Hormuz blocca i fertilizzanti, a rischio 45 milioni di persone

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Hormuz blocca i fertilizzanti, a rischio 45 milioni di persone

Le tensioni geopolitiche possono colpire anche ciò che sembra lontano dall’instabilità internazionale: l’agricoltura. La chiusura dello stretto di Hormuz e la guerra in Iran vengono indicate come causa di una vulnerabilità già presente nel sistema agricolo moderno, descritto come fragile e dipendente dal fossile. Quando si interrompono o rallentano le rotte che alimentano produzione e scorte, aumentano i timori sulle prossime semine e cresce l’allarme legato alla sicurezza alimentare globale.

Nel quadro tracciato, le conseguenze riguardano soprattutto la disponibilità di fertilizzanti e dei loro componenti, con effetti che non si limitano a un singolo ciclo produttivo: l’impatto, già avviato, richiede mesi per manifestarsi pienamente sui territori di destinazione.

fertilizzanti e stretto di hormuz: perché l’agricoltura è esposta

Lo scenario descritto collega direttamente la chiusura dello stretto di Hormuz alle catene necessarie per produrre fertilizzanti. Attraverso quello stretto transiterebbe un quarto del petrolio mondiale e, soprattutto, un terzo del commercio marittimo dei materiali utilizzati per i fertilizzanti (tra cui ammoniaca, urea e zolfo). Questa dipendenza rende il sistema produttivo agricolo non solido e capace di reagire male a variabili esterne come conflitti, scelte geopolitiche e dinamiche speculative.

Le preoccupazioni si intrecciano con l’allerta dell’Onu: secondo quanto riportato, risulterebbero 45 milioni di persone in più a rischio fame a livello globale se la situazione non si sblocca rapidamente. Viene richiamata anche una criticità simile già emersa nel 2022, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, legata al ruolo dell’Ucraina come esportatore di fertilizzanti azotati.

prezzi dei fertilizzanti e impatto sulle semine: dati e tempi di trasferimento

Nel contesto europeo, l’incremento dei costi è indicato come ulteriore elemento di pressione. Si afferma che il prezzo dei fertilizzanti azotati nell’UE sarebbe cresciuto del 60% rispetto al 2024. Per l’Italia viene riportato un consumo annuale di 300 mila tonnellate di fertilizzanti.

Il quadro numerico evidenzia inoltre un divario tra utilizzo e capacità di assorbimento del suolo. La media europea dei fertilizzanti inorganici si collocherebbe tra 70 e 72 kg per ettaro, mentre in Italia i dati riportano un uso tra 110 e 130 kg per ettaro. In parallelo, si sottolinea che gli agricoltori applicherebbero circa 67 kg di azoto in più rispetto alle possibilità di assorbimento del terreno.

Viene specificato che, a causa della complessità delle catene logistiche e produttive, anche quando l’ostacolo si presenta nel Golfo, il danno diventa pienamente operativo su più mesi: resterebbero bloccate due milioni di tonnellate di fertilizzanti prima che raggiungano i paesi di destinazione.

limiti del modello agroalimentare: dipendenza, input e fragilità ecologica

Le informazioni fornite descrivono un modello agricolo e alimentare che lavorerebbe contro la natura invece di lavorare con essa. Gli ecosistemi agricoli vengono presentati come ambienti costruiti in cui il vivente deve adeguarsi alle esigenze del mercato globale. Il risultato sarebbe un sistema artificiale nella gestione e nella produzione, con effetti che ricadono su clima e biodiversità.

La reazione proposta dai grandi attori dell’agrobusiness viene riportata come ulteriore intensificazione: più dipendenza tecnologica, più input energetici, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. Nella cornice europea, le misure di carattere tampone citate comprendono la sospensione dei dazi sui fertilizzanti, l’erogazione di fondi agli agricoltori, la promozione di stoccaggi strategici e l’introduzione di fertilizzanti alternativi.

Secondo l’impostazione esposta, tali interventi non garantirebbero quel cambiamento strutturale considerato urgente: servirebbero rotture rispetto alla dipendenza di un sistema globalizzato, descritto come verticale e concentrato nelle mani di pochi soggetti molto potenti.

agroecologia: approccio politico dal basso e gestione ecologica dei sistemi

L’agroecologia viene presentata come una prospettiva che supera la riduzione a mera tecnica. È definita come un approccio dal basso in cui le comunità locali assumono un ruolo di governo del territorio, viene valorizzato il sapere diffuso e si punta alla rigenerazione del tessuto sociale lacerato. Le risorse naturali vengono considerate beni comuni da custodire, rigenerare e condividere.

La disciplina applica principi ecologici alla gestione dei sistemi agricoli e si fonda su alcuni elementi centrali: riciclo dei nutrienti con l’obiettivo di ridurre l’acquisto di fertilizzanti chimici, rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e della fertilità del suolo, oltre a un equilibrio microbiologico. I campi coltivati vengono concepiti come ecosistemi in cui si attivano relazioni naturali sinergiche tra colture, alberi e animali, con un lavoro “con la natura” e non “contro la natura”.

costi dei sussidi e transizione agroecologica: numeri e spesa

Un’analisi della Agroecology Coalition viene utilizzata per quantificare la disponibilità di risorse finanziarie. Viene indicato che, a livello globale, i governi spenderebbero ogni anno più di 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, con una quota di circa 400 miliardi destinata a sostenere lo stesso modello intensivo descritto come dannoso per clima e biodiversità.

La medesima analisi stimerebbe che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe tra 250 e 430 miliardi di dollari l’anno. Nel ragionamento proposto, tale cifra risulterebbe inferiore a quanto già viene speso per mantenere in piedi un’agricoltura imperniata sul fossile.

rotture e cambiamento del sistema: sovranità alimentare e filiere più corte

La transizione agroecologica viene descritta come una rottura concreta: rimette i semi nelle mani dei contadini superando la logica dei brevetti; mira ad accorciare le filiere per tutelare il reddito degli agricoltori; promuove la sovranità alimentare rendendo le comunità più indipendenti.

Il cibo viene collegato alla capacità delle comunità di costruire reti di solidarietà, così da sottrarlo alle crisi legate alle tensioni belliche. Il modello agroecologico viene inoltre indicato come paradigma produttivo già sperimentato e applicato positivamente in vari territori.

Nel quadro descritto, mentre la politica dovrebbe collocare la transizione agroecologica al centro dell’agenda, le comunità starebbero già realizzando un modello di sviluppo orientato al presente e al futuro del vivente.

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