Wim wenders: non credo nelle storie, credo nelle immagini
Un pomeriggio al Cinema Ritrovato accende l’attenzione su Wim Wenders con un tono disarmante: l’autore tedesco porta sullo schermo ricordi, scelte registiche e convinzioni sul valore delle immagini, intrecciandoli con dettagli tecnici e aneddoti di lavorazione. L’aspettativa era quella di ritrovare riferimenti a Falso movimento e alle “ire funeste” attribuite a Nastassja Kinski, ma il percorso prende una direzione diversa, trasformandosi in una lezione sul cinema costruita su immagini, tempi di ripresa e fiducia nel vedere.
Wenders si presenta con un’autoironia che accompagna il racconto: a distanza di un solo anno dall’iniziativa che ha affiancato il restauro della sua opera prima, Summer in the City (1969), osserva con distacco anche l’esistenza del proprio film in 16 mm, bianco e nero, con suono in presa diretta. Dichiarando che il lavoro sarebbe “pieno di errori” e che “tutti sono elencabili in un istante”, l’autore ridimensiona l’idea di un giovane regista tedesco pronto a reinventare il cinema: una premessa che non spegne l’entusiasmo, anzi lo rende più concreto.
wim wenders al cinema ritrovato: immagini, sonno e lucidità
La presenza di Wim Wenders viene sostenuta da una forma intellettuale in piena evidenza. Alle spalle, sul grande schermo del Cinema Modernissimo, compare anche un disegno celebrativo: un ghirigoro in pennarello bianco su sfondo nero, realizzato per i 40 anni del Cinema Ritrovato. Il clima resta leggero, ma non superficiale.
Tra le battute, arriva un’affermazione capace di descrivere un modo di guardare il cinema: Wenders racconta che in sala prova un desiderio intenso di addormentarsi come un bambino. L’esperienza, precisa, riguarda solo i film che lo attraggono davvero: film visti molte volte, anche sei o sette, in cui ogni visione fa emergere nuove scene perché, in precedenza, il sonno lo aveva accompagnato. In quei casi, descrive una sensazione di serenità e sicurezza, come se attorno ci fossero “angeli”.
Al contrario, davanti a un film ritenuto brutto non riesce a spegnersi: rimane sveglio con l’ossessione che qualcosa non possa essere davvero montato così male. La narrazione biografica si trasforma quindi in una griglia di attenzione: cosa regge, cosa non regge, e perché.
summer in the city (1969): realtà che scorre invece di storia
Il racconto si concentra su Summer in the City, riportandolo al suo contesto originale e al rapporto con la lavorazione. Wenders rievoca il film partendo da una constatazione: su quel set cercare di fermare l’azione era difficile. La difficoltà nel dire “cut” emerge come un problema filosofico oltre che pratico: la realtà passava davanti e lo interrogava sulla legittimità di interromperla per dichiararla conclusa.
Nel suo ragionamento, Wenders chiarisce un punto centrale. Molti registi partono da una storia per costruire un film; nel suo caso, invece, il film nasce da una condizione umana. Nel 1969, non c’è una trama da raccontare, ma una persona che esce di prigione e cerca di riconnettersi con la realtà. Questa non viene trattata come “storia”, bensì come realtà che va avanti.
Di conseguenza, Wenders dichiara di non essere uno “storyteller” e motiva la scelta con un legame culturale: come tedesco non avrebbe mai avuto fiducia nelle storie e nella Storia. Al centro restano le immagini e il vedere. È in questo punto che emerge il senso del gesto cinematografico: portare qualcuno a osservare le stesse immagini, con gli stessi occhi con cui le si osservano, invece di chiedere di affidarsi alla storia che si vorrebbe costruire.
dal percorso personale al linguaggio cinematografico
Il cinema di Wenders passa anche attraverso i passaggi precedenti della sua formazione. Ricorda di essere transitato dalla medicina alla filosofia, poi alla traduzione di Sartre. In seguito comunica ai genitori di non avere voglia di studiare; il racconto precisa che i genitori lo assecondano.
L’idea di non essere diventato pittore viene descritta come un elemento senza rimpianti. Se i pittori passano giorni e perfino anni a osservare un oggetto, la luce e lo spazio, i dispositivi di regia accelerano il tempo: la macchina fotografica e la cinepresa. Resta però un filo unico: l’importanza dell’essere stati pittore, legata al tema del vedere.
Nello stesso movimento, compare anche la memoria del bambino e del cinema come errore e incontro: un aneddoto parla di un bambino che sbaglia sala insieme alla nonna, e di film inaspettati in cui l’horror si sovrappone a un film previsto con Stan Laurel. Emergono anche le tappe di indecisione: prima l’intenzione di diventare medico, poi il tentativo di fare il pittore, infine il ritorno alla scrittura grammaticale del cinema nazionale, descritto come “a pezzi”.
perfect days: il confine tra documentario e fiction
Il discorso prosegue con un raffronto che Wenders presenta come “magico”, associando il ritorno di uno stile ormai planetario al successo di Perfect Days. L’autore spiega la logica del fermarsi o continuare: quando si riprende la vita è difficile interrompersi; quando si realizza la fiction, invece, il piano e il programma permettono di fermarsi una volta raggiunto l’obiettivo.
In Perfect Days l’intenzione dichiarata è raccontare un posto amato, Tokyo. Accanto alla visione del luogo, entra un elemento pratico e decisivo: l’attore Koji Yakusho, descritto come persona con esperienza di lavoro nei bagni pubblici. Da questo incontro nasce un angolo di set nella casa del protagonista Hirayama, pensato per ricalcare l’ambiente legato all’esperienza di Koji; lo spazio viene però alleggerito e restano elementi essenziali come il futon, una collezione di musicassette e alberelli.
La ricerca di realismo attraversa anche la fase di ripresa: Wenders racconta che l’équipe ha provato a girare il film “come fosse una fiction”, ma avanzando ha capito che alcune scene risultavano finte. Per questo viene chiesto di non provare: seguire la vita di un uomo semplice e felice con poco, molto amante della musica, sposta l’opera verso un confine labile tra documentario e fiction. La lavorazione avviene in 16 giorni e con un dettaglio netto: mai un secondo ciak. Wenders sintetizza come tutto perfetto.
rassegna in viaggio con wim wenders: cinque capolavori da riscoprire
Nei giorni indicati, prende avvio una rassegna ideata da CG Entertainment, Lumière & Co. e Cinemaundici dal titolo In viaggio con Wim Wenders – Cinque capolavori da riscoprire. La selezione comprende Alice nelle città, L’amico americano, Lisbon Story, The Million Dollar Hotel e Non bussare alla mia porta.
La rassegna richiama un elenco di sale che proiettano questi film. Il riferimento all’elenco appare esplicitamente come collegamento riportato nel materiale fornito.
wim wenders e i riferimenti citati
All’interno del racconto compaiono nominativi direttamente menzionati nel contesto degli aneddoti e delle opere.
- Wim Wenders
- Nastassja Kinski
- Stan Laurel
- Sartre
- Koji Yakusho
- Hirayama

