Perché non diffondiamo il video dell'aggressione in classe di un minore

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Perché non diffondiamo il video dell'aggressione in classe  di un minore

La scelta di non diffondere un video che ritrae un minorenne durante un’aggressione grave avvenuta a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, si inserisce in un quadro di responsabilità professionale e di tutela delle persone coinvolte. Nel caso specifico, l’obiettivo dichiarato è evitare la pubblicazione delle immagini dell’episodio accoltellato di una professoressa e mantenere il rispetto dei principi che regolano l’informazione quando entrano in gioco età minorile e violenza.

mancata pubblicazione del video: responsabilità e deontologia giornalistica

Un fatto di cronaca con protagonista un minore comporta un livello di cautela più elevato. La mancata pubblicazione delle immagini non è collegata esclusivamente a una linea editoriale, ma richiama la necessità di rispettare obblighi deontologici che proteggono identità e dignità dei minori, anche quando risultano autori di reati. La tutela non riguarda soltanto aspetti formali, ma mira a prevenire effetti concreti nel tempo.

Tra i riferimenti richiamati rientra il Testo unico dei doveri del giornalista, che pone l’accento sulla protezione dei minori e sulla responsabilità di evitare la diffusione di contenuti che possano trasformare una vicenda in un materiale replicabile e facilmente condivisibile. A questi principi si collega anche la Carta di Treviso, indicata come riferimento per la tutela dei minori coinvolti in eventi di cronaca.

tutela del minore e rischio di stigmatizzazione permanente

La diffusione di un filmato in cui compare un minorenne mentre compie un atto di violenza grave comporta una conseguenza particolarmente delicata: l’esposizione a una stigmatizzazione duratura. Pubblicare immagini di questo tipo significherebbe aumentare la visibilità del ragazzo e sottrarlo, di fatto, alla protezione prevista dalle regole deontologiche, contravvenendo a un principio di salvaguardia dell’identità e della dignità.

evitare la spettacolarizzazione della violenza e il possibile effetto imitativo

Oltre alla tutela del minore, viene richiamata l’esigenza di evitare la spettacolarizzazione della violenza. La diffusione integrale di immagini crude rischia di trasformare un episodio di cronaca in un contenuto sensazionalistico, alimentando dinamiche basate su viralità e audience, in contraddizione con il principio di sobrietà e rispetto verso le persone coinvolte.

Nel contesto descritto viene inoltre sottolineato un ulteriore elemento: la possibile influenza sul pubblico giovane. La presenza di una sequenza che mostra l’atto violento, resa pubblica e veicolata tramite piattaforme come Telegram, può amplificare l’effetto imitativo di gesti gravissimi, soprattutto quando l’attenzione ricade su spettatori minorenni o comunque sensibili a contenuti di quel tipo.

rispetto della vittima e dignità della persona ferita

La scelta di non pubblicare le immagini richiama anche il dovere di tutelare la vittima. Mostrare nel dettaglio le fasi dell’aggressione significa violare la dignità della persona ferita e ridurre un evento drammatico a materiale visivo replicabile e condivisibile, senza controllo e senza garanzia di un’informazione responsabile.

Il criterio indicato è netto: il giornalismo deve informare, non trasformare la sofferenza in contenuto spettacolare. In questa prospettiva, la pubblicazione del video viene presentata come una pratica che non rispetta la cornice di attenzione richiesta quando il contenuto riguarda violenza grave e conseguenze potenzialmente letali.

invito alla non diffusione: posizioni di organismi e sindacati

La linea di non pubblicazione viene collegata anche alle sollecitazioni rivolte da organismi sindacali. L’Usigrai invita alla non diffusione del video. Per il sindacato dei giornalisti Rai, il servizio pubblico ha un dovere ancora più stringente: garantire un’informazione accurata, contestualizzata e rispettosa delle regole, senza cedere alla pressione dei social o alla logica della viralità.

non è censura: applicazione rigorosa della deontologia

Nel quadro descritto, la mancata pubblicazione viene definita non come un atto di censura, ma come applicazione rigorosa della deontologia professionale. La decisione è indicata come necessaria per tutelare i minori, rispettare le vittime e preservare la credibilità dell’informazione, evitando pratiche che rischiano di trasformare un fatto di cronaca in un contenuto spettacolarizzato.

enti e soggetti citati

Ordine dei Giornalisti; Carta di Treviso; Usigrai; sindacato dei giornalisti Rai.

Categorie: Cronaca

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