Portanova condannato: il calcio deve prendere posizione contro la violenza
La vicenda di Manolo Portanova, calciatore condannato per violenza sessuale di gruppo e lesioni anche in secondo grado, riaccende un nodo delicato: come conciliare la presunzione di innocenza con la responsabilità sociale quando a essere coinvolti sono figure viste dal pubblico come modelli. L’avvocata Claudia Bini, dell’associazione Donna Chiama Donna di Siena e parte civile nel processo, mette al centro della riflessione l’atteggiamento del mondo sportivo, la narrazione mediatica e la reazione della tifoseria, indicando un problema sistemico che incide sulla cultura della denuncia e sulla percezione delle vittime.
Claudia Bini e la tutela delle vittime nel processo a Portanova
L’avvocata Bini descrive un equilibrio complesso tra diritto al lavoro dell’imputato e la tendenza, nei commenti pubblici, a minimizzare la gravità della violenza. Il punto di partenza è la constatazione che, nella realtà italiana, si tende a muoversi con ritardi rispetto alla necessità di riconoscere pienamente il peso dei fatti contestati.
Nel caso di specie, pur essendo presunto innocente fino a condanna definitiva, il procedimento ha già accertato responsabilità per violenza sessuale e lesioni sia in primo grado sia in secondo grado. Bini sottolinea anche la presenza di coimputati in posizioni diverse: uno risulta già condannato con sentenza definitiva, l’altro è stato condannato in primo grado e attende il giudizio di appello.
la permanenza in campo e i segnali della società sportiva
Secondo Bini, il minimo sindacale dovrebbe consistere in una ferma condanna della violenza da parte delle società, insieme all’esigenza di pretendere da giocatori e tifosi un comportamento serio e rispettoso verso le vittime. La sua posizione evidenzia che ciò, nel caso descritto, non si è concretizzato: anziché un segnale di chiara attenzione, si sarebbe verificata una continua minimizzazione e una dinamica di vittimizzazione.
Un passaggio considerato particolarmente significativo riguarda la mancata rimozione della fascia di capitano, elemento che per Bini avrebbe potuto rappresentare un gesto di attenzione senza effetti sostanziali per squadra e giocatore, ma capace di comunicare un rispetto concreto per chi subisce violenza.
presunzione di innocenza e responsabilità sociale: il nodo del “tutto o niente”
Bini afferma che non esistono soluzioni pronte e che occorre superare la logica del tutto o niente, spesso tradotta in conseguenze troppo blande. La presunzione di innocenza, precisa, opera nel diritto penale, dentro un sistema complesso ed equilibrato, ma le società sportive non possono limitarsi a “fare finta di niente”.
La prospettiva proposta è ribaltare il ragionamento: se un atleta fosse assolto per questioni preliminari o con formule dubitative, le società potrebbero comunque sostenere scelte disciplinari o di cautela e trasformarle in atti coerenti con il principio garantista. L’idea centrale è evitare che la lunga durata dei processi renda tardivi gli interventi, con l’effetto che, a condanna definitiva raggiunta, la carriera sportiva potrebbe essere già conclusa e il provvedimento disciplinare finirebbe per risultare privo di utilità.
violenza sessuale e messaggio implicito nella gestione disciplinare
Per l’avvocata, questa dinamica finisce per consolidare l’idea che la violenza sessuale venga considerata meno importante e che “ai calciatori” sia concesso troppo. Bini richiama anche un esempio giornalistico relativo a Portanova, in cui sarebbe stata sostenuta l’assenza di polemiche dopo una rete segnata alla luce della condanna di primo grado, come se l’evento sportivo chiudesse la questione.
Nel quadro internazionale, viene citato un precedente: il presidente della federazione spagnola che si è scusato e ha preso le distanze da Luis Rubiales, multato, per un bacio alla giocatrice Jenni Hermoso durante i festeggiamenti per la vittoria del Mondiale femminile. Il richiamo serve a evidenziare un divario con la percezione e la gestione dei segnali di responsabilità.
il rischio di normalizzazione: sport, pubblico e cultura dello stigma
Secondo Bini, la permanenza di un calciatore sotto processo nel circuito professionistico può essere percepita come una forma di normalizzazione del comportamento contestato. Per contrastare questo rischio, sostiene che il mondo del calcio debba prendere posizione a partire da un momento decisivo come la prima sentenza di condanna.
