Obiezione di coscienza alla guerra diritto costituzionale le parole di Francesca Albanese a Genova con i portuali
Un diritto che diventa misura concreta nei luoghi di lavoro, per interrompere la filiera legata alle armi e rendere verificabile l’applicazione delle regole sull’export: a Genova la relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha incontrato il Collettivo autonomo dei lavoratori portuali e ha sostenuto una proposta costruita da Usb con un gruppo di legali. Al centro c’è il riconoscimento del diritto di rifiutare prestazioni connesse alla produzione, alla ricerca, al trasporto e alla circolazione di armamenti, collegando la questione all’impostazione italiana sul ripudio della guerra e alle ricadute di un’economia di guerra.
obiezione di coscienza e rifiuto delle mansioni legate alle armi
Nel corso dell’incontro è stata ribadita l’idea che l’obiezione di coscienza non resti confinata a un principio astratto. La proposta Usb mira a consentire a chi lavora di dire no quando una prestazione contribuisce, direttamente o indirettamente, a produzione, ricerca, trasporto o circolazione di armi, prevedendo l’assegnazione ad altra mansione senza sanzioni. L’impostazione viene presentata come estendibile oltre il perimetro dei soli portuali, includendo anche settori legati alla logistica e ai trasporti.
estensione della proposta oltre i porti
Secondo la ricostruzione emersa durante il confronto, l’appello non riguarda soltanto i lavoratori portuali: viene indicato un perimetro più ampio che comprende ricercatori, tecnici, operai dell’industria bellica, personale universitario e addetti di logistica e trasporti.
motivazioni e collegamenti con precedenti forme di obiezione
La discussione richiama esempi già esistenti di obiezione di coscienza: tra i casi citati rientra la possibilità di rifiutare la partecipazione alla sperimentazione animale, così come l’obiezione per i ginecologi che non praticano l’interruzione volontaria di gravidanza e, ancora prima, il rifiuto legato alla leva militare obbligatoria. In questo quadro viene posta una domanda specifica: se in altri ambiti il rifiuto è riconosciuto, viene chiesto perché non debba valere anche rispetto a mansioni collegate a missili diretti a paesi in guerra.
osservatorio sui traffici bellici nel porto di genova
La prima richiesta concreta dei portuali riguarda l’osservatorio sui traffici di armi. Riccardo Rudino, del Calp, evidenzia che, nonostante l’apertura dichiarata dalla sindaca Silvia Salis, non sarebbe stato ancora predisposto uno strumento operativo. Viene ricordato che esiste un ordine del giorno approvato dalla maggioranza del consiglio comunale, ma, secondo i portuali, non risulterebbe seguito da azioni.
trasparenza sull’applicazione della legge 185/90
L’osservatorio viene indicato come lo strumento idoneo a garantire la trasparenza sull’osservanza della legge 185/90. La norma regola l’export di armamenti e vieta forniture verso paesi in guerra. Nel descrivere i limiti dei controlli, viene sottolineato che il problema non riguarderebbe soltanto carichi “visibili” come cannoni, jeep o elicotteri, ma anche i container nei quali le armi vengono frequentemente spedite smontate.
criticità nei coordinamenti tra enti
Secondo la ricostruzione portata dal Calp, senza accesso ai documenti e senza un coordinamento tra Dogana, Autorità portuale, Capitaneria e Prefettura, controlli e blocchi resterebbero affidati a segnalazioni episodiche. L’osservatorio, invece, servirebbe a favorire lo scambio tra enti, con il Comune indicato come garante.
assenza di vincoli rispetto a un precedente modello
Il confronto include un riferimento al porto di Ravenna, dove il rispetto della 185/90 sarebbe entrato nel codice etico: i terminalisti concessionari dovrebbero garantire l’osservanza della legge, con conseguenze come l’esclusione in caso di violazione. A Genova, per i portuali, un vincolo di questo tipo non sarebbe presente.
blocco delle merci verso israele e limiti organizzativi
La seconda questione riguarda il blocco delle merci dirette a Israele. Rudino ribadisce che dal porto di Genova partirebbero circa 15mila container verso Ashdod. Per uno scalo come Genova, la cifra è considerata gestibile e viene proposta l’ipotesi di scioperi limitati a quei container, senza arrivare ogni volta a uno sciopero generale, purché ci sia convergenza tra le organizzazioni sindacali.
protezione del singolo lavoratore
Nel ragionamento viene evidenziato che l’obiettivo è non lasciare esposto il singolo lavoratore. Viene spiegato che, se un gruista rifiutasse individualmente di caricare un container, rischierebbe una contestazione disciplinare: il rifiuto potrebbe essere trattato come insubordinazione, con conseguenze fino al licenziamento. In alternativa, sarebbe previsto lo sciopero, ma il preavviso richiesto di dieci giorni viene considerato incompatibile con i tempi reali, dato che la segnalazione di un carico arriverebbe poche ore prima.
sciopero senza preavviso e conseguenze economiche
Lo sciopero senza preavviso, richiamato come praticato in passato dai lavoratori portuali, viene descritto come oggetto di multe pesanti per sindacato e lavoratori, con un aggravio legato al decreto sicurezza.
dal percorso di mobilitazione a strumenti verificabili
La proposta sull’obiezione di coscienza viene presentata come parte di una strategia che mira a tradurre la mobilitazione in strumenti concreti. Il manifesto legato alla campagna riporta lo slogan: “Non con le mie mani, non con le mie conoscenze, non con il mio lavoro”.
interpretare l’obiezione come diritto costituzionalmente protetto
Albanese raccoglie il punto sottolineando l’esigenza di interpretare l’obiezione di coscienza come un diritto tutelato dalla Costituzione. Nella cornice della questione palestinese, viene indicata l’intenzione di contrastare il necrocapitalismo, descritto come una dimensione che si alimenta della morte.
piazza come tappa, obiettivi praticabili come traguardo
Il confronto distingue tra funzione della piazza e obiettivi verificabili. Viene riportata l’idea che la piazza sia fondamentale come tappa del percorso, ma non una destinazione. Per i portuali, il passaggio necessario consiste in un insieme di misure: un osservatorio, un codice etico capace di vincolare i concessionari e una legge pensata per proteggere chi intende disertare la filiera della guerra.
orizzonte politico 2027 e richiesta di responsabilità
Il discorso include un riferimento alle elezioni del 2027. Albanese afferma che sarà essenziale chiedere conto a tutti i partiti delle politiche legate alla corsa al riarmo, alla Palestina e alla guerra. Viene anche richiamata l’idea che investire sull’economia di guerra significhi drenare risorse da altri ambiti, con una serie di considerazioni espresse nel linguaggio del lavoratore portuale: i proiettili non rappresentano strumenti utili per mangiare o curarsi, e non producono conoscenza.
interazione durante il confronto ai varchi
Nel corso del dialogo, Romeo Pellicciari, camallo, rivolge una domanda sulla presenza di impegni per le prossime elezioni. La risposta attribuita ad Albanese sostiene che la responsabilità politica debba essere portata da altri soggetti, mentre l’intervento si chiude con la replica corale: “Noi facciamo casino e basta”.
personalità e soggetti presenti
Francesca Albanese, Silvia Salis, Riccardo Rudino, José Nivoi, Romeo Pellicciari