Trump exit strategy dopo il fallimento della guerra commerciale: a pagare siamo tutti noi

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Trump exit strategy  dopo il fallimento della guerra commerciale: a pagare siamo tutti noi

Le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di chiudere rapidamente lo scenario bellico contro l’Iran si inseriscono in una dinamica ricorrente: proclamare obiettivi raggiunti, ridisegnare la narrazione e far apparire la strategia come decisiva. Per valutare quanto ci sia di reale, il confronto più immediato riguarda un altro conflitto intrapreso con strumenti politici ed economici: quello commerciale. Lì il divario tra promesse e risultati risulta più misurabile, e offre un parametro utile per osservare anche la seconda fase, quella militare.

La questione centrale diventa quindi questa: obiettivi dichiarati e conseguenze effettive stanno procedendo nella stessa direzione oppure no? I dettagli riportati delineano un quadro in cui i risultati ottenuti sembrano limitati rispetto alle aspettative, mentre i costi, diretti e indiretti, ricadono su consumatori, mercati e relazioni internazionali.

guerra commerciale: fallimento degli obiettivi di trump

La guerra commerciale avviata con i dazi universali nell’aprile 2025 viene descritta come un fallimento economico completo. Secondo la ricostruzione, nessuno dei traguardi indicati è stato raggiunto, con ricadute che smentiscono l’impostazione iniziale.

deficit usa invariato e crisi strutturale

Il primo punto riguarda il deficit commerciale statunitense: non viene ridotto e resta invariato, attestandosi a oltre 900 miliardi di dollari. La spiegazione fornita mette in evidenza anche un elemento di contesto: gli Stati Uniti non risultano, da anni, una nazione manifatturiera e continuano a servirsi del resto del mondo.

vantaggio cinese e riallocazione delle merci

In parallelo, viene indicata una crescita marcata dell’avanzo commerciale cinese, che rafforza la posizione economica della Cina. Le merci non più gradite negli Stati Uniti avrebbero trovato nuove strade verso l’Africa, l’Asia e il Sudamerica. Si evidenzia inoltre l’arrivo di auto cinesi anche in contesti europei.

entrate doganali mancate e inflazione più alta

Un ulteriore elemento riguarda le risorse attese dai dazi: i 100 miliardi e oltre non sarebbero disponibili perché la Corte Costituzionale avrebbe stabilito che le tariffe commerciali erano illegali. Le somme dovrebbero essere restituite, con cause legali già avviate.

Nel frattempo, viene riportato che l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata di un punto percentuale, con un impatto stimato in migliaia di dollari sulle famiglie. L’incremento maggiore sarebbe stato evitato solo parzialmente, grazie a esenzioni e riduzioni che avrebbero depotenziato la politica iniziale.

pagano i consumatori e il beneficio va a cina

La conclusione assegnata a questa fase è netta: la guerra commerciale sarebbe stata pagata dai consumatori americani, mentre le imprese estere avrebbero beneficiato meno del previsto. A livello globale sarebbe stata un regalo inatteso per la Cina, che avrebbe così rafforzato la propria posizione nei rapporti economici internazionali, prendendo posto agli Stati Uniti.

guerra all’iran: obiettivi non raggiunti e resistenza superiore alle attese

Un andamento simile viene accostato alla guerra contro l’Iran. Gli obiettivi principali citati—caduta del regime e recupero del materiale radioattivo—non sarebbero stati raggiunti. A fronte di ciò, sarebbero stati ottenuti risultati definiti minori, come la distruzione della capacità militare iraniana. Anche questa parte viene collegata a un obiettivo più specifico attribuito al governo israeliano.

costi elevati: patriot contro droni e spesa molto superiore

La narrazione dei costi sottolinea un esempio concreto: per abbattere un drone iraniano che costa 35.000 dollari viene impiegato un intercettore Patriot che costa 3,7 milioni di dollari, cioè circa cento volte di più. Nei primi trenta giorni di guerra, gli Stati Uniti avrebbero speso oltre 50 miliardi, mentre il Pentagono preparerebbe una richiesta complessiva di 200 miliardi.

