Condannata a 5 anni per il rapimento di una neonata spacciandosi per infermiera

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Condannata a 5 anni per il rapimento di una neonata spacciandosi per infermiera

Una vicenda partita da un’ingannevole simulazione di gravidanza e culminata in un rapimento lampo ha trovato una risposta in sede giudiziaria a Cosenza. Al termine del processo celebrato con rito abbreviato, il giudice ha definito con precisione responsabilità e conseguenze penali per Rosa Vespa, condannata per il sequestro di persona ai danni della neonata Sofia, sottratta a una clinica privata il 21 gennaio 2025.

condanna per il sequestro di persona della neonata sofia a cosenza

La Procura di Cosenza aveva chiesto 8 anni di reclusione per il sequestro di persona. La decisione emessa dalla gup Letizia Benigno, nel corso del processo con rito abbreviato, ha fissato una pena più contenuta: 5 anni e 5 mesi di carcere per Rosa Vespa, autrice del rapimento della piccola, una neonata di appena un giorno, avvenuto dalla clinica privata “Sacro cuore” di Cosenza.

Il giudice ha anche concesso le attenuanti generiche. In base a quanto emerso, dopo una perizia psichiatrica, l’imputata è stata dichiarata capace di intendere e di volere.

pena e conseguenze economiche per rosa vespa

Attualmente Rosa Vespa si trova agli domiciliari. Oltre alla condanna detentiva, la sentenza prevede il pagamento di una somma a favore dei familiari: è stata disposta una provvisionale di 15mila euro ai genitori della neonata rapita, costituitisi parte civile nel procedimento.

dinamica del rapimento del 21 gennaio 2025

La vicenda ha suscitato grande attenzione, per la rapidità con cui si è svolto l’evento e per l’età della vittima. Il rapimento, descritto come un “rapimento lampo”, si è concluso dopo poche ore con l’intervento delle forze dell’ordine.

La donna si è presentata in clinica accompagnata dal marito, nella circostanza considerato inconsapevole. Rosa Vespa ha finto di essere un’operatrice sanitaria: è entrata in una stanza, ha preso la neonata con la scusa di doverla cambiare e, uscita, ha coperto la piccola con il giubbino per non farsi notare.

All’ingresso era presente anche Moses Omogo, convinto di andare a ritirare il figlio appena nato per riportarlo a casa, dove ad attenderlo c’erano gli altri familiari.

Dopo circa tre ore la situazione è stata interrotta dall’arrivo della polizia, che ha messo fine alla costruzione di menzogne messa in piedi dall’imputata. Al termine dell’arresto, Rosa Vespa ha descritto la condizione psicologica vissuta come una “situazione di forte disagio psicologico”, dichiarando di sentirsi, a 52 anni, una “donna a metà” perché non era riuscita a realizzare “il suo sogno di avere una bella famiglia e dei figli”.

falsa gravidanza e immagini inviate ai familiari

Per ricostruire la storia, la cornice parte da maggio 2024. In quel periodo Rosa Vespa avrebbe iniziato a simulare una gravidanza, ingannando il marito e i familiari. Veniva raccontato di effettuare regolari visite mediche e veniva indicata una data presunta del parto, fissata tra l’8 e il 9 gennaio.

Quella notte Rosa Vespa ha comunicato a Moses di essere in clinica; in realtà aveva prenotato una stanza all’hotel Royal, poco distante dal “Sacro Cuore”. Da lì, usando il cellulare, avrebbe aggiornato il marito sulle fasi precedenti al parto e poi sulla nascita. Secondo le carte, gli investigatori hanno verificato sul telefono un download di due immagini raffiguranti un bambino appena nato, sorretto dai sanitari e in parte coperto di sangue.

Le immagini sarebbero state inoltrate ai familiari con la spiegazione che sia la donna sia il bambino avessero contratto il Covid e che, per questo motivo, i sanitari non consentissero visite. La “narrazione” sarebbe dunque servita a sostenere la falsa situazione anche a distanza.

coinvolgimento iniziale di moses omogo e chiarimento dell’estraneità

Nella ricostruzione emersa, il 9 gennaio Rosa rientra a casa senza il neonato, con la motivazione che il figlio “sarebbe stato trattenuto ancora per qualche giorno dai sanitari”. Successivamente, l’evento del 21 gennaio porta a un intervento immediato delle forze dell’ordine, con arresti iniziali che avevano coinvolto anche Moses Omogo.

All’inizio, infatti, era stato arrestato anche il marito. La sua posizione è stata poi archiviata, perché è risultato estraneo al sequestro. Nel quadro della vicenda, anche Moses viene considerato vittima degli inganni della moglie: la squadra mobile di Cosenza lo avrebbe informato di non essere il padre del bambino che, nelle intenzioni, doveva essere riportato a casa come se fosse appena nato; nel racconto si fa riferimento a “Ansel”, specificando che si trattava di una bambina.

attenuanti riconosciute e valutazioni dei legali

Riferendo la portata della decisione, il difensore di Rosa Vespa, l’avvocatessa Teresa Gallucci, ha dichiarato di essere molto soddisfatta, soprattutto per la corrispondenza tra il risultato e quanto non fosse atteso. La sostanza del ragionamento difensivo si concentra sul fatto che il giudice avrebbe riconosciuto attenuanti prevalenti sulle aggravanti contestate, determinando la pena finale.

Analoga soddisfazione è stata espressa dal legale che ha assistito i genitori della piccola Sofia, l’avvocata Chiara Penna. Secondo quanto riferito, la decisione sarebbe giusta ed equilibrata e rappresenterebbe per i genitori la fine di un incubo. Per la parte civile resta aperto un passaggio ulteriore: viene indicato l’eventuale procedimento ancora in piedi per valutare responsabilità della clinica.

figure menzionate nella vicenda giudiziaria

  • Letizia Benigno, gup
  • Antonio Bruno Tridico, pm
  • Rosa Vespa, imputata condannata
  • Moses Omogo, marito
  • Teresa Gallucci, avvocatessa difensore
  • Chiara Penna, avvocata legale dei genitori
Rapì una neonata di pochi mesi da una clinica a Cosenza: Rosa Vespa condannata a 5 anni e 4 mesi per sequestro di persona
Categorie: Cronaca

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