Ricina conferma la morte di madre e figlia: avvelenamento acuto
Un caso che ha attraversato settimane di attesa sta progressivamente trovando una conferma sul piano scientifico: l’ipotesi di un avvelenamento da ricina emerge con elementi tecnici sempre più solidi nel procedimento per il duplice omicidio avvenuto a Campobasso tra il 27 e il 28 dicembre. La relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, depositata dall’autorità giudiziaria, rafforza in modo determinante il quadro delle cause dei decessi, lasciando però ancora aperte alcune aree delicate sul versante investigativo.
ricina e duplice omicidio: la relazione maugeri di pavia
La svolta arriva con il deposito della relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, che conferma la compatibilità dei decessi con un’intossicazione acuta da ricina. La Procura di Larino, nella direzione della procuratrice elvira antonelli, imposta il risultato in termini tecnici: gli esiti degli accertamenti risultano scientificamente compatibili con elevato grado di affidabilità tecnico-scientifica rispetto a un’intossicazione acuta da ricina.
Nel documento si legge che, alla luce dell’insieme degli elementi clinici e analitici acquisiti, esiste una elevato grado di probabilità tecnico-scientifica che in alcuni campioni biologici delle due vittime sia stata accertata la presenza della tossina. Le concentrazioni rilevate risultano coerenti con un quadro di avvelenamento acuto, convalidando i sospetti emersi già nelle fasi iniziali dell’indagine.
analisi ripetute e rete di laboratori
La conferma tossicologica si basa su un percorso articolato e ripetuto. Il Centro antiveleni Maugeri ha coordinato una rete di strutture scientifiche di alto livello, coinvolgendo dipartimenti di chimica e tossicologia forense dell’università di pavia, l’irccs policlinico san matteo, gli istituti zooprofilattici di brescia e bologna e il centro ricerche marine di cesenatico-cervia.
Le analisi sono state eseguite più volte, in laboratori diversi e con tecniche differenti, per ridurre al minimo il rischio di interferenze e aumentare l’affidabilità del risultato. La ricostruzione delle attività indica che l’iter è iniziato già il 6 marzo, quando una prima evidenza analitica sulla possibile presenza di ricina è stata comunicata al medico legale, per poi proseguire con ulteriori verifiche fino alla relazione conclusiva depositata il 23 aprile.
ipotesi sull’origine della sostanza
Accanto al dato scientifico, nel fascicolo resta un’ipotesi ancora da chiarire sul piano investigativo: viene prospettata la possibilità che la sostanza sia stata ricavata artigianalmente, pestando i semi della pianta di ricino presente in molise.
accertamenti su autopsia e caso gianni di vita
Anche con la forza del dato tossicologico, la Procura richiama alla prudenza: la positività dovrà essere ulteriormente verificata tramite accertamenti sui campioni prelevati durante l’autopsia. L’obiettivo è individuare nei tessuti e negli organi segni tipici dell’intossicazione descritti in letteratura, così da integrare e consolidare la base probatoria.
Per antonella di ielsi e la figlia sara di vita la presenza del veleno appare ormai un elemento acquisito sotto il profilo tecnico. Più articolata risulta invece la posizione di gianni di vita, indicato come marito e padre delle vittime e parte offesa nel procedimento: i campioni biologici a lui riferibili hanno mostrato esiti negativi alla ricina.
perché la negatività non chiude il caso
La negatività non viene trattata come elemento risolutivo. Nella relazione viene evidenziato che essa può risultare compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la degradazione anche completa dell’analita legata al tempo trascorso. Le analisi, infatti, sarebbero state eseguite dopo due mesi dal prelievo, introducendo un margine di incertezza non trascurabile.
carlo locatelli: campioni non protetti e casi in italia
Un chiarimento ulteriore sul punto è arrivato dal direttore del Centro antiveleni Maugeri, carlo locatelli, intervenuto anche pubblicamente. Nel commento viene ribadito che, nei test ripetuti, è stato rilevato un esito negativo alla ricina, ma viene specificato che il campione non era stato inizialmente conservato dal centro.
Locatelli aggiunge un aspetto determinante per interpretare le analisi nel tempo: quando trascorrono mesi dall’ingestione di un veleno di quel tipo e il campione non viene protetto in modo adeguato, è possibile che le tracce del veleno svaniscano. In altri termini, la mancata rilevazione della ricina nel sangue non escluderebbe in modo automatico un’esposizione precedente, specie in presenza di tempi lunghi e di condizioni di conservazione non ottimali.
frequenza dei casi e contesto delle intossicazioni
Il direttore del Centro antiveleni fornisce anche un quadro nazionale: in Italia, nel corso dell’anno 2025, sarebbero stati registrati 7-8 casi di intossicazioni da ricina, legati per lo più a ingestioni accidentali di piccole quantità, con la precisazione che nessuno sarebbe deceduto. Si tratterebbe di episodi collegati, in prevalenza, all’assunzione di semi della pianta di ricino, che cresce spontaneamente anche nel Paese; i casi mortali, invece, sarebbero considerati un’eccezione.
indagini proseguono a tutto campo e responsabilità mediche
La Procura ha ribadito che, alla luce delle nuove risultanze, non cambia l’impostazione delle ipotesi accusatorie e la posizione giuridica degli interessati. Le indagini proseguono a tutto campo, con l’obiettivo di ricostruire la dinamica dei fatti, individuare eventuali responsabilità e capire come e in che modo la sostanza sia stata somministrata.
Nei giorni scorsi è stato sequestrato il telefono di alice di vita, figlia e sorella delle vittime e parte offesa nel procedimento, finalizzato a individuare informazioni relative ai giorni e alle cene natalizie in cui la 18enne non sarebbe stata presente.
richieste di archiviazione per i sanitari coinvolti
Parallelamente si apre anche il fronte delle responsabilità mediche. Dopo la conferma dell’intossicazione, alcune difese hanno chiesto l’archiviazione delle posizioni dei sanitari coinvolti. La linea difensiva sostiene che l’assenza di un antidoto specifico e la difficoltà diagnostica connessa alla ricina ridurrebbero la possibilità di interventi efficaci da parte dei medici.
Nel procedimento risultano cinque i sanitari indagati dalla Procura di Campobasso per omicidio colposo. Madre e figlia, dopo essersi sentite male, si sarebbero rivolte prima alla guardia medica e poi all’ospedale, prima che la situazione precipitasse e i decessi avvenissero a distanza di un giorno l’una dall’altra.
resta centrale il punto investigativo: somministrazione e modalità
Il nodo centrale dell’inchiesta rimane l’identificazione di chi abbia somministrato la ricina e con quali modalità. Il percorso scientifico fornisce un riferimento decisivo per stabilire la presenza del veleno, mentre il passaggio verso la definizione giudiziaria richiede una ricostruzione completa dei dettagli: tempi, modalità e contatti, elementi che gli investigatori stanno cercando di ricomporre progressivamente.
personaggi citati nel caso
- antonella di ielsi
- sara di vita
- gianni di vita
- alice di vita
- elvira antonelli
- carlo locatelli
