Amirah al wassif visionaria egitto di provincia
Una raccolta di testi poetici attraversa morte, metamorfosi e smarrimento con immagini di grande intensità, alternando toni visionari e lampi di ironia. Le liriche attribuite ad Amirah Al Wassif si muovono tra registri differenti—da scene oniriche a racconti spezzati—dando forma a un mondo in cui il corpo si trasforma, la memoria vacilla e la fede si presenta sotto sembianze sorprendenti.
amiran al wassif, origini e percorso tra arabo e inglese
Amirah Al Wassif è nata nel 1991 a Damietta, sul delta del Nilo, dove vive tuttora. La sua produzione letteraria si colloca tra arabo e inglese, con opere che dialogano tra traduzione, rielaborazione e nuove forme espressive.
Tra i lavori citati emerge For Those Who Don’t Know Chocolate (2019), presentato come traduzione e rielaborazione di un proprio lavoro in arabo: il testo affronta contrasti sociali e culturali con tono visionario e ironico. Sempre in inglese figurano The Cocoa Boy and Other Stories, definito come libro per ragazzi che unisce fiaba e realismo, e The Rules of Blind Obedience, una silloge illustrata di versi che riflette sulle dinamiche di potere e sottomissione.
Nel 2022 è uscito How to Bury a Curious Girl, che conferma l’attenzione per il tema della libertà interiore. In arabo, tra i titoli noti compaiono Manshurat ’Atifiyya (Pubblicazioni affettive, 2017) e Al-Sayyida Suzan wa Akhawatuha (La signora Susan e le sue sorelle, 2018).
il crimine: immagini di morte, voce e metamorfosi
La lirica intitolata Il crimine mette in scena un’aggressione surrealista: la voce narrante racconta di essere stata abbattuta e spedita per posta a una caverna galleggiante. Pur nella condizione postuma, il corpo diventa elemento sonoro: ogni parte canta una ninnananna.
Nella composizione si alternano figure e suoni: elefanti che raccontano una fiaba, rane che tambureggiano nell’orecchio, un angelo della morte che fa bollire una banana per nutrire i suoi piccoli. La dimensione infernale è trattata come esperienza ambigua, poiché la narratrice si domanda se l’inferno sia stato una freddura.
La poesia prosegue con una donna cieca che spoglia della propria pelle, descritta con dita da strega. Il contatto con gli occhi conduce a un giardino di tulipani. Il braccio compie una metamorfosi in uomo saggio, capace di parlare come se avesse trascorso la vita da filosofo.
Tra preghiera e dialogo, Dio appare con un cappello intessuto da una nube lattiginosa. Alla richiesta “Parlami”, la narratrice dichiara: “Ho un genio dentro”. La risposta di Dio trasforma la confessione in una vecchia barzelletta, mentre l’idea del suicidio viene smentita dall’assunto che la narratrice sia già morta.
Il testo conclude richiamando l’uomo che l’ha sgozzata, definito artista, capace di spremere olio di ricino negli occhi spalancati.
dopo il funerale di papà: trasformazioni, fame e sottomissione
In “Dopo il funerale di papà” la sequenza degli eventi parte da un lutto: dopo il funerale, mamma sposa un macellaio. La voce narrante piange a lungo, fino a perdere la voce, e poi un elemento estraneo viene “trapiantato” nella gola: un fiore.
A seguire avvengono trasformazioni fisiche e possibilità narrative fuori norma: la narratrice diventa un gatto con un occhio solo, capace di volare da una bocca all’altra. La leggerezza viene associata a un sogno a occhi aperti che cela il volto di un bimbo immigrato.
Il macellaio tossisce con ferocia, con una lunga coda di ferro usata per darle noia. A quel punto la voce riconosce un bisogno concreto: “avevo fame”. Corre verso la coscia di sua madre per chiedere un’altra possibilità, ricevendo una risposta che normalizza la sottomissione: lui è il dio, la narratrice deve inginocchiarsi e diventare “una brava ragazza”.
La scena successiva è di occultamento e calcolo: la narratrice si trascina in un angolo, seppellendo il viso nelle tende lacerate e misurando la distanza tra il cielo e la bara del padre. Il desiderio diventa immaginazione: fare una caramella di nubi e inviarla al padre. Intanto si impone la necessità di incontrare il dio e chiedere se sia reale o surreale.
Il finale introduce l’arrivo del patrigno, descritto con forbici in una mano e un cactus nell’altra, mentre il suo ghigno inghiotte la stanza.
ode a mia nonna: alzheimer, attese e svanire
Ode a mia nonna si concentra sulla memoria che si sgretola: la nonna è affetta da Alzheimer. L’anno scorso ha perso un dente e la memoria, iniziando poi a scambiare pianto con risate e risate con pianto. A questa instabilità si aggiungono comportamenti che spostano la figura in un altrove: vestirsi con le tende della casa, fidanzarsi con un attore morto da anni, giocare a carte col gatto persiano della narratrice.
La frase “Ti voglio bene, nonna” viene ripetuta più volte, ma lei guarda altrove, come se attendesse Azrael. Vengono ricordate la bellezza alla stessa età della nipote e l’upupa: la nonna non riesce più a ricordare dove sia andata, fino a domandarsi se abbia fatto il nido nel petto. Si tocca i capezzoli come se vi fosse qualcosa da scoprire ancora.
La chiusa è affidata all’immagine di una piccola upupa che manca, con occhi pieni di pianto. Quando il bacio dell’ultima lacrima si getta sul pavimento, la voce narrante percepisce un rumore inaspettato e sente che la nonna svanisce.
allucinazioni: gregge umano, corpi a miliardi di stanze
La lirica Allucinazioni racconta un sogno popolato di figure e trasformazioni. Ci sono mucche che guidano un gregge umano, e il gregge canticchia una poesia d’altri tempi. Il suono del flauto sembra uscire dai denti di una quercia antica.
Nel medesimo scenario compare anche una luna e mezza che cade nel grembo di sua madre mentre lei cuce un grande pezzo di cielo sulle minuscole teste di tre gatti in preda al panico. La fantasia onirica diventa poi identità: la narratrice sogna di essere un gorilla, con dita incrostate di terra e secche.
Il testo insiste sull’idea di un doppio: una versione alternativa della narratrice osserva da un altro mondo, si bagna in un’altra acqua. Il corpo viene descritto come composto da miliardi di stanze, tutte vuote, senza ospiti. La narratrice si sente prossima a sciogliersi in un fiume, ma la tentazione di essere “qualcosa di più grande” la fa inginocchiare, come un verso che aleggia.
L’immagine finale lega tremore e canto: trema come una canzone d’amore nel petto di un poeta e, nel movimento del gesto, richiama il fazzoletto di un angelo.
personaggi e presenze citate nelle liriche
Le composizioni includono figure che assumono ruoli narrativi o simbolici fondamentali:
- Amirah Al Wassif
- Azrael
- Dio (entità evocata nella lirica)
- l’angelo della morte
- papà
- mamma
- il macellaio
- il patrigno
- la nonna
- un bimbo immigrato
- un attore morto da anni
- tre gatti
- tre gatti in preda al panico
- un gorilla
- elefanti
- rane
- mucche
- un gregge umano
- una quercia antica
- un bimbo immigrato
Linguafranca va in vacanza è indicata come nota di chiusura con la frase: “ci sentiamo a settembre”.
