Deportato nei campi nazisti risarcito dopo 80 anni con 19mila euro
La storia di Salvatore Giujusa attraversa la prigionia, la deportazione e la liberazione, fino a un riconoscimento arrivato con decenni di ritardo. Dal dramma dei campi di concentramento alla liberazione da parte delle forze americane, il percorso di un uomo nato nel profondo sud si trasforma, per i familiari, in una battaglia legale che porta alla conferma di principi fondamentali: i crimini di guerra non si prescrivono e meritano risposte concrete.
salvatore giujusa: prigionia, liberazione e deportazione nei lager
Chiamato in guerra dal profondo sud, Salvatore Giujusa viene assegnato al comando di legione di Trieste. Nel corso delle vicende belliche viene poi trasferito nella Repubblica di Salò, dalla quale riesce a scappare per schierarsi con i partigiani.
La cattura arriva nella zona di Monte Croce, in Trentino, il 28 settembre 1944. Dopo l’arresto, Giujusa viene deportato nel lager di Dachau, vicino a Monaco di Baviera. Il tempo trascorso nei campi è caratterizzato da lavori forzati per oltre un anno, dentro un regime di sfruttamento e disumanizzazione.
liberazione dal lager e testimonianza: il libro della prigionia
Nel racconto della sua esperienza, emergono la durata della detenzione e la brutalità dell’internamento. Giujusa racconta la sua storia in un libro intitolato Il tempo di nessuno: la prigionia, la barbarie nazista. L’esigenza di scrivere nasce subito dopo la prigionia, nel 1945, come tentativo di liberarsi dal peso di quanto vissuto.
La pubblicazione del volume avviene però molto più tardi: nel 2008, con una prefazione di Oscar Luigi Scalfaro. Nel testo, Giujusa descrive il ritorno alla vita attraverso un’immagine potente: “Mia madre mi strinse al cuore, forte”, con un senso di sospensione del tempo e di recupero della quotidianità. Questa testimonianza diventa una traccia concreta della sofferenza e della rinascita dopo la liberazione.
processo e risarcimento: tribunale di trieste e responsabilità sui crimini di guerra
La prima benedizione arriva nel 1945, quando nell’ultimo lager in cui era deportato, insieme a 80 persone, Giujusa si trovava sul punto di essere ucciso. La grazia giunge grazie all’arrivo dell’esercito angloamericano. Nonostante la liberazione, la giustizia arriva soltanto molto dopo: circa 80 anni dopo la sua morte.
La causa viene portata avanti dai figli, con l’obiettivo di ottenere un riconoscimento economico. Il tribunale di Trieste riconosce un risarcimento per crimini di guerra e sottolinea che reati di questo tipo non si possono prescrivere. La condanna è rivolta alla Germania, alla quale viene addebitata la responsabilità per i crimini commessi durante la Seconda guerra mondiale.
condanna e importi: da 500mila euro a 19mila euro con interessi
Dopo una lunga battaglia legale, sostenuta dagli avvocati Girolamo Rubino e Alessio Costa, agli eredi del vicebrigadiere dei carabinieri viene riconosciuto un risarcimento pari a 19mila euro più interessi. La cifra è inferiore rispetto alla richiesta iniziale di 500mila euro, ma mantiene un valore rilevante sul piano del riconoscimento: in altre controversie contro la Germania, il risarcimento è stato spesso negato o, quando riconosciuto, non eseguito.
Il pagamento viene indicato come a carico del ministero dell’Economia, attraverso il fondo limitato dedicato alle vittime italiane dei crimini del Terzo Reich.
La motivazione del tribunale richiama la “lesione dei beni della libertà personale e dignità” dovuta alla sottoposizione al disumano regime di internamento subita dalle vittime del campo di lavoro.
medaglia d’onore e memoria pubblica a mazzarino
Accanto alla vicenda giudiziaria, la figura di Giujusa è collegata a un riconoscimento istituzionale: risulta infatti medaglia d’onore alla memoria concessa dal presidente della Repubblica. La sua memoria resta anche in ambito locale, con l’intitolazione di una via a Mazzarino.
nomi citati nella vicenda
Oscar Luigi Scalfaro Girolamo Rubino Alessio Costa
