Israele ha ucciso in Libano sei reporter in due settimane: un giornalisticidio in piena regola
La tregua è rimasta sulla carta mentre la violenza si è abbattuta con forza su Gaza e sul Libano. Nelle ultime ore, Israele ha continuato a bombardare pesantemente il Libano realizzando 150 attacchi in due ore, con un bilancio che supera 254 morti e 1.165 feriti. In parallelo, sono stati colpiti in modo mirato operatori dell’informazione: tre giornalisti uccisi—due libanesi e uno palestinese—dentro una dinamica descritta come un assalto anche a chi racconta ciò che avviene.
bombardamenti in libano e bilancio delle vittime
Gli attacchi sono stati presentati come una ulteriore violazione delle intese di tregua. Nel periodo indicato, i bombardamenti hanno colpito l’area libanese con intensità elevata, portando a conseguenze gravi sul piano umano: oltre 254 vittime e più di 1.165 feriti. La stessa escalation è accompagnata da un elemento ricorrente: l’uccisione di giornalisti, descritta come parte integrante della strategia di pressione.
omicidi mirati di giornalisti in libano e a gaza
Un bombardamