Scorie nucleari, la protesta della tuscia a roma sul tevere

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Scorie nucleari, la protesta della tuscia a roma sul tevere

Il ritorno del nucleare nell’agenda politica riaccende una questione che l’Italia affronta da anni: individuare dove collocare le scorie radioattive e, di conseguenza, dove localizzare il deposito nazionale. Nella Tuscia, però, la discussione non resta su un piano astratto. Da oltre quattro anni, comitati, sindaci, istituzioni locali, associazioni e cittadini sostengono una mobilitazione strutturata contro l’ipotesi che il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi venga realizzato nel Viterbese, territorio che concentra una quota rilevante delle aree considerate potenzialmente idonee.

deposito nazionale rifiuti radioattivi nella tuscia: la protesta che chiede chiarezza

Il movimento di opposizione sottolinea che, per quanto l’individuazione delle aree venga ricondotta a criteri tecnici, l’attenzione pubblica rimane concentrata su un punto specifico: le probabilità di localizzazione nel Viterbese. Secondo la ricostruzione dei comitati, il 40 per cento delle aree individuate da Sogin ricadrebbe proprio nel territorio della Tuscia. Sogin è indicata come la società di Stato chiamata al decommissioning degli impianti nucleari e alla messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.

La contestazione riguarda anche la dimensione del progetto: nella formulazione contestata, il deposito dovrebbe accogliere 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, con una quota di 18 mila metri cubi di scorie. Nel racconto dei comitati, la soluzione proposta sarebbe una discarica nucleare di superficie, ritenuta in contrasto con l’indicazione europea che prevede la custodia delle scorie in depositi di profondità. A questo si aggiunge la valutazione di incompatibilità con un territorio considerato agricolo e fragile sul piano idrogeologico, già interessato da criticità ambientali.

manifestazione sul tevere: “no scorie nella tuscia” per trasformare una vertenza locale

Il 20 giugno la mobilitazione trova una cornice simbolica a Roma, lungo il Tevere. La protesta viene raccontata come un’azione scenografica e al tempo stesso politica: un battello attraversa il fiume con bandiere gialle recanti il simbolo del nucleare, ombrelli dello stesso colore e cartelli con la richiesta “no scorie nella tuscia”, con Castel Sant’Angelo sullo sfondo.

L’obiettivo dichiarato dai comitati è riportare la questione al centro dell’attenzione nazionale. La contestazione evidenzia che il tema non dovrebbe essere percepito come confinato ai confini di un’area specifica del Lazio settentrionale, ma come un problema con ricadute potenzialmente più ampie.

criteri contestati e distanze ignorate: osservazioni tecniche e preoccupazioni sanitarie

La protesta non si limita alla dimensione pubblica. I comitati riportano di aver presentato osservazioni, contestato criteri di Sogin e coinvolto tecnici, ricercatori e accademici nel merito della selezione dei siti. Tra le contestazioni principali viene segnalata la presunta mancata considerazione di distanze da centri abitati, corsi d’acqua, sorgenti e monumenti naturali, oltre alla valutazione di compatibilità sociale ed economica del territorio.

La mobilitazione richiama anche l’intervento dell’Ordine dei medici di Viterbo, presentato come un elemento scritto che mette in evidenza una contraddizione: da un lato la radioattività naturale già presente in alcune aree del Viterbese, dall’altro l’ipotesi di un deposito di rifiuti radioattivi.

numeri della carta nazionale: 21 siti su 51 nella provincia di viterbo

Secondo i contestatori, il peso della protesta trova riscontro nei dati. Nella Carta nazionale delle aree idonee, resterebbero 51 siti in tutta Italia, di cui 21 nella provincia di Viterbo. La cifra è indicata come elemento determinante: un territorio descritto come relativamente limitato finirebbe per concentrarne una quota molto elevata.

Viene richiamato inoltre che, nei primi elenchi, la presenza in provincia sarebbe stata 22 su 67. I comitati riferiscono di aver chiesto più volte le motivazioni di tali scelte, senza ricevere, nella loro ricostruzione, risposte convincenti.

tevere e bacino idrico: la vicinanza a falde e corsi d’acqua secondo i comitati

Un passaggio centrale della contestazione riguarda le possibili connessioni idrologiche. Il movimento interpreta la manifestazione sul Tevere come un modo per rendere visibile un rischio che, secondo le preoccupazioni espresse, non resterebbe confinato alla Tuscia. L’argomentazione porta l’attenzione su alcune aree della bassa Tuscia che, secondo quanto sostenuto dai comitati, sarebbero vicine a falde superficiali, corsi d’acqua e sistemi idrici collegati al bacino del fiume.

La protesta mira a coinvolgere anche la Capitale: i comitati ribadiscono che la questione riguarderebbe direttamente Roma, richiamando la possibilità che una struttura localizzata a poche decine di chilometri possa avere conseguenze sull’intero bacino del Tevere.

precedenti internazionali e sicurezza strategica: i timori richiamati dal movimento

Per sostenere le preoccupazioni, la mobilitazione cita un precedente in Germania, ad Asse. Nel racconto dei comitati, infiltrazioni d’acqua in un deposito di rifiuti radioattivi avrebbero provocato problemi di contaminazione. Il timore espresso è che un incidente, naturale o umano, possa compromettere falde e corsi d’acqua, con ricadute che supererebbero l’area di partenza.

Accanto al tema idrogeologico, viene richiamata la questione della sicurezza. In una fase descritta come segnata da guerre e instabilità internazionale, i comitati richiamano il rischio che siti legati al nucleare possano diventare obiettivi strategici.

sostegno istituzionale e contestazioni in arrivo: oltre cinquanta amministrazioni contrarie

La mobilitazione, secondo quanto riferito, ha ottenuto sostegni istituzionali trasversali. Risultano espressi contro l’ipotesi di un deposito nella Tuscia il Consiglio regionale del Lazio, il Comune di Roma e la Città metropolitana. La presenza di amministratori con fascia tricolore sul battello viene presentata come elemento visibile del carattere istituzionale e civico della protesta.

Viene indicato anche l’evolversi numerico del fronte: il movimento riferisce di essere partito con 35 amministrazioni e di essere arrivato a oltre 50, “praticamente la totalità” dei comuni della provincia. Risulta inoltre un passaggio legato alla richiesta di incontro al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, indicata come non riscontrata, con riferimento a un accesso concesso ai comuni dell’Alessandrino e non al gruppo che contesta l’ipotesi nella Tuscia.

Nelle prossime settimane è previsto che la Provincia di Viterbo presenti contestazioni tecniche nell’ambito della procedura di Valutazione ambientale strategica.

clima politico regionale e bersaglio territoriale: reazioni dal Lazio

Le posizioni riportate includono anche il contributo di Claudio Marotta, consigliere regionale di Sinistra civica ecologista. Nel suo inquadramento, la Tuscia non intenderebbe contribuire con una logica di accettazione delle scorie di tutta Italia. La presenza di ventuno aree su cinquantuno viene descritta come un indicatore non casuale, collegato alla percezione di un bersaglio territoriale. La manifestazione a Roma viene quindi interpretata come un segnale della mobilitazione dell’intera Regione per contrastare quella che viene definita una minaccia al territorio.

figure e rappresentanti citati nella mobilitazione

  • Famiano Crucianelli
  • Claudio Marotta
  • Gilberto Pichetto Fratin
Scorie nucleari, la protesta della Tuscia arriva a Roma: “No al deposito nazionale di rifiuti radioattivi”

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