Caccia diventa un business per ricchi piano del governo meloni fondi ue

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Caccia diventa un business per ricchi piano del governo meloni fondi ue

La caccia, da tradizione familiare e pratica radicata nel territorio, si trova al centro di un cambiamento di impostazione che punta a ridefinire chi può investire, chi può beneficiare dei finanziamenti e in che modo vengono gestiti gli spazi naturali. Nelle discussioni legate alle politiche del governo e alle regole dell’Unione europea, emerge l’idea di trasformare un’attività storicamente legata a logiche culturali e locali in un perno economico, con effetti diretti su aziende faunistico-venatorie, accesso ai contributi e priorità di finanziamento.

caccia e interessi economici: la svolta prevista nei piani del governo meloni

Nei piani del governo Meloni, l’impostazione proposta mira ad accantonare un modello di caccia “per tradizione” e a favorire un impianto centrato sul tornaconto economico. La conseguenza indicata è chiara: la possibilità di praticare l’attività venatoria sarebbe legata soprattutto a chi dispone di risorse, con il risultato di un accesso più selettivo. Il quadro delineato si fonda su tre pilastri: caccia riservata a soggetti benestanti, sfruttamento della selvaggina a fini commerciali e ruolo centrale delle aziende faunistico-venatorie come sedi operative di questo nuovo modello.

L’attenzione si concentra quindi sul passaggio che rende le attività venatorie organizzate in forma di impresa direttamente compatibili con logiche di mercato, trasformando la gestione dei territori in un ambito in cui convergono opportunità finanziarie.

reintroduzione delle riserve e cambio di scopo: dal no-profit al business

Per ricostruire l’evoluzione, vengono richiamati i contenuti della scorsa legge di Bilancio. Nel contesto vengono citati due emendamenti presentati da Lega e FdI, finalizzati a consentire il ripristino, nei fatti, delle riserve di caccia. Le riserve risultano chiuse da quasi 40 anni in Italia, e la disciplina proposta viene descritta come immediatamente operativa per le aziende faunistico-venatorie: dal primo gennaio sarebbe permesso fare business sulla pelle degli animali.

Fino al giorno precedente, tali istituti, pur essendo privati, risultavano per legge senza scopo di lucro. Il cambio di impostazione viene presentato come dirompente perché, da un lato, incentiva la caccia come impresa individuale e, dall’altro, sostiene l’afflusso di soggetti ricchi tramite turismo venatorio, agevolato parallelamente da ulteriori norme.

disegno di legge senato: aziende faunistico-venatorie come imprenditori agricoli

La fase successiva viene collegata a una discussione in corso in Senato, dove si parla di un disegno di legge orientato a stravolgere la legge sulla caccia (157/92), con l’obiettivo di liberalizzarla. Nelle commissioni riunite di Agricoltura e Ambiente, i relatori indicati presentano un emendamento (10.1000) descritto come un passaggio ulteriore: il riconoscimento ufficiale dei soggetti privati e dei consorzi che gestiscono le aziende faunistico-venatorie come imprenditori agricoli.

emendamento 10.1000 e accesso alla pac

La modifica viene attribuita a uno scopo preciso: consentire agli istituti riconosciuti come imprenditori agricoli di entrare automaticamente tra i beneficiari della Pac (Politica agricola comune dell’Unione europea). Nel ragionamento riportato, la scelta viene giustificata anche in base a due elementi: da una parte, il calo costante del numero dei cacciatori; dall’altra, la presenza di leggi europee orientate alla tutela dell’ambiente, percepite come vincoli per chi punta a una caccia con controlli ridotti.

La direzione descritta è quella di finanziare riserve di caccia in cui i richiamati “ricchi praticanti” possono effettuare attività venatoria con un livello di supervisione indicato come meno stringente.

collaborazioni e protagonisti: frecce al mondo agricolo e venatorio

La costruzione del quadro viene associata a una pluralità di soggetti. Viene richiamato il presidente di Coldiretti, Enrico Prandini, presentato come figura centrale nell’ambito agricolo legato al governo Meloni. A supportare l’impianto viene indicata anche “la creatura” descritta come Ab Agrivenatoria Biodiversitalia, indicata come branca di Coldiretti impegnata nella promozione delle aziende faunistico-venatorie.

Nella descrizione della filiera vengono menzionati anche passaggi organizzativi e relazioni istituzionali: Ab Agrivenatoria Biodiversitalia nasce grazie a un accordo con il Comitato Nazionale Caccia e Natura, rappresentanza degli armieri in cui risultano citati soggetti come Beretta, Fiocchi e Benelli. Il quadro include inoltre l’Ente Produttori Selvaggina, parte di Confagricoltura.

personaggi citati nel testo

  • Enrico Prandini
  • Francesco Lollobrigida
  • Francesca Tubetti
  • Giorgio Bergesio
  • Franco Ferroni
  • Giulia Innocenzi
  • Pietro Fiocchi
  • Sergio Berlato

wwf: risorse a chi gestisce territori per la caccia, meno agli agricoltori

Dal Wwf Italia arriva una critica focalizzata sul meccanismo di finanziamento. Franco Ferroni, responsabile agricoltura e biodiversità del Wwf Italia, commenta che il centrodestra avrebbe individuato un’unica via per far giungere alle aziende faunistico-venatorie i finanziamenti della Pac. Nella ricostruzione, viene richiamato l’avvio delle trattative per la nuova Pac (2028-2034) in corso a Bruxelles.

