Ebrei progressisti americani e Israele: la lontana antisemitismo
In Europa la possibilità di sviluppare un discorso critico su Israele incontra limiti politici e culturali sempre più rigidi. La definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) nel 2017 ha innescato un cambio di regole: il Parlamento europeo ha invitato tutti i paesi membri ad allinearsi, e 25 dei 27 hanno recepito quel quadro. Il nodo centrale del contrasto democratico resta però una clausola che amplia l’etichetta: viene considerata antisemitismo anche l’idea che include “negare il diritto degli ebrei all’autodeterminazione”, ad esempio quando si afferma che l’esistenza dello Stato d’Israele sarebbe un’impresa razzista.
Per chi si riconosce nel sionismo come diritto degli ebrei ad avere un proprio stato, la negazione di tale diritto viene descritta come una condizione dolorosa e problematicamente discriminatoria. Viene sollevata una questione di coerenza: se ad altri popoli oppressi o senza stato, come palestinesi o curdi, l’autodeterminazione viene sostenuta attivamente, negarla agli ebrei viene indicata come un’aporia logica e una violazione di un diritto collettivo, quindi riconducibile a un atto di antisemitismo.
Il ragionamento viene poi collocato in un contesto preciso, dove il sionismo viene descritto come attraversato da una trasformazione in senso regressivo: vengono citate condotte considerate aggressive verso i vicini, forme di razzismo di stato nei territori palestinesi e un quadro definito genocidario nella Striscia di Gaza. È in questa cornice che, secondo il testo, si sviluppa oggi il dibattito ebraico progressista.
definizione IHRA e diritto all’autodeterminazione: il punto di frizione
La ricezione europea della definizione IHRA viene presentata come uno spartiacque. Il testo richiama l’invito del Parlamento europeo del 2017 e l’adesione di 25 paesi su 27, con l’effetto di restringere lo spazio per la critica politica. La motivazione del dissenso democratico viene fatta risalire a un passaggio interpretativo: l’antisemitismo include anche l’idea di negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, includendo formulazioni che mettono in discussione la legittimità e la natura dello Stato d’Israele.
Il cuore della tensione sta nel modo in cui una contestazione politica sullo Stato viene associata automaticamente a una categoria storica e morale. In questa prospettiva, il testo sottolinea l’assenza di un ragionamento “astratto”, insistendo invece sulla specificità del quadro attuale.
arielle angel e i Jewish Currents: narrativa alternativa contro il paradigma sionista
Per sviluppare un discorso ritenuto difficile da articolare in Europa, il testo indica come riferimento un’autrice ebrea, Arielle Angel, direttrice dei Jewish Currents. La rivista viene descritta come un periodico con tiratura limitata e poco conosciuto, pubblicato a New York da ebrei di sinistra, eredi di una tradizione culturale comunista.
le idee attribuite alla parte dell’elettorato ebraico-statunitense citata
Nel testo viene ricostruita la sfera di interlocuzione della rivista: una quota crescente dell’elettorato ebraico-statunitense non si identificherebbe più con Israele e lo descriverebbe come apartheid (citato al 25%), come responsabile di un genocidio (citato al 30%). Viene inoltre indicata una convinzione: non sarebbe più possibile separare ebrei e palestinesi nella terra tra il Giordano e il mare, perché la penetrazione delle colonie in profondità nella Cisgiordania avrebbe reso tale separazione impossibile.
netanyahu, diaspora e rischio dell’antisemitismo globale
Il testo descrive anche un’inquietudine tra ebrei americani progressisti: le azioni attribuite a Israele avrebbero ricadute sugli ebrei collettivamente intesi, mentre viene citata l’insistenza del premier Netanyahu a parlare e rappresentare gli ebrei della diaspora, senza che tali ebrei risultino effettivamente eletti da loro. Da qui nasce l’idea che le condotte di Israele alimentino antisemitismo globale, soprattutto nel Global South, con un’espansione anche nei paesi occidentali.
