Infermiera in svizzera ero un fantasma in reparto in italia
Annalisa Bergo, infermiera oggi 26enne, racconta un percorso professionale nato con aspettative precise e poi trasformato da un’esperienza lontana dall’Europa. Laureata in Infermieristica, l’idea iniziale era crescere in un grande ospedale, affiancata da colleghi più esperti e in grado di valorizzare quanto appreso all’università. Ben presto, però, la realtà incontrata ha messo in crisi quelle aspettative, aprendo la strada a una svolta inattesa e decisiva.
formazione infermieristica e delusione in ospedale: il peso delle gerarchie
Al momento dell’ingresso in un grande ospedale milanese, la neolaureata in terapia intensiva percepisce un contesto segnato da gerarchie rigide e dinamiche di “nonnismo”. La sensazione descritta è quella di essere poco visibile: ciò che viene detto e fatto risulta spesso considerato insignificante.
Annalisa afferma di essersi impegnata al massimo, ma di avvertire che lo sforzo non fosse mai sufficiente. Quando prova a proporre approcci differenti, basati su quanto studiato, la risposta ricorrente è riassunta da una formula: “qui si è sempre fatto così”, senza spazio per il metodo proposto.
Secondo il suo racconto, il clima avrebbe un impatto che supera la sfera economica, arrivando a incidere sulla motivazione e a rischiare di allontanare i giovani professionisti sanitari. Dopo turni e rientri, il dubbio diventa costante: la domanda che emerge è se quella fosse davvero la strada giusta.
svolta in uganda: coordinare un reparto per grandi ustionati
La trasformazione del percorso arriva quasi per caso. Tra i curriculum inviati, compare l’opportunità di coordinare l’apertura di un reparto pediatrico dedicato ai grandi ustionati presso la Zion Medical Clinic, una struttura sanitaria sul Monte Elgon, in Uganda. Annalisa si candida senza aspettative particolari, ma la scelta diventa determinante.
La partenza avviene nell’ottobre del 2025. Il periodo previsto è di circa un mese di volontariato, ma il soggiorno si estende per oltre tre mesi e mezzo. Il primo confronto con la realtà locale è descritto con immagini molto concrete: la prima sera non ci sono nemmeno i guanti.
risorse minime e bisogni enormi: l’urgenza della cura quotidiana
Nel contesto ugandese, la mancanza non riguarda solo materiale “di livello avanzato”: mancano elementi considerati basilari. Annalisa ricorda che non ci sono farmaci sofisticati né apparecchiature avanzate e che, di conseguenza, sono necessari strumenti essenziali. Il gesto di acquistare guanti per tutta la clinica viene percepito dalle persone del posto come un dono di valore assoluto.
vita clinica e comunità: ambulatori, ustionati e momenti di condivisione
L’esperienza prende forma attraverso una routine intensa. La giornata inizia con ambulatori per pazienti provenienti anche da centinaia di chilometri, spesso arrivando a piedi. Tra i casi segnalati rientrano donne incinte, bambini da sottoporre a vaccinazioni e situazioni legate a malaria o tubercolosi.
Nel pomeriggio Annalisa si dedica al reparto per ustionati, occupandosi di visite, emergenze e organizzazione