pac e definizione di “agricoltore in via prevalente”

Il nodo centrale viene individuato nella regola che stabilirebbe l’erogazione degli aiuti agli agricoltori “in via prevalente”, con l’incertezza sul significato effettivo della locuzione e su chi debba stabilirne la definizione. La mossa descritta viene letta come una forma di “blocco” dell’obiettivo: tramite l’emendamento alla 157/92, chi gestisce un’azienda faunistico-venatoria risulterebbe considerato agr coltore a tutti gli effetti.

pagamenti diretti, superficie e disparità tra aziende

Ferroni evidenzia un paradosso: mentre alle aziende faunistico-venatorie arriverebbero finanziamenti ingenti, le piccole aziende agricole, con dimensioni inferiori a 10-12 ettari, riceverebbero solo una quota marginale. La spiegazione proposta si basa sul calcolo dei pagamenti diretti in base alla superficie dell’attività agricola. In questo schema, un’azienda faunistico-venatoria con mille ettari in montagna finirebbe per avere un peso economico nettamente superiore.

fondo unico e investimenti per finalità venatorie

Viene inoltre indicata la possibilità di accedere al Fondo unico, descritto come strumento oggi collegato allo sviluppo rurale e destinato a essere cancellato. Se l’azienda faunistico-venatoria intende effettuare investimenti, ripristinare casolari, costruire recinzioni, realizzare voliere e altri interventi, potrebbe rivolgersi a questo fondo. Nel testo è richiamata una cifra complessiva: dieci miliardi di euro destinati al mondo agricolo, e l’operazione viene interpretata come un’apertura del portafoglio verso chi gestisce territori per finalità venatorie.

giulia innocenzi: favore a lobby e “marchetta elettorale”

Giulia Innocenzi, giornalista citata come autrice del docufilm “Food for profit”, definisce la misura come un favore alle lobby. Nel testo si sottolinea che, nonostante il numero non elevato e l’ostilità da parte dell’opinione pubblica, la lobby dei cacciatori avrebbe molto potere e ampia influenza.

eurodeputati, associazioni venatorie e interessi intrecciati

Viene riportato che alcuni eurodeputati, soprattutto di Fratelli d’Italia, avrebbero un legame con associazioni di cacciatori e un’attività costante nel favorire interessi di questa lobby. Tra i nomi citati risultano Pietro Fiocchi e Sergio Berlato. Per Pietro Fiocchi viene indicato un ruolo legato alla divisione americana della Fiocchi Munizioni spa. Per Sergio Berlato viene richiamato un impegno a favore della depenalizzazione di reati connessi all’attività venatoria, oltre a una vicenda legata a foto di santini elettorali con specie protette.

critica sul senso dei fondi pubblici

La posizione attribuita alla giornalista ruota attorno alla domanda sulla logica di destinare soldi pubblici ai cacciatori, dopo che tali risorse sarebbero state pensate per favorire l’agricoltura europea e garantire un approvvigionamento alimentare legato ai suoi obiettivi. La misura viene quindi definita una “marchetta elettorale”.

pac: distribuzione sbilanciata e impatto sulle piccole aziende

L’obiettivo complessivo viene descritto come quello di “raccogliere” una fetta della Pac. Il quadro viene collegato a criticità già note sulla gestione dello strumento che rappresenta un terzo del bilancio europeo. Nel testo viene indicato che l’80% dei sussidi sarebbe finora andato al 20% dei beneficiari.

perdita di aziende e concentrazione dei fondi

Viene richiamato un dato: tra il 2007 e il 2022, l’Ue avrebbe perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, con un calo del 44%. La concentrazione viene associata a un vantaggio per agroindustria e allevamenti intensivi. Nel testo è citato un report di Greenpeace Europa, “Chi si intasca la Pac?”, con un’analisi dei dati del 2024 relativi a sei Paesi: Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna.

Secondo quanto riportato, l’1% più ricco arriverebbe ad intascare fino al 40% dei fondi. In Italia, il 10% dei beneficiari più benestanti riceverebbe circa il 70% dei sussidi.

trattori e blocchi: conseguenze politiche e sociali

Le conseguenze descritte includono la reazione degli agricoltori, con “trattori” e blocchi che avrebbero coinvolto “mezza Europa”. Nel testo si rimarca che, nonostante le numerose denunce e i report sull’evidente prevalenza dei contributi verso allevamenti intensivi e modelli lontani dagli obiettivi europei, l’indirizzo resterebbe orientato nella direzione indicata come sbagliata.

Si afferma inoltre che i contributi pubblici sarebbero erogati anche in un contesto collegato alla lotta a epidemie e virus, richiamando l’idea che poi arrivino comunque conseguenze sanitarie. La conclusione riporta l’attenzione sul fatto che la prospettiva di cambiamento sarebbe legata alla necessità di raggiungere obiettivi climatici e garantire cibo salubre ai cittadini.

Addio caccia “popolare”, ora il governo favorisce i ricchi pure nell’attività venatoria. E punta a farlo (anche) coi soldi dell’Ue

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