Iran ambasciatore ferrara diplomazia non è ancora finita
L’idea che la diplomazia non sia ancora esaurita attraversa la lectio magistralis tenuta dall’ambasciatore Pasquale Ferrara all’Università Cattolica di Brescia, nella sede cittadina, nell’ambito delle celebrazioni del decennale del corso di laurea triennale in Scienze politiche e relazioni internazionali. L’intervento, svolto nell’aula magna, si inserisce in un momento storico percepito come particolarmente segnato: la cornice è quella del “ritorno della politica di potenza” e della necessità di rimettere a fuoco la dimensione storica della diplomazia.
diplomazia e politica di potenza: il quadro discusso a brescia
Ferrara ha concluso l’iniziativa ribadendo l’esigenza di non considerare chiusa la stagione diplomatica. La lectio nasce dall’urgenza di costruire una riflessione storica sulla diplomazia, mentre, nella realtà internazionale, cresce l’incertezza sul suo futuro. Secondo quanto evidenziato da chi ha introdotto l’evento, l’orizzonte attuale mostra segnali di ritorno di dinamiche riconducibili alla politica di potenza, con conseguenze sull’idea stessa di mediazione e negoziato.
stati uniti e “diplomazia riflessiva”: segnali di crisi e nuova prassi
Tra gli elementi capaci di alimentare incertezza, l’esempio degli Stati Uniti assume un ruolo centrale. Ferrara ha richiamato la prassi storica della “diplomazia riflessiva”, richiamando un’impostazione in cui il diplomatico non si limita a un’esecuzione obbediente di ordini, ma conserva autonomia di giudizio e funzione virtuosa. In questa lettura, l’evoluzione recente sposta l’immagine dell’apparato diplomatico verso una configurazione sempre meno efficace, descritta come un luogo quasi isolato della diplomazia.
La conseguenza indicata riguarda la dinamica decisionale: le scelte sarebbero percepite come definite “dall’alto”, tramite un ristretto gruppo di consiglieri attorno al presidente. Tra i nomi richiamati come esempi di questa fase, compaiono Jared Kushner, indicato come genero di Trump, e Steve Witkoff, descritto come imprenditore immobiliare divenuto inviato per diversi dossier.
diplomazia professionale e accuse di “deep state”
Ferrara collega l’indebolimento dell’approccio professionale alla presenza di una narrazione politica che etichetta la diplomazia come parte di un presunto “deep state”. Nel passaggio descritto, l’accantonamento di figure e logiche diplomatiche produce “guasti” che possono generare effetti persistenti. In questa impostazione viene sottolineato che molte criticità iniziano quando i consiglieri soppiantano i diplomatici, alterando il percorso che normalmente dovrebbe portare a mediazione e negoziato.
da potenza estrattiva a cleptocrazia: l’analisi citata
Nel quadro delineato, gli Stati Uniti vengono definiti in trasformazione verso forme descritte come coercizione economica tramite i dazi unilaterali, e come abuso di posizione dominante anche in campo militare. L’esito, secondo le analisi attribuite a studiosi statunitensi richiamate nella ricostruzione, sarebbe quello di una potenza con tratti da egemone predatorio e da cleptocrazia.
mediazione e “manutenzione” diplomatica: esempi di efficacia
Accanto alle criticità, Ferrara richiama esempi considerati virtuosi: l’azione diplomatica capace di produrre risultati attraverso mediazione e “manutenzione” svolta da piccole o medie potenze. Tra i casi citati compaiono Qatar, Giordania, Norvegia, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Egitto, Algeria.
mediazione nei conflitti: prigionieri e ostaggi
Stando a quanto riportato, grazie alla mediazione sarebbero potuti tornare a casa prigionieri di guerra russi e ucraini. La stessa logica viene estesa alla liberazione di ostaggi detenuti da Hamas, richiamando esplicitamente che i risultati sarebbero da collegare alla mediazione e non ad azioni descritte come “barbari bombardamenti indiscriminati” nel contesto di Gaza.
pseudo-diplomazia e colpi ai mediatori: quando il negoziato si rompe
Ferrara mette in evidenza che pratiche di pseudo-diplomazia possono alimentare i conflitti, in particolare quando i mediatori vengono colpiti o neutralizzati. Nel racconto viene citato un episodio che riguarda la fase negoziale sul programma nucleare: in due occasioni, nell’arco di nove mesi, Stati Uniti e Iran sarebbero apparsi prossimi a un accordo, salvo poi assistere al rovesciamento del tavolo e a un attacco militare collegato agli Stati Uniti e a Israele contro l’Iran, interpretato come avvenuto mentre il negoziato era in corso.
assassinio mirato di ali larijani durante la facilitazione
Nel contesto viene ricordato anche un fatto specifico: Israele avrebbe eliminato tramite assassinio mirato Ali Larijani, indicato come negoziatore. Larijani, secondo quanto riportato, si sarebbe recato a Mascate il 10 febbraio per incontri legati alla facilitazione intrapresa dall’Oman, elemento presentato come parte del quadro di rottura del processo negoziale.
tregue e guerra totale: russo-ucraino e violazioni a gaza
Sul fronte russo-ucraino, l’annuncio di una tregua viene associato a attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina. La dinamica viene letta come rientrante in una concezione di guerra totale, in cui anche le parole perderebbero rilevanza semantica.
La ricostruzione prosegue poi su gaza, dove vengono indicate migliaia di violazioni della tregua da parte di Israele. Nel testo vengono richiamate anche specifiche tappe: la “pace eterna” decretata a Sharm-el-Sheik il 13 ottobre 2025 con il cosiddetto “Gaza Peace Summit”, e l’inaugurazione dell’“impresentabile” “Board of peace” il 16 febbraio 2026 a Washington. A partire dall’inizio del cosiddetto “cessate-il-fuoco”, vengono indicati centinaia di palestinesi uccisi, specificando che la metà sarebbero donne e bambini, oltre a migliaia di feriti da droni o da cecchini.
diplomazia coercitiva: ossimoro e logica dell’ultimatum
Nel contesto descritto, in cui non si distinguerebbero più la pace e la guerra, e dominerebbero “non-pace” e “non-guerra”, trova credito il concetto di diplomazia coercitiva. L’impostazione definisce l’espressione come un ossimoro, perché coercizione e diplomazia vengono presentate come opzioni alternative: la coercizione sposta il negoziato verso una logica di imposizione.
Il negoziato impositivo viene collegato allo stile attribuito a Trump, indicato come “power deal”, descritto con tratti dell’ultimatum più che dell’intesa. Negoziare con la minaccia di un’azione armata, richiamando l’idea che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, non viene considerato negoziazione diplomatica, ma piuttosto una minaccia, quindi una forma preliminare di conflitto.
figure citate
- Pasquale Ferrara
- Andrea Santini
- Jared Kushner
- Steve Witkoff
- Ali Larijani