Yemen reparto pediatrico haydan racconta il cambiamento

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Yemen reparto pediatrico haydan racconta il cambiamento

Nel reparto pediatrico di Haydan, nel nord dello Yemen, la quotidianità è scandita da segnali essenziali: pianti, passi nel corridoio, voci dei medici. In un certo momento, però, il rumore più forte non proviene da quelle fonti. A farsi sentire sono bottiglie di plastica riempite di sassolini, trasformate in maracas improvvisate. A muoverle sono bambini malnutriti che, pochi giorni prima, non avevano nemmeno la forza di restare seduti; madri che finalmente vedono una reazione, un riscontro immediato, un anticipo di ritorno alla vita. Quel suono diventa il primo indizio di neuropsicomotricità che ricomincia, segnale concreto che l’energia può tornare.

neuropsicomotricità a haydan: stanze e stimoli per bambini malnutriti

Le maracas descritte rappresentano i primi oggetti inseriti nella nuova stanza della neuropsicomotricità dell’ospedale. La stanza è stata pensata per bambini malnutriti che, a causa della condizione, non sono riusciti a sviluppare adeguatamente abilità motorie. L’ambiente viene descritto come un caos, ma al tempo stesso come un caos pieno di significato: materiali disponibili, creatività necessaria, obiettivo mirato alla ripartenza delle funzioni.

Nel reparto, una parte dei piccoli pazienti arriva con caratteristiche molto fragili: alcuni sono apatici e privi di forza perfino per piangere; altri non hanno mai imparato a stare seduti o a gattonare. Quando l’energia manca, la crescita si interrompe, il gioco non trova spazio e la guerra impatta la vita “fin dalla nascita”.

yemen e reparto pediatrico: l’impatto della guerra sulla cura

La prospettiva del lavoro sanitario si lega a un contesto segnato da anni di guerra. Haydan viene indicato come un villaggio isolato tra le montagne: con pochissima connessione internet e con limitata possibilità di muoversi al di fuori dell’ospedale o della casa condivisa. In questo scenario, l’obiettivo quotidiano diventa arrivare al giorno successivo, giorno dopo giorno.

La quotidianità della cura è descritta attraverso dettagli concreti, che diventano ancoraggi. Tra questi compaiono la moka preparata al mattino, un “gelato” improvvisato dal collega iracheno con latte e cioccolato congelati, così come le colazioni tra donne che si svolgono ogni due settimane, con e dolci tenuti nascosti sotto gli abiti. Sono piccoli momenti, riportati come energie sottratte alla guerra.

bambini che recuperano: un percorso di occhi aperti e primi passi

Tra i casi citati, compare un bambino che non viene presentato come un’eccezione, ma come un esempio del tipo di fragilità incontrata. Arriva in coma con convulsioni continue. La diagnosi “certa” non è disponibile per l’assenza di strumenti adeguati; la cura viene descritta come un percorso possibile “come si può”. Dopo alcuni giorni apre gli occhi e, dopo settimane, compaiono i primi passi. La madre, secondo il racconto, continua a chiedere ogni giorno quando sarebbe tornato “come prima”, finché viene osservato anche il sorriso che segna un ritorno.

madri e scelte sanitarie: la guerra anche dentro gli sguardi

La guerra non resta confinata all’esterno dell’ospedale: viene osservata negli occhi delle donne, madri che non possono decidere neppure per la propria salute. In questo quadro, la cura pediatrica si intreccia con la condizione delle famiglie e con limitazioni concrete che incidono sulla vita quotidiana.

la pace suona qui: il video-manifesto nei maxischermi dei concerti

Rientrata in Italia, viene citata la partecipazione al lancio della campagna “La pace suona qui”. Il progetto viene descritto con un’idea chiara: un video-manifesto realizzato da Medici Senza Frontiere e AssoConcerti, pensato per portare un messaggio di pace nei maxischermi dei concerti.

Nei volti del video compaiono Sonia Bergamasco, Neri Marcoré e Pierpaolo Spollon, insieme a colleghi e colleghe dell’organizzazione sanitaria citata nel racconto. Il messaggio si concentra sul valore di ascoltare: la musica viene indicata come un richiamo a una scelta, quella di ascoltare, anche quando il contesto tende a sommergere tutto.

il suono della pace: quando la vita torna a farsi sentire

La riflessione riportata collega il concetto di pace al rumore e non al silenzio assoluto. Nei luoghi in cui si lavora con MSF, la pace viene descritta come un suono ricorrente: il bambino che torna a piangere dopo giorni di apatia, la madre che ricomincia a fare domande sul futuro, una stanza che si riempie di voci e di giochi. Il riferimento finale torna alle maracas: un segnale sonoro semplice che accompagna il ritorno della vita.

La narrazione mette anche in evidenza i suoni che rischiano di non essere ascoltati. Sono citati esempi concreti: il rumore di un generatore che permette a un ospedale di funzionare, le voci di chi attende una visita medica, il primo respiro di un neonato, una risata. Pur presentandosi come episodi ridotti, diventano significativi dopo mesi in un paese segnato dalla guerra, dove la differenza tra sopravvivere e vivere viene misurata anche attraverso questi segnali.

ascoltare è una scelta

Il contesto descritto include un bombardamento costante: rumore delle guerre fatto di numeri, immagini, notizie che scorrono rapide. In parallelo, restano persone che continuano a vivere, curare e crescere figli. In chiusura, il suono più elementare viene individuato come quello di un bambino che gioca, simbolo di continuità quando tutto crolla e quando la vita riesce a riapparire.

Volti del video della campagna “la pace suona qui”:

  • Sonia Bergamasco
  • Neri Marcoré
  • Pierpaolo Spollon
In Yemen, il reparto pediatrico di Haydan ha cambiato rumore. Lo racconta la nostra Elisa Manzini
Categorie: Salute

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