Iran e legame con Washington: l’ambiguità che ha trasformato il Paese in un campo di battaglia

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Iran e legame con Washington: l’ambiguità che ha trasformato il Paese in un campo di battaglia

La spirale di attacchi e controattacchi nel Medio Oriente ha coinvolto con crescente intensità anche l’Iraq, trasformando il Paese in un nodo operativo attraversato da pressioni militari provenienti da più direzioni. Aumentano i raid statunitensi e israeliani contro formazioni irachene legate a Teheran, mentre le milizie inquadrate nelle Unità di Mobilitazione Popolare (Pmu) rispondono con droni e missili contro obiettivi americani. Nel frattempo, le istituzioni di Baghdad cercano nuovi strumenti di controllo e risposta, in un equilibrio già segnato da contraddizioni profonde.

bombardamenti statunitensi e israeliani in iraq contro le pmu

Parallelamente agli attacchi che si sono concentrati sul territorio iraniano, si sono intensificati i bombardamenti israelo-americani sull’Iraq. Gli obiettivi indicati riguardano distaccamenti collegati alle Pmu, cioè milizie, soprattutto sciite, considerate alleate di Teheran.

Le operazioni avrebbero colpito in particolare:

  • distaccamenti nella provincia di Baghdad, tra cui Jurf al Sakhar, nel quadrante sud della capitale, indicata come roccaforte di Kataib Hezbollah.
  • distaccamenti nella provincia settentrionale di Nineveh.
  • obiettivi nel sud del Paese.

Jurf al Sakhar viene associata anche a un sospetto rilevante: la circostanza che la zona sarebbe stata dietro il recente rapimento della giornalista Shelly Kittelson.

milizie irachene e attacchi contro obiettivi americani dopo khamenei

Dopo l’assassinio di Khamenei, le milizie irachene avrebbero avviato formalmente una partecipazione al conflitto regionale, secondo una dinamica accostata a quanto avvenuto in Libano con Hezbollah. In questa cornice, drone e missili sarebbero stati diretti verso obiettivi statunitensi in Iraq.

Tra i bersagli citati figurano Camp Victoria vicino all’aeroporto di Baghdad, l’area dell’ambasciata americana nella Green Zone, i compound di compagnie petrolifere americane a Basra e nel nord dell’Iraq. Le azioni descritte avrebbero contribuito a imporre al Paese l’interruzione dell’attività petrolifera nei giacimenti più grandi. Inoltre, una base statunitense ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, viene indicata come tra le località più colpite nelle ultime quattro settimane, al di fuori di quelle israeliane ed iraniane.

neutralità dichiarata e legami strutturali con iran e washington

Questi sviluppi sarebbero la prima fase di intensificazione dal 7 ottobre 2023. Dopo quella data, le milizie avrebbero mantenuto un profilo più contenuto, in ragione della necessità di preservare gli equilibri interni dell’Iraq. Il governo iracheno aveva formalizzato l’intenzione di mantenere la neutralità nel conflitto regionale in corso.

Le Pmu, nate nel 2014 dopo la “chiamata alla resistenza armata contro l’Isis” attribuita ad Ali Al Sistani, risultano in larga parte addestrate dai pasdaran iraniani. Le milizie vengono descritte come alleate dell’Iran, con una precisazione: non tutte condividerebbero quel legame in modo identico, ma quelle non allineate avrebbero comunque l’obiettivo comune del ritiro delle truppe americane dalla regione. A partire dal 2016, inoltre, le Pmu sarebbero state ufficialmente inquadrate nell’Esercito iracheno, a sua volta sostenuto da Washington.

Si delinea quindi una situazione paradossale su più livelli, in cui Teheran e Stati Uniti risultano attori centrali sui destini del Paese: l’Iran invoca il ritiro americano per sostenere la sovranità irachena, mentre mantenga un forte ascendente su alcune milizie locali. Gli Stati Uniti, a loro volta, richiamano la necessità di limitare ingerenze e destabilizzazione attribuite all’Iran in Iraq, pur mantenendo una presenza militare nel Paese da oltre 20 anni e avendo contribuito a trasformarne profondamente la traiettoria con milioni di vittime.

accuse reciproche e bombardamenti: da reward for justice alle contraddizioni operative

Le milizie filo-iraniane giustificherebbero i propri attacchi come necessaria resistenza all’occupazione americana, sottolineando che le iniziative non sarebbero concertate con Baghdad. In parallelo, si indicano accuse sulle responsabilità dei bombardamenti statunitensi: tali colpi sarebbero presentati come atti che ledono la sovranità irachena.

