Ko degli azzurri e disagio giovanile: perché mancano investimenti sulle nuove generazioni

• Pubblicato il • 5 min
Ko degli azzurri e disagio giovanile: perché mancano investimenti sulle nuove generazioni

La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali riapre un discorso che va oltre la delusione sportiva: il risultato diventa un segnale di dinamiche più profonde, legate ai processi che lo preparano e a come si decide di sostenere la crescita nel tempo. Il tema centrale non riguarda soltanto il campo, ma anche il modo in cui un Paese costruisce le condizioni per far emergere competenze, talenti e continuità.

mancati mondiali: il risultato come segnale di stallo

Per la terza volta l’Italia resta fuori dai mondiali. Al di là dell’amarezza, la sconfitta apre una riflessione sullo stallo, inteso come qualcosa che non si esaurisce nel singolo episodio. Lo stallo viene descritto come una condizione che affonda le radici nei meccanismi precedenti, nei contesti che favoriscono o bloccano l’evoluzione, e nelle scelte che nel tempo incidono sulle opportunità di crescita.

Il punto non è limitarsi alla lettura immediata del torneo, ma considerare ciò che lo rende possibile: quando un sistema non sostiene il percorso formativo, il risultato diventa inevitabilmente il riflesso di un percorso interrotto o indebolito.

vivai e formazione: quando manca l’investimento si spezzano i legami

Un passaggio della riflessione riguarda il rapporto tra investimenti nei vivai e capacità di mantenere competenze. Se un Paese smette di investire nella formazione dei giovani, perde non solo risorse operative, ma anche relazioni tra generazioni. In assenza di questi legami, i giovani non vengono più percepiti come apprendisti, come risorse e come futuro, ma finiscono per essere trattati come strumenti o schermi su cui gli adulti proiettano ansie, frustrazioni e parti non riconosciute di sé.

Nel racconto si richiama anche la tendenza a descrivere i ragazzi prevalentemente come svogliati, incostanti o eccessivamente distratti dai cellulari. La domanda posta è se questa rappresentazione corrisponda realmente alla complessità della situazione oppure se si stia semplificando un processo relazionale più articolato.

dopo la pandemia: ansia, depressione e pressione sulla prestazione

La riflessione evidenzia che, dopo la pandemia, tra i più ragazzi si registra un aumento significativo di ansia e depressione. In un contesto del genere, si sostiene che sarebbe stato necessario rafforzare i contesti di supporto; invece, secondo la prospettiva citata, si è verificato un orientamento opposto: più pressione, maggiore attenzione alla performance, meno spazio per la crescita e un’accelerazione nel pretendere risultati immediati.

Spingere soltanto sulla prestazione, in qualunque ambiente, viene associato alla produzione di ansia e di competizione. L’accento cade su un punto: questo meccanismo non genererebbe talento, ma favorirebbe una dinamica che privilegia l’esito, non la maturazione.

Un ulteriore elemento richiamato è il contesto sociale che chiede il risultato da mostrare rapidamente: si desidera il “momento” e il riferimento immediato all’evento, mentre si trascura il tempo necessario per costruire capacità durature.

ecosistemi che formano: esempi ricordati tra cinema e musica

La riflessione cita la vittoria ai mondiali del 1982 come risultato non attribuito a un miracolo, ma al prodotto di un ecosistema capace di far crescere percorsi di formazione. L’idea è che la riuscita derivi da ambienti in grado di sostenere tempo, apprendimento e complessità, permettendo l’evoluzione del talento.

Per rendere l’idea, vengono evocati esempi culturali: nel cinema vengono richiamati contesti in cui convivono giovani talenti; nella musica sono citati artisti che, pur essendo adulti, realizzavano contributi straordinari in modo considerato sorprendentemente normale. In questo quadro si sottolinea che non si trattava di fenomeni legati a format basati sulla competizione spettacolarizzata, ma della presenza di talenti sostenuti da condizioni adeguate.

educazione e relazioni: dal gioco all’errore fino alla fragilità

La riflessione precisa che il richiamo non vuole assumere la forma della nostalgia, ma mettere in evidenza una dinamica: l’esistenza, in molti ambiti, di filiere capaci di accompagnare il tempo della formazione, dell’errore e dell’evoluzione. Il cambiamento viene collegato all’erosione progressiva di tali filiere.

Si afferma che oggi molti bambini arrivano a scuola già capaci di leggere e scrivere, ma spesso, per decisione dell’adulto, vengono spinti a rinunciare a elementi considerati formativi: gioco fine a se stesso, errore, noia e ozio necessari a pensare. Questi passaggi, secondo la riflessione, verrebbero rimandati e finirebbero per diventare, in età adulta, una forma di introspezione.

La dinamica viene collegata anche alle relazioni: si cita la presenza di relazioni tossiche, un ego ipertrofico mascherato da autostima, dipendenza affettiva e una violenza crescente e articolata che troppo spesso sfocia nei femminicidi. In questo scenario, la risposta collettiva viene descritta come intensa ma breve: indignazione e poi silenzio.

educazione sentimentale: riconoscere la tossicità per interrompere la ripetizione

La riflessione sostiene che, di fronte a questi problemi, la risposta dovrebbe essere meno rituale e più costruttiva, investendo nell’educazione sentimentale. Nello specifico, si indica la necessità di insegnare a riconoscere la tossicità, a tollerare il rifiuto e a gestire la fine di un legame.

Quando questi passaggi non avvengono, il problema resta intatto e la ripetizione viene presentata come inevitabile: la mancanza di strumenti relazionali impedirebbe di interrompere i cicli dannosi.

crescita e contesti relazionali: integrare parti di sé dentro le relazioni

La crescita viene descritta non soltanto come processo interno, ma come risultato di contesti relazionali che sostengono, rispecchiano e accompagnano. Se questi contesti vengono meno, ciò che emerge non è solo fragilità, ma difficoltà a integrare parti di sé proprio dentro le relazioni.

In questa cornice, la sconfitta calcistica viene riconosciuta come un’occasione per “vedere”: come accade in un quadro impressionista osservato da vicino, emergono pennellate scomposte; allontanandosi, si rende visibile la forma, la dinamica e il contesto. Il senso attribuito è che il quadro complessivo riguardi più di una singola partita.

professionisti coinvolti e prospettiva clinica

La riflessione include un riferimento a una prospettiva clinica e professionale legata all’osservazione dei fenomeni descritti.

  • Stefano Borioni (psicologo e psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico)
Perché per me il ko degli Azzurri, così come il disagio giovanile, ci parla di scarsi investimenti sulle nuove generazioni
Categorie: Calcio e Sport

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