Il racconto include una richiesta avanzata dall’associazione: “fare tesoro” della condanna per creare qualcosa di costruttivo e attivare un’assunzione di responsabilità capace di produrre crescita di consapevolezza. L’aspettativa delineata è quella di un esempio positivo: un giocatore condannato che, pur esercitando i diritti di difesa, si metta in discussione per migliorare. Questo, afferma, non sarebbe avvenuto.
maschilismo, violenza e percorsi di cambiamento
L’avvocata collega il fenomeno a una cultura più ampia, descritta come impregnata di violenza e maschilismo. Il punto di attenzione riguarda l’impossibilità di considerare la violenza come un problema “solo degli altri”: diventa centrale capire come influenzi e condizioni anche la società.
Nel contesto indicato, Bini richiama i CUAV, descritti come centri per uomini autori o potenziali autori di violenza, che organizzano percorsi di cambiamento. La partecipazione a tali attività, precisa, non costituisce un’ammissione di colpa, ma uno strumento a disposizione per contrastare la violenza maschile e allontanarsi dai modelli di mascolinità tossica.
denuncia, media e reazioni della tifoseria: il peso del pubblico
Quando si parla di livore e minimizzazione nei casi mediatici che coinvolgono sportivi noti, Bini collega la questione alla reazione del pubblico e al suo impatto sulla cultura della denuncia. Il riferimento è a un dato statistico: solo il 10% delle violenze sessuali viene denunciato.
Il problema della difficoltà nel sostenere un processo viene collegato anche alle tutele procedurali previste, che non eliminano l’ostacolo principale rappresentato dal costo emotivo e sociale. La presenza di una tifoseria che insulta chi ha sporto denuncia viene letta come un segnale che spinge le vittime a restare in silenzio.
In questa dinamica, secondo Bini, si rafforza l’idea che le persone famose siano intoccabili e che le donne mentano oppure, in alternativa, che la violenza venga interpretata come conseguenza di scelte imputabili a chi la subisce.
cultura dello stupro nello sport e nel racconto mediatico
Nel descrivere un problema sistemico, Bini collega il contesto a una presenza diffusa di violenza di genere e maschilismo, fino al punto da rendere tali elementi meno visibili perché percepiti come normali e inevitabili.
Viene richiamata anche una modalità di rappresentazione del conflitto nel discorso sullo sport: Bini cita l’uso di espressioni che evocano guerra e violenza sessuale. Nei casi migliori, le atlete risultano comunque trattate in modo diverso rispetto ai colleghi maschi: possono essere sessualizzate e raccontate con un linguaggio che le distingue, includendo inquadrature considerate “anatomiche” e una tendenza a richiamare ruoli domestici, come l’essere madre.
Ulteriori aspetti collegati allo stesso fenomeno riguardano tutele contrattuali spesso inferiori, guadagni più bassi rispetto agli uomini, meno visibilità su giornali e programmi televisivi, e una maggiore esposizione a molestie. Se una denuncia viene presentata, vengono descritte conseguenze penalizzanti.
partecipazione come parte civile e contrasto alla delegittimazione
Come associazione parte civile, Bini indica il valore della presenza dei centri antiviolenza in sede giudiziaria. La costituzione in giudizio come Donna Chiama Donna di Siena viene definita essenziale per più ragioni: sul piano politico, per ribadire concretamente la scelta di stare accanto alle donne che subiscono violenza e per evitare che restino sole. Il contributo richiesto riguarda anche il rafforzamento dell’idea che la violenza maschile contro le donne debba essere riconosciuta e contrastata senza lasciare spazio a meccanismi di delegittimazione.
personaggi coinvolti nominati nel contesto
- Claudia Bini
- Manolo Portanova
- Luis Rubiales
- Jenni Hermoso
- Nadia Somma Caiati