Dal lato statunitense, viene descritto un impiego di basi irachene, in particolare Erbil, per alimentare l’azione contro l’Iran, aggirando il parere di Baghdad e dello stesso governo autonomo del Kurdistan. L’incapacità di frenare le iniziative delle milizie verrebbe poi attribuita a Baghdad.

Nel quadro delle misure di sicurezza, il 1 aprile il programma Rewards for Justice (RFJ) del Dipartimento di Stato avrebbe offerto 3 milioni di dollari per informazioni su autori degli attacchi contro sedi diplomatiche e basi militari statunitensi.

alto comitato us-iraq e risposta alle postazioni: rafforzamento delle pmu

Secondo le ricostruzioni, le contraddizioni descritte avrebbero trovato un ulteriore picco nell’ultima settimana. Il 27 marzo sarebbe stata annunciata l’istituzione di un Alto Comitato di Coordinamento tra Stati Uniti e Iraq. L’obiettivo dichiarato riguarda l’intensificazione della cooperazione per prevenire attacchi terroristici e assicurare che il territorio iracheno non venga utilizzato per condurre offensive contro il popolo iracheno, Forze di sicurezza irachene, asset e infrastrutture irachene, oltre a personale americano, missioni diplomatiche e la coalizione internazionale.

Tre giorni prima, il bombardamento americano nell’Anbar avrebbe colpito una base ad Habbaniyah usata congiuntamente da Pmu ed Esercito regolare, causando la morte di decine di soldati. Nello stesso periodo, sarebbe stato colpito anche Saad Duwai Al Baji, a capo delle operazioni delle Pmu in Anbar, e un’abitazione nei dintorni di Mosul di proprietà di Falih al Fayyad, presidente delle Pmu. Sarebbe stato indicato anche il quartier generale delle Brigate Babylon guidate da Ryan Al Kildani, affiliato caldeo delle Pmu.

decisioni del consiglio ministeriale per la sicurezza nazionale irachena

Meno di tre giorni dopo, il Consiglio ministeriale per la sicurezza nazionale dell’Iraq avrebbe comunicato una serie di decisioni volte a espandere capacità e poteri delle Forze armate, con particolare riferimento alle milizie inquadrate nelle Pmu. Le milizie vengono definite un “pilastro della nostra sicurezza nazionale”.

L’indicazione operativa mira a consentire una risposta agli attacchi sulle loro postazioni, cioè agli attacchi israeliani ed americani, senza passare per l’autorizzazione del Comando operativo centrale di Baghdad.

La decisione viene collegata all’ipotesi che, per la prima volta, Baghdad si collochi oltre il “cono d’ombra” di ambiguità che avrebbe caratterizzato finora la neutralità. Tale svolta comporterebbe rischi di instabilità e nuove tensioni interne.

guerra dichiarata e rischio di ritorsioni: reazioni e nuove ipotesi

Su X, l’imprenditore iracheno Hussein Askari avrebbe dichiarato che l’Iraq risulta “ufficialmente in guerra con gli Stati Uniti”, nonostante due decenni di cooperazione.

Secondo i primi resoconti, l’attacco americano su Habbaniyah sarebbe partito dalla base giordana di Muwaffaq Salti. La circostanza viene collegata al rischio per Amman di ritorsioni.

Personaggi e figure citate

  • Khamenei
  • Shelly Kittelson
  • Ali Al Sistani
  • Gaith Abdul Ahad
  • Saad Duwai Al Baji
  • Falih al Fayyad
  • Ryan Al Kildani
  • Hussein Askari

Ulteriori nominativi operativi e strutture citate

  • Camp Victoria
  • Green Zone
  • Brigate Babylon
  • Kataib Hezbollah
  • Rewards for Justice (RFJ)
  • Alto Comitato di Coordinamento tra Stati Uniti e Iraq
  • Muwaffaq Salti
L’ambiguità infelice dell’Iraq: tra il potere delle milizie filo-Iran e il legame con Washington, il Paese è diventato un campo di battaglia

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