Giornalisti uccisi in Iran e Libano, Israele ammette la falsificazione della foto di uno di loro
Ali Shoeib era un giornalista legato ad Al Manar, emittente associata a Hezbollah. Per Israele veniva descritto come una “risorsa cognitiva” e come membro della Radwan Force, l’unità d’élite del Partito di Dio. Il suo nome è tornato al centro dell’attenzione dopo l’uccisione avvenuta nel sud del Libano mentre viaggiava in auto insieme ad altri cronisti, seguito da accuse, contestazioni e nuove indicazioni su presunte attività di informazione.
omicidio di ali shoeib nel sud del libano
Ali Shoeib è stato ucciso sabato 28 marzo mentre si trovava in auto nel Libano meridionale con Fatima Ftouni, reporter di Al Mayadeen, e con Mohamad Ftouni, fotoreporter freelance. L’episodio viene inserito in un contesto in cui, secondo la ricostruzione fornita, sarebbero stati colpiti altri cronisti fin dal 2 marzo.
foto modificata e smentita dell’IDF
Nel giorno dell’annuncio dell’uccisione, le Israel Defense Forces hanno diffuso su X una fotografia che mostrava Shoeib con per metà un giubbetto con la scritta “Press” e per metà un uniforme mimetica. Nel corso di un confronto con Fox News sulla singolarità dell’immagine, l’esercito israeliano ha ammesso che “non esiste una foto vera e propria”, spiegando che “è stata modificata con Photoshop”. L’operazione viene quindi presentata come basata su un contenuto alterato invece che su una rappresentazione autentica.
accuse di israele: dossier e presunto ruolo operativo
Il 31 marzo Alma Research and Education Center, indicato come think tank militare vicino ai servizi segreti israeliani, ha pubblicato un dossier in cui vengono attribuite a Shoeib funzioni sia di informazione sia di agente operativo per Hezbollah. Secondo il documento, tali attività sarebbero emerse durante i preparativi di intelligence per una pianificata invasione della Galilea tra 2020 e 2023 e, in seguito, proseguite come fornitura di informazioni in tempo reale durante la guerra del 2023-2024, il cessate il fuoco e la ripresa dei combattimenti nel marzo 2026.
Nel dossier si riporta inoltre che nel 2020 Shoeib sarebbe stato formalmente reclutato come agente nell’ala militare di Hezbollah. Nel testo è sottolineato che Hezbollah, oltre a essere un’organizzazione militare, opera anche come partito politico con partecipazione elettorale, presenza in parlamento e partecipazione a governi di coalizione.
avichay adraee e la campagna di accuse pubbliche
Le stesse accuse rivolte a Shoeib sono attribuite anche ad Avichay Adraee, portavoce dell’esercito israeliano. Nel racconto riportato, Adraee avrebbe affermato che Shoeib avrebbe rivelato sistematicamente le posizioni delle forze IDF operanti nel Libano meridionale e sulla linea di confine.
Adraee risulta aver trattato il caso più volte negli ultimi anni su X descrivendo Shoeib come terrorista. L’ultima menzione richiamata è quella del 18 marzo, quando pubblicando video relativi a colpire obiettivi nel sud del Libano avrebbe indicato: “Ecco come diamo la caccia agli elementi di Hezbollah nel Libano meridionale, Ali Shoeib!“.
modus operandi con altri giornalisti: esempi e reazioni
Il medesimo schema di accuse viene riportato anche nel caso di Anas al-Sharif, corrispondente di Al Jazeera a Gaza. Secondo quanto descritto, Adraee lo avrebbe accusato da anni sostenendo che fosse un membro di Hamas sia per affiliazione sia per professione. In un video datato 24 ottobre 2024 il portavoce avrebbe usato un attacco personale.
Un elemento richiamato è la reazione di Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la libertà di espressione, che avrebbe firmato un comunicato in cui prendeva le difese di al-Sharif. Nei mesi successivi, il giornalista sarebbe stato ucciso il 10 agosto 2025 insieme a 4 colleghi in un raid della Israeli Air Force.
Lo stesso giorno, Adraee avrebbe pubblicato fotomontaggi sospetti in cui al-Sharif sarebbe stato ritratto insieme al capo di Hamas Yahya Sinwar. La ricostruzione aggiunge che, secondo la International Federation of Journalists, al-Sharif sarebbe stato uno dei 234 reporter uccisi nella Striscia dal 7 ottobre 2023.
prove richieste e mancate dimostrazioni sulle accuse
Per la Committee to Protect Journalists, organizzazione internazionale, dall’inizio della guerra con l’Iran fino alla fine di febbraio sarebbero state documentate almeno altre quattro uccisioni di giornalisti in Medio Oriente. Il 28 marzo l’organizzazione avrebbe chiesto alle IDF prove a sostegno dell’accusa secondo cui Shoeib fosse un combattente, ma l’esercito israeliano non avrebbe fornito prove.
Nella chiusura richiamata, l’organizzazione afferma che l’ultimo attacco porterebbe a 11 il numero complessivo di giornalisti uccisi in Libano dall’inizio della guerra tra Israele e Gaza, con riferimento all’ottobre 2023.
rischio di ulteriori colpiti: il nome di hussein mortada
Nel dossier del 31 marzo Alma Research and Education Center viene citato anche un altro nome, Hussein Mortada, indicato come vivo. Le accuse riportate lo descrivono come giornalista libanese che, secondo il documento, avrebbe operato per tutta la carriera in stretto contatto con l’asse sciita iraniano e con Hezbollah. Si riporterebbe anche che avrebbe partecipato direttamente ai combattimenti in Siria in uniforme e armato, mentre i suoi articoli sarebbero descritti come caratterizzati da incitamento all’odio, provocazione e retorica settaria, contribuendo a una “guerra cognitiva” a sostegno dell’asse sciita.
Nel testo viene indicato che ad altre figure, come Shoeib, è rivolto un impianto accusatorio simile. Mortada risulta spesso citato da Adraee e i due sarebbero in contrapposizione da mesi su X. L’ultima interazione richiamata è quella del 29 marzo, quando Mortada, dopo l’accusa di colpire i giornalisti come prova di fallimento, avrebbe ricevuto la risposta di Adraee che avrebbe contrapposto l’idea che “Ali Shuaib è un personaggio mediatico, proprio come te, portavoce prezzolato”.
ospiti e cronisti coinvolti nell’episodio
- Ali Shoeib
- Fatima Ftouni
- Mohamad Ftouni
Nel quadro delle accuse e delle reazioni descritte compaiono anche Avichay Adraee, Irene Khan, Anas al-Sharif, Yahya Sinwar, oltre a Hussein Mortada nel dossier richiamato.
