Iran, prime minacce poi tregua: retromarcia di trump e retroscena della frenata
Un cambio di rotta sulla minaccia americana verso l’Iran sta prendendo forma attraverso contatti, mediazioni e pressioni tra alleati. La frenata descritta nelle ricostruzioni giornalistiche nasce da un confronto serrato tra le capitali coinvolte nella gestione del dossier mediorientale, con al centro lo Stretto di Hormuz e la preoccupazione per il rischio di escalation. Donald Trump, dopo aver indicato l’ipotesi di raid su impianti e infrastrutture energetiche, avrebbe puntato su uno stop limitato per favorire colloqui ritenuti “buoni” con Teheran.
cambio di marcia Usa sull’Iran: la frenata dopo le insistenze nel Golfo
La ricostruzione descrive un percorso che collega Riad alla Florida, passando per un numero non definito di cancellerie. L’annunciata minaccia prendeva forma su impianti e infrastrutture energetiche, per poi evolvere in un fermo di cinque giorni con l’obiettivo dichiarato di creare spazio a conversazioni considerate “buone” con l’Iran.
Secondo la Cnn, l’inversione di marcia sarebbe legata a quanto emerso dagli alleati statunitensi nel Golfo: l’idea di colpire obiettivi del genere avrebbe potuto condurre a una escalation disastrosa.
i colloqui a Riad e la svolta arrivata alla casa bianca
Il Wall Street Journal collega la frenata a informazioni arrivate alla Casa Bianca dopo colloqui avvenuti a Riad. I ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sarebbero riuniti prima dell’alba di giovedì nella capitale saudita, affrontando lo Stretto di Hormuz e cercando una via diplomatica per mettere un freno al conflitto in corso da 25 giorni. In quel contesto si collocano le operazioni militari di Usa e Israele contro l’Iran e la “risposta” di Teheran.
Il nodo, secondo fonti arabe, sarebbe stato individuare un interlocutore capace di negoziare con un Iran la cui leadership risulta “decimata”. In parallelo, l’intelligence egiziana avrebbe trovato un canale con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e avrebbe presentato una proposta per lo stop di cinque giorni alle ostilità, con finalità di creare fiducia e condizioni per un eventuale cessate il fuoco.
intermediari mediorientali, speranza di accordo e scetticismo dei mediatori
La modifica della posizione di Trump, sempre nel racconto del Wsj, sarebbe arrivata dopo una sequenza di conversazioni riservate tramite intermediari mediorientali. Nei funzionari Usa sarebbe cresciuta la speranza di arrivare a un’intesa, anche per il peso di ripercussioni interne, sul piano politico ed economico, secondo fonti del giornale.
I mediatori arabi, almeno nell’immediatezza, restano scettici. Le parti risultano distanti e, alle dichiarazioni di Trump sui colloqui, gli iraniani avrebbero risposto negando l’esistenza di contatti. Successivamente, su CBS News, un funzionario del ministero degli Esteri di Teheran avrebbe indicato che, tramite mediatori, sono arrivate considerazioni dagli Stati Uniti e che le stesse sarebbero oggetto di valutazione.
La rete segnala la possibilità di un incontro in settimana tra delegazioni di Usa e Iran in Pakistan. In alternativa, secondo fonti americane e arabe citate dal Wsj, lo scenario negoziale potrebbe riguardare anche la Turchia.
accordo Iran-Usa: richieste, mediazioni e proposta legata allo stretto di hormuz
Nel quadro dei contatti, i leader arabi avrebbero insistito sul monitoraggio dello Stretto di Hormuz tramite una commissione neutrale, finalizzata a garantire il passaggio di tutte le navi. I Pasdaran avrebbero risposto chiedendo di riscuotere per il transito. L’idea sarebbe stata contestata da funzionari dei Paesi del Golfo, pur senza interrompere lo scambio di messaggi dietro le quinte.
Secondo funzionari europei e arabi, il lavoro negoziale avrebbe coinvolto Qatar, Oman, Francia e Regno Unito.
elenco delle aspettative Usa: difesa, proxy e riconoscimento del diritto di israele
Alla Cnn viene confermato che molte realtà istituzionali sono impegnate nel lavoro di mediazione, con Pakistan, Turchia, Egitto e Oman citati tra i soggetti attivi. La rete aggiunge però di non avere conoscenza di negoziati diretti tra Usa e Iran dal 28 febbraio, nonostante le parole attribuite a Trump.
Diverse fonti regionali parlano, in linea con le dichiarazioni del tycoon, di un elenco in 15 punti con le aspettative degli Stati Uniti inviato agli iraniani tramite i pakistani. Le richieste sarebbero in parte “di sempre”, ma includerebbero anche limitazioni alle capacità di difesa della Repubblica islamica, lo stop al sostegno ai proxy e il riconoscimento del diritto di Israele a esistere.
colloqui in pakistan e possibili rappresentanti Usa e iraniani
Tra le proposte sarebbe emersa l’ipotesi di colloqui in Pakistan, indicata come gradita agli Stati Uniti. Un funzionario Usa citato dal Wsj afferma che gli Usa potrebbero essere rappresentati dall’inviato di Trump Steve Witkoff e dal genero del tycoon Jared Kushner. In caso di avvicinamento a un accordo, potrebbe subentrare il vice presidente JD Vance, possibilità confermata da fonti anche alla Cnn.
Da parte iraniana, Teheran potrebbe inviare il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Una fonte, riportata dalla rete americana, sostiene che sul tavolo ci siano “varie proposte” e che la diplomazia sia al lavoro. Dalla Casa Bianca la situazione relativa ai negoziati viene descritta come fluida.
chi può autorizzare l’accordo in iran: ruolo del parlamento e prospettive della leadership
Analisti citati nel racconto evidenziano che il regime iraniano risulta ferito ma ancora in grado di mantenere la stabilità operativa, anche tramite controllo dello Stretto di Hormuz. Mentre altri Marines verrebbero spostati in Medio Oriente, restano poco chiare le condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
accordo e via libera iraniana: figura chiave nella struttura di potere
Per capire chi potrebbe dare il via libera a un eventuale accordo, vengono richiamati elementi relativi alla struttura politica iraniana. Un quotidiano saudita e un’emittente qatarina mettono in evidenza il ruolo sempre più prominente di Mohammad Bagher Ghalibaf, indicato come figura chiave in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema.
candidati alla gestione della repubblica islamica: scenari dopo la morte di ali khamenei
Prima dell’avvio delle operazioni di Usa e Israele contro l’Iran, un quotidiano statunitense aveva descritto una leadership iraniana orientata alla mobilitazione e alla sopravvivenza politica. In caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid, veniva indicato Ali Larijani come figura in cima all’elenco dei possibili candidati, scenario riportato anche dopo la conferma della morte di Larijani la settimana scorsa. Il successore nominato, Mohammad Bagher Zolghadr, risulterebbe finora segretario del Consiglio per il Discernimento. Dopo Larijani, nel quadro dei candidati compare Ghalibaf.
Figure citate nella ricostruzione:
- donald trump
- steve witkoff
- jared kushner
- jd vance
- ali khamenei
- ali larijani
- mojtaba khamenei
- mohammad bagher zolghadr
- mohammad bagher ghalibaf
- abbas araghchi