l’uomo che ne avrebbe preso il posto, cioè il soprannominato “Mano di Gomma” Nicolino Grande Aracri.
tentativi di uccidere paolo bellini e conferme reciproche
Secondo le motivazioni, Foschini avrebbe acquisito conoscenze sulla ‘ndrangheta emiliana e sulle lotte per il controllo della pianura a sud del Po, richiamando anche il contesto in cui sarebbe stata presente una guerra mafiosa nel territorio lombardo, con numerosi omicidi consumati o imminenti.
La sentenza descrive inoltre come, tramite gli ambienti collegati a Quarto Oggiaro, da Reggio Emilia sarebbero giunte fotografie del killer Paolo Bellini e la richiesta di ucciderlo.
salvatore cortese conferma: asse reggio emilia e milano
Le dichiarazioni vengono ricondotte a ulteriori conferme: Salvatore Cortese avrebbe confermato quanto emerso da Foschini, indicando un asse di collaborazione tra Reggio Emilia e Milano. La motivazione riporta che sarebbero state fatte più occasioni per tentare di uccidere Bellini, con l’invio da parte di Grande Aracri anche di una fotografia a Quarto Oggiaro, perché Bellini si sarebbe rifornito di droga a Milano, dove le piazze principali sarebbero state in mano a uomini legati a Petilia Policastro.
La sentenza riferisce inoltre che Grande Aracri avrebbe accompagnato le foto con una raccomandazione: “Se lo vedete, ammazzatelo. Capito? A questa persona qua, con i ricciolini così…”.
errori del primo grado e riforma in appello
La Corte d’Assise d’Appello di Bologna ritiene che le conclusioni raggiunte dai giudici reggiani nel primo grado non possano essere confermate, poiché fondate su un esame parziale del compendio probatorio. La sentenza di ottobre 2020 viene qualificata come “radicalmente errata” sotto plurimi aspetti, con particolare attenzione all’analisi e al confronto delle dichiarazioni dei collaboratori.
La motivazione chiarisce che, in presenza di divergenze modeste e secondarie, nel giudizio di primo grado si sarebbe scelto di non tenerle adeguatamente in conto. La Corte d’Appello definisce tale impostazione metodologicamente scorretta, indicando che avrebbe portato a svuotare di contenuto il valore complessivo del portato collaborativo.
personaggi citati nelle motivazioni
La ricostruzione delle condanne e delle ricostruzioni narrative richiama diversi nominativi legati alle famiglie, alle vittime e ai collaboratori di giustizia:
- Nicolino Grande Aracri
- Antonio Ciampà
- Angelo Greco
- Antonio Lerose
- Nicolino Sarcone
- Nicola Vasapollo
- Giuseppe Ruggiero
- Nicola Vasapollo
- Rosario Ruggiero detto “Tre dita”
- Paolo Bellini
- Paolino Lagrotteria
- Raffaele Vasapollo
- Dramore Ruggiero
- Gaetano Ciampà
- Antonio Dragone
- Vittorio Foschini
- Antonio Valerio
- Angelo Salvatore Cortese
- Salvatore Cortese
- Antonio Muto
- Luigi Valerio
