Sostanze chimiche nei capi che indossiamo: quando preoccuparsi

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Sostanze chimiche nei capi che indossiamo: quando preoccuparsi

Le verifiche sui capi d’abbigliamento destinati al mercato globale stanno riportando al centro un tema decisivo: le sostanze chimiche presenti nei tessuti e nei materiali. Le analisi condotte su articoli di un noto colosso dell’ultra fast fashion evidenziano la possibile presenza di composti potenzialmente pericolosi, aprendo interrogativi su controlli, trasparenza e responsabilità lungo la filiera.

In parallelo, l’attenzione si sposta anche sui meccanismi regolatori europei e sulle iniziative volontarie del settore, chiamate a ridurre il rischio lungo tutto il ciclo produttivo.

capo per capo: quali sostanze tossiche sono state rilevate su shein

Nel 2024, un’analisi pubblicata da FQ Magazine ha richiamato i risultati di un’indagine del sito tedesco Oko-test su circa una ventina di capi della catena cinese. I riscontri descrivono la presenza di piombo, cadmio e ftalati, oltre ad altre sostanze segnalate nei singoli articoli esaminati.

Tra i casi citati emergono:

  • un abito per neonati che rilascia antimonio, sostanza indicata come potenzialmente assorbibile dalla pelle;
  • un capo per adolescenti con presenza di dimetilformammide, indicata come potenzialmente dannosa per la fertilità;
  • sandali con tracce di piombo.

Le conclusioni dell’indagine Oko-test sono presentate come non isolate: lo studio viene collocato in un filone di verifiche analoghe e, secondo la ricostruzione fornita, non sarebbe destinato a interrompersi.

greenpeace e i controlli dal 2022: ripetibilità delle criticità

L’approfondimento richiama anche l’operato di Greenpeace, che ha avviato verifiche sui capi di Shein già nel 2022, quando l’azienda aveva raggiunto una diffusione significativa anche in Italia.

Secondo quanto riportato, con il passare del tempo le evidenze raccolte restano coerenti: vengono rilevate sostanze chimiche pericolose in una parte rilevante degli articoli analizzati, con concentrazioni superiori rispetto ai limiti fissati dall’Unione europea.

perché alcune sostanze finiscono sui capi e nell’ambiente

La presenza di prodotti chimici non viene descritta come anomala di per sé: le sostanze chimiche risultano necessarie per attività industriali come tingere i tessuti, stampare le lavorazioni e garantire specifiche prestazioni, come impermeabilità, elasticità, resistenza alle pieghe e particolari effetti estetici.

Il nodo critico nasce quando vengono impiegate sostanze pericolose senza procedure adeguate e con l’obiettivo di contenere al massimo i costi. La valutazione pratica, al di fuori di un contesto di laboratorio, risulta difficoltosa, ma nel quadro descritto vengono indicati alcuni segnali utili a formulare ipotesi su controlli non sufficienti.

prezzo e informazioni di accompagnamento come indizi

Il prezzo ridotto e l’assenza di informazioni dettagliate sul prodotto vengono considerati elementi che possono suggerire l’adozione di scorciatoie in fase di produzione. Nel caso specificato, queste scorciatoie riguardano possibili controlli meno accurati e standard qualitativi più morbidi del dovuto, con impatti su fabbriche, persone e materie prime, incluse quelle chimiche.

dalla produzione alla pelle: rischio distribuito lungo la filiera

Un ulteriore aspetto riguarda la permanenza delle sostanze in tracce sul prodotto acquistato, ma soprattutto la loro dispersione. Le sostanze utilizzate in produzione possono finire prevalentemente in acque di scarico e rifiuti industriali, oltre che nell’ambiente circostante agli impianti, contaminando terreni e corsi d’acqua in aree industriali in cui non viene adottata chimica sostenibile.

Questo significa che il contatto diretto con la pelle potrebbe risultare limitato, ma il costo sanitario e ambientale viene comunque attribuito ad altri soggetti e contesti produttivi.

evidenze internazionali: scarichi, contaminazioni e valori critici

Nel testo vengono riportati esempi documentati. I ricercatori di Water Witness International (WWI) avrebbero osservato un fiume colorato di blu dagli scarichi legati alla produzione di jeans in Lesotho, oltre a valori di pH fino a 12 nel fiume Msimbazi in Tanzania.

Nei pressi di Calcutta, gli scarichi di piccole tintorie avrebbero contaminato suolo, acqua e prodotti agricoli con metalli pesanti.

reach e limiti: tutela forte in europa, maggiore variabilità altrove

Il quadro normativo europeo viene presentato come un elemento chiave. Per i cittadini dell’Unione europea esiste la possibilità di contare sul regolamento Reach, che impone alle aziende di registrare ogni singola sostanza chimica utilizzata. Inoltre viene indicato che l’ECHA valuta i rischi ambientali e sanitari, stabilendo se siano gestibili o se si renda necessario limitare o vietare le sostanze interessate.

Il sistema viene descritto come un’eccellenza riconosciuta a livello globale, ma con vincoli nell’efficacia: il meccanismo opera in modo più incisivo per fabbriche collocate entro i confini dell’Unione europea, mentre risulta meno efficace per una parte rilevante dei flussi provenienti dall’estero.

Viene inoltre menzionato un possibile scollamento tra origine e lavorazioni: risulta indicato come sia lecito apporre l’etichetta “made in Italy” anche qualora solo l’ultima fase rilevante della lavorazione sia svolta in Italia.

zdch e roadmap to zero: iniziative volontarie nel settore moda

Accanto alla regolazione, il testo evidenzia l’esistenza di iniziative volontarie. In questo ambito viene indicata come particolarmente nota e autorevole ZHDC (Zero Discharge of Hazardous Chemicals), avviata nel 2011 come risposta coordinata del settore moda alla storica campagna Detox di Greenpeace.

Nel racconto fornito, ZHDC nasce da un gruppo iniziale di sei marchi e nel tempo cresce fino a superare 320 firmatari tra brand della moda, fornitori e aziende chimiche. L’adesione viene presentata come un passaggio che consente di verificare se un brand stia lavorando per eliminare sostanze tossiche e nocive dai cicli produttivi, con l’obiettivo di proteggere persone e ambiente.

Il testo segnala anche che, prima di un acquisto, la verifica dell’adesione può essere effettuata consultando i siti indicati: ZHDC o Roadmap to Zero.

organizzazioni e figure citate

Le realtà nominate nello sviluppo del tema includono:

  • Oko-test
  • FQ Magazine
  • Greenpeace
  • Water Witness International (WWI)
  • Unione europea
  • ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche)
  • ZHDC (Zero Discharge of Hazardous Chemicals)
  • Roadmap to Zero
Le sostanze chimiche nei capi che indossiamo: quando dobbiamo preoccuparcene
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