vantaggio tecnologico, ma iraniani più resilienti

Il quadro complessivo viene descritto in termini bilanciati: sul piano tecnologico e militare gli americani risulterebbero in vantaggio, mentre gli iraniani avrebbero mostrato una capacità di resistenza superiore alle previsioni degli strateghi statunitensi. La dinamica viene riassunta richiamando la similitudine di Davide contro Golia, con una sproporzione che non impedirebbe la tenuta dell’avversario.

effetti indiretti: petrolio più caro e aumento dei prezzi globali

Se i costi diretti della guerra sono indicati come già elevati, viene attribuita maggiore intensità ai costi indiretti. Il blocco dello stretto di Hormuz avrebbe innescato un rialzo del prezzo del petrolio, portandolo da 65 a 100 dollari e oltre.

rialzo combustibili e catena di prezzi

Dato che l’economia globale risulta fortemente dipendente dai combustibili fossili, un petrolio più caro genererebbe un aumento generalizzato dei prezzi per beni e servizi. Oltre al prezzo alla pompa—con un riferimento alla soglia di 4 dollari al gallone come nel 2022—viene segnalato che avrebbero subito rincari anche prodotti strategici come i fertilizzanti, considerati fondamentali per l’agricoltura.

curiosità su usa esportatore e logica interdipendente

Viene anche evidenziata una circostanza considerata “curiosa”: gli Stati Uniti, essendo indicati come esportatori di petrolio e potenzialmente autosufficienti, sperimenterebbero comunque aumenti. La spiegazione riportata richiama il funzionamento di un’economia globalizzata, in cui nessun paese può essere considerato un’isola e i prezzi tendono a propagarsi.

stima della “tassa” quotidiana sul mondo

La guerra viene descritta come una tassa salata fatta pagare al mondo intero. Con calcoli approssimativi, si parla di 5-6 miliardi al giorno, basati sul consumo giornaliero di 102 milioni di barili. La cifra viene presentata come denaro potenzialmente destinabile ad altre finalità.

vantaggi geopolitici per la cina e possibili cambi politici negli usa

Le conseguenze non si limiterebbero ai mercati energetici. Viene affermato che, mentre gli Stati Uniti incontrano difficoltà—perché lo strapotere militare da solo non garantirebbe risultati stabili—la Cina otterrebbe vantaggi sul piano geopolitico.

cina e transito: negoziati sullo stretto di hormuz

Si sottolinea che la dipendenza cinese dal petrolio iraniano esiste, con un import stimato in 5 milioni di barili al giorno. Tuttavia, la Cina starebbe negoziando il passaggio delle proprie petroliere. Ne deriva un punto specifico: se lo stretto fosse chiuso, non lo sarebbe per le navi cinesi, configurando un ulteriore svantaggio per la “diplomazia sovranista” attribuita a Trump.

necessità di ricomposizione delle regole internazionali

La condotta attribuita a Trump viene descritta come assimilabile a un comportamento capriccioso o incosciente che avrebbe infranto il “vaso prezioso” delle regole internazionali—commerciali e diplomatiche. La ricomposizione del quadro regolatorio viene indicata come un compito che richiederebbe interventi sia interni sia esterni.

ruolo dell’elettorato usa e limiti dell’azione internazionale

Per il primo obiettivo, viene indicato che l’unico attore possibile sarebbe l’elettorato americano. Nelle elezioni di novembre 2026 avrebbe la possibilità di cambiare le due maggioranze parlamentari, con l’effetto di disinnescare in modo sostanziale la minaccia rappresentata da Trump.

Per la parte internazionale, viene segnalato che non si intravederebbe un soggetto in grado di svolgere quel ruolo. La Cina non sarebbe coinvolta in modo diretto perché, nella descrizione, punterebbe ai propri interessi economici. L’Unione europea viene invece descritta come incapace di un’azione efficace per via di divisioni e timidezza.

possibile primo passo: fine delle guerre per convenienza economica

Come prospettiva immediata, si menziona la possibilità che si arrivi a una fine delle guerre—non per puro pacifismo, ma per una convenienza economica indicata come determinante.

Trump ha iniziato la sua exit strategy dall’Iran, dopo il fallimento della guerra commerciale: a pagare siamo tutti noi

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