Apolide per 33 anni: la storia di Suada Hadzovic, finalmente libera

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Apolide per 33 anni: la storia di Suada Hadzovic, finalmente libera

Una vicenda che ha suscitato grande attenzione, caratterizzata da anni di complicazioni burocratiche, si conclude con una decisione storica: l’assegnazione dello status di apolide a una donna italiana di origine straniera, liberandola così dal paradosso di una condizione di legalità precaria e limitante. Questo riconoscimento ufficiale rappresenta un passo importante verso la giustizia e il rispetto dei diritti di ogni individuo, sottolineando l’importanza di un sistema amministrativo efficace e sensibile alle situazioni di marginalità.

il riconoscimento dello status di apolide e gli effetti sulla libertà di movimento

Il 9 dicembre scorso, un decreto rilasciato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno ha sancito in maniera definitiva lo stato di apolide di Suada Hadzovic, attribuendole la possibilità di ottenere un passaporto e di muoversi senza restrizioni sul territorio internazionale. L’intera vicenda aveva messo in evidenza le falle di un sistema legislativo e burocratico che, nonostante le leggi in vigore, aveva impedito alla donna di esercitare pienamente il diritto di circolazione, mantenendola intrappolata in un limbo legale.

contesto e origini familiari di suada hadzovic

Suada Hadzovic, nata ad Albano Laziale il 21 ottobre 1992, ha radici familiari di origine serba, con entrambi i genitori nati in Italia ma di nazionalità serba. Il padre, nato nel 1975 e deceduto nel 2000, aveva vissuto ad Albano Laziale, mentre la madre, anch’essa di origine serba e nata nel 1975 a Torino, nel momento della morte del marito ha affidato la figlia a una comunità diurna, la Comunità 21 marzo di Terracina. Fin dall’infanzia, la sua condizione si è complicata a causa degli errori della burocrazia e delle interpretazioni legislative che hanno reso difficoltosa la definizione della sua cittadinanza.

errori burocratici e conseguenze legali

Al compimento dei 18 anni, in base alla legge italiana, Suada avrebbe potuto richiedere la cittadinanza italiana con una semplice dichiarazione di volontà. Tuttavia, a causa di un’omissione del Comune di Roma e della mancata comunicazione degli uffici competenti, la sua richiesta non è stata mai presa in considerazione. La tutela legale di Suada non è stata informata correttamente, lasciandola priva di questa possibilità. Di conseguenza, all’età di 19 anni, ha perso il diritto alla cittadinanza italiana. Questo errore si è aggiunto ad altri: nel 2010, viene rilasciato un permesso di soggiorno in cui viene erroneamente indicata come cittadina serba, dato che la Serbia stessa ha chiaramente dichiarato di non riconoscerla come sua cittadina. Tale dichiarazione ha rappresentato un ulteriore elemento di confusione, che ha impedito a Suada di ottenere la nazionalità autentica, lasciandola in uno stato di limbo amministrativo.

lungo iter legale e la conclusione positiva

Nel corso degli anni, i tentativi di regolarizzare la sua posizione, anche attraverso richieste di cittadinanza per residenza o dello status di apolide, sono stati respinti da sentenze giudiziarie che non hanno mai fornito una soluzione definitiva. La situazione si è protratta per più di un decennio, facendo di Suada una vera e propria prigioniera legale del proprio stesso paese, non riconosciuta né come cittadina né come appartenente a un’altra nazione, rischiando l’impossibilità di ottenere un passaporto e di esercitare diritto di espatrio. La pronuncia di oggi corregge questa ingiustizia, riconoscendo ufficialmente lo status di apolide a Suada Hadzovic e restituendole la piena libertà di movimento e diritti civili fondamentali.

gli ospiti della vicenda

  • suada hadzovic

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