Secondo la ricostruzione proposta, la distanza dalle azioni di Israele non sarebbe sufficiente senza la costruzione di una narrazione alternativa, così da non associare più in modo esclusivo gli ebrei alla Terra Santa. Il testo collega questo obiettivo politico all’azione di Netanyahu e ai sionisti revisionisti di cui viene detto che farebbero parte.
doikayt: presenza e radicamento invece del “ritorno”
Al paradigma del “ritorno necessario degli ebrei nella terra promessa” viene opposta l’idea della Doikayt (termine yiddish indicato come presenza o radicamento). La nozione viene attribuita al Bund (Unione Generale del Lavoro Ebraico) elaborata contemporaneamente al sionismo, nel contesto dell’Europa dell’est di fine Ottocento.
yesha queer di benay la ppe e la proposta di una nuova tradizione
Viene citato anche un esempio: la yeshiva queer della rabbina Benay Lappe, docente di Talmud a Chicago. Nel testo Lappe sostiene che l’ebraismo contemporaneo possa inventare una nuova tradizione capace di collocarsi “oltre la débâcle morale del nazionalismo ebraico”. Richiamando la storia ebraica, viene affermato che dopo la distruzione del Tempio nel 67 d.C. gli ebrei, privati di un regno fisico, avrebbero costruito una tradizione spirituale articolata attorno a sinagoghe, scritti del Talmud e dialoghi tra rabbini, destinata a diffondersi ovunque si dispersero.
La sintesi proposta porta a un’idea: per affrontare la crisi morale attuale servirebbe una nuova storia fondazionale che non prometta la conquista della terra, descritta come mai abbastanza ampia, ma un ritorno degli ebrei tra le nazioni del mondo, un traguardo che il sionismo non avrebbe realizzato. Liberare gli ebrei dal mito della terra significherebbe anche liberare dalla paura indicata come elemento centrale dell’identità collettiva, contrastando una narrazione maggioritaria descritta come una sequenza di discriminazioni, orrori e vendette che, secondo il testo, spinge a combattere “con la spada” per la propria esistenza e moltiplica conflitti nei territori vicini.
antisionismo negli stati uniti: diritto di esistenza e rigetto del paradigma israelo-centrico
Per gli ebrei americani descritti nel testo, dichiararsi antisionisti viene indicato come un passaggio importante senza coincidere necessariamente con la negazione del fatto che gli ebrei abbiano diritto a uno stato, né con la richiesta che quel diritto venga revocato dopo le azioni criminali. Il testo richiama il parallelo storico relativo alla Shoah: i nazisti tedeschi e i fascisti italiani non avrebbero perso i propri stati a seguito della Shoah, citando questo argomento per sostenere che l’antisionismo non equivalga automaticamente a una negazione totale dell’esistenza statale.
La posizione viene poi collegata a un rifiuto del paradigma che il discorso pubblico contemporaneo vorrebbe imporre: esistere come ebrei in forme che prescindono dall’esistenza di Israele. Nel testo viene aggiunta un’altra dimensione politica: viene definita antisemitismo militante una linea ritenuta funzionale allo smantellamento dell’istruzione superiore, ai tagli alle scuole e alla repressione della parola nei campus universitari americani attribuita all’Amministrazione Trump.
critica in europa: libertà di parola, sicurezza e pressione esterna
In Europa, secondo il testo, la proposta di un discorso ebraico progressista permetterebbe di esprimere verità elementari sulla Palestina senza essere automaticamente considerati antisemiti. Viene anche indicata l’idea secondo cui l’insicurezza degli israeliani sarebbe legata all’occupazione dei palestinesi: lo stesso ragionamento viene collegato a un assunto di base riportato nel testo, secondo cui sarebbe impossibile mantenere 5,6 milioni di persone in schiavitù senza conseguenze.
Quanto alla possibilità di cambiamento dall’interno, il testo cita l’ipotesi che Israele possa riformarsi nel periodo precedente alle prossime elezioni di ottobre 2026. Allo stesso tempo viene affermato che al momento non esisterebbero le condizioni necessarie per un mutamento: la Knesset avrebbe infatti appena approvato, nel mezzo della guerra contro l’Iran, un disegno di legge per la reintroduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi, evento descritto come paradossale rispetto all’idea di cambiamento.
Di conseguenza, l’unico mezzo indicato per arginare il quadro definito “delirio di onnipotenza” sarebbe l’esercizio di una pressione pubblica dall’esterno. In tale prospettiva, le diaspore ebraiche vengono descritte come capaci di fare molto, e viene indicato che anche l’Europa potrebbe svolgere un ruolo maggiore se riuscisse a articolare un discorso critico su Israele: distanziarsi, secondo la formulazione proposta, dal presentare lo Stato difeso come vittima e riconoscere la sua funzione di fonte di destabilizzazione per l’intero Medio Oriente.
Persone citate:
- Arielle Angel
- Benjamin Netanyahu
- Benay Lappe
