Non esistono mafie al nord? la lettura del csm sulla criminalità italiana

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Non esistono mafie al nord? la lettura del csm sulla criminalità italiana

Il dibattito sulla diffusione delle mafie in Italia riemerge con forza dopo una delibera del Consiglio Superiore della Magistratura che, nel definire le aree ad alta densità mafiosa, include soltanto i territori tradizionali del Mezzogiorno, con l’eccezione di Roma. La questione non si limita alle ricadute sulle nomine ai vertici delle Procure distrettuali: il nodo centrale riguarda il modo in cui viene letta l’evoluzione del fenomeno mafioso, ancora ancorato a una fotografia che non riflette pienamente la sua trasformazione nelle ultime decadi.

delibera csm e aree ad alta densità mafiosa: che cosa rivela

La scelta di limitare la valutazione ai contesti storicamente associati alla presenza criminale ripropone una visione che appartiene a un’epoca ormai superata. L’attenzione resta concentrata su una misura legata al radicamento territoriale di lungo periodo, mentre le mafie contemporanee mostrano caratteristiche diverse. Da qui nasce il rischio di una rappresentazione distorta del fenomeno, con una lettura che tende a far apparire il problema come più grave nel Sud e, per Nord e Centro, prevalentemente connotato da infiltrazione episodica.

Secondo l’impostazione critica, la conseguenza sarebbe una narrazione rassicurante ma fuorviante, capace di mantenere il crimine organizzato confinato entro alcune aree regionali, riducendo lo spazio per domande decisive sulle vulnerabilità presenti nell’intero sistema economico nazionale.

mafia: non solo controllo del territorio, faide e intimidazione visibile

La mafia non può essere interpretata esclusivamente attraverso categorie legate al controllo militare del territorio: faide, intimidazione percepibile e dominio nelle aree d’origine. Il fenomeno, nel suo sviluppo recente, incorpora forme e strategie differenti. In questa prospettiva, le organizzazioni criminali contemporanee non si limitano più a gestire il territorio in modo diretto, ma puntano anche a inserirsi nei meccanismi che regolano l’economia e le decisioni pubbliche.

mafie del XXI secolo: economia legale, finanza e relazioni con i colletti bianchi

Negli ultimi decenni, magistrati, studiosi, commissioni parlamentari e rapporti investigativi descrivono organizzazioni capaci di investire, riciclare e corrompere, fino a condizionare appalti e a penetrare nei mercati finanziari. La forza mafiosa viene ricondotta non soltanto alla capacità di intimidire, ma anche, e soprattutto, alla capacità di mimetizzarsi e di condizionare l’economia.

Il punto decisivo riguarda la costruzione di relazioni con settori qualificati: centri di potere finanziario, professionisti, imprenditori e amministratori pubblici, cioè con i cosiddetti colletti bianchi. In tale cornice, considerare come “alta densità” soltanto i territori in cui la criminalità si è formata storicamente significherebbe trascurare luoghi in cui vengono realizzati profitti in modo determinante.

investimenti nelle aree sviluppate: capitali, infrastrutture e opportunità

Non sarebbe casuale che le grandi organizzazioni criminali investano in modo stabile nelle aree economicamente più sviluppate del Paese. In questi contesti si concentrano capitali, infrastrutture, opere pubbliche, servizi e occasioni di riciclaggio. Di conseguenza, la lettura basata sulla sola geografia tradizionale rischierebbe di lasciare fuori parti rilevanti della mappa del potere mafioso, soprattutto dove si accumulano risorse.

antimafia istituzionale e retorica del folklore: il ruolo della dimensione economica e politica

La critica richiama una retorica dell’antimafia istituzionale che, per anni, avrebbe concentrato l’attenzione su aspetti legati al folklore criminale, sui simboli e sulle radici territoriali. In questa chiave, la dimensione economica e politica sarebbe rimasta sullo sfondo, come se il fenomeno fosse ancora rappresentabile con forme tradizionali, anziché con strumenti contemporanei come società di comodo, consulenze, fondi d’investimento, gare pubbliche e circuiti finanziari.

ridurre il fenomeno a sud: conseguenze e lettura archeologica della criminalità

Il riferimento a territori storicamente segnati dalla presenza mafiosa non viene contestato in quanto privo di basi: Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e altre aree del Sud continuano a rappresentare luoghi importanti per la storia e l’organizzazione delle consorterie criminali. Il punto contestato riguarda la scelta di legare la valutazione della densità mafiosa a quel solo perimetro geografico, senza cogliere come il fenomeno si sia evoluto.

La tesi è che le mafie del XXI secolo non necessitino sempre di conquistare i territori con la violenza. Spesso puntano a “colonizzarli” in chiave economica: cercano il controllo degli affari più che un controllo sociale visibile, puntando a entrare in consigli di amministrazione, catene degli appalti, circuiti del credito e dell’intermediazione economica. Viene inoltre evidenziata una dimensione ulteriore: la mafia come soggetto politico, inteso come sistema di relazioni capace di orientare decisioni e scelte nella gestione del potere e nella distribuzione delle risorse.

classificazione geografica insufficiente: potere mafioso oltre le mappe

Consolidare una classificazione che continui a privilegiare la dimensione geografica tradizionale rischierebbe di diventare uno strumento inadeguato. L’obiezione riguarda l’incapacità di offrire una fotografia reale della distribuzione del potere mafioso nel Paese: la lettura, infatti, trascurerebbe i luoghi di accumulazione della ricchezza criminale e continuerebbe a trattare la mafia come emergenza territoriale, anziché come sistema dotato di una dimensione nazionale.

Se le istituzioni intendono comprendere la natura attuale del fenomeno, sarebbe necessario abbandonare una lettura “archeologica” della criminalità organizzata. In questa impostazione, confinare la gravità al solo Mezzogiorno produrrebbe anche un effetto simbolico: finirebbe per assolvere implicitamente il resto dell’Italia dalle responsabilità nel contrastare la mafia con determinazione ed efficacia.

Un’antimafia che segua soltanto le mappe geografiche finirebbe per inseguire ombre, lasciando agire i protagonisti. La mafia più difficile da contrastare sarebbe quella che riesce a far percepire a un territorio di non essere coinvolto nel problema.

quadro sintetico dei riferimenti e dei soggetti citati

  • Consiglio Superiore della Magistratura (csm)
  • Procure distrettuali
  • Magistrati
  • Studiosi
  • Commissioni parlamentari
  • Rapporti investigativi
Non esistono mafie al Nord? Quella del Csm è una lettura archeologica della criminalità

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