Smart city o città killer? Il caso di Teheran e le lezioni per l'Italia
Le reti urbane digitali non sono semplici strumenti di gestione: rappresentano una piattaforma di raccolta dati, controllo in tempo reale e potenziale vulnerabilità che, se sfruttate, contano sul peso della geopolitica. L’evoluzione delle smart city ha dunque due facce: da un lato migliorano mobilità, efficienza energetica e servizi pubblici; dall’altro aprono uno spazio di influenza e sorveglianza che può essere coltivato a fini strategici. In questo contesto si inserisce una riflessione sulle implicazioni di sovranità tecnologica, in particolare per l’Europa, chiamata a definire una linea autonoma e competitiva nel panorama globale.
smart city dual use: infrastrutture urbane come nodi di sorveglianza e potere geopolitico
teheran: l'episodio che mette in luce i rischi
Nel contesto della capitale iraniana, la precisione dei missili ha mostrato l’ampiezza della capacità di azione, ma la vera sorpresa è stata la violazione di telecamere del traffico diffuse in città e la trasmissione delle immagini a server esterni in tempo reale. Si è così delineato un pattern of life dettagliato, una mappa continua di come si muove una metropoli e come si organizza. Collegando tali dati a sistemi di riconoscimento facciale e all’analisi delle reti sociali, una singola unità può diventare un nodo di raccolta di intelligence.
obiettivi originari delle smart city e il rischio di espanderli
Le smart city nascono per migliorare mobilità, sostenibilità e servizi urbani. Questi principi non sono smentiti, ma possono essere estesi oltre i confini originari: una telecamera a un incrocio non osserva solo veicoli, ma volti, comportamenti ripetitivi e anomalie. Se i dati sono connessi a sistemi di analisi avanzata, si crea una piattaforma di sorveglianza persistente sull’intera popolazione urbana.
la dimensione normativa e i rischi legati ai produttori
Esiste un pericolo ancora più insidioso legato ai fornitori: quando normative e obblighi si intrecciano con governi stranieri, la sicurezza nazionale può dipendere dalla provenienza delle tecnologie. Il caso più noto è quello della Cina: dal 2017 una legge sull'intelligence impone alle aziende di cooperare con le attività di intelligence dello Stato, applicando l’obbligo a tutte le aziende soggette alla giurisdizione cinese. Tra i fornitori impiegati in molti contesti urbani figurano Huawei, Hikvision, ZTE e Dahua, che hanno installato infrastrutture di sicurezza urbana in oltre cento Paesi e gestiscono spesso sistemi da remoto.
tre livelli di intervento per l'europa
La risposta europea non può limitarsi a vietare tecnologie ritenute rischiose; è necessario costruire un ecosistema alternativo solido e competitivo, fondato su alleanze affidabili. L’Europa deve trasformarsi da mercato per tecnologie esterne a protagonista della loro progettazione, con architetture aperte, audit indipendenti e governance trasparente. Investire in un’industria europea della sicurezza urbana non è solo una scelta economica, ma una scelta di posizionamento geopolitico.
- livello normativo: gare pubbliche per infrastrutture di sorveglianza urbana con criteri di rischio geopolitico equiparabili a quelli adottati per il 5G
- livello architetturale: sistemi progettati secondo principi di security by design, cifratura end-to-end, separazione delle reti e localizzazione dei dati
- livello strategico: investire in capacità tecnologiche proprie, offrendo alternative credibili e consolidate
paradosso delle smart city
Con una crescita della connettività, una città diventa sempre più trasparente: in un contesto geopolitico competitivo, questa trasparenza può trasformarsi in vulnerabilità. A Teheran le telecamere rappresentavano occhi altrui, e in altre realtà potrebbe accadere la stessa dinamica, anche senza un attacco informatico, perché la porta potrebbe essere aperta dall’interno.
persone citate
- Rosario Cerra — presidente del Centro Economia Digitale
- Ali Khamenei — guida suprema iraniana
- Giorgio Rutelli — autore dell’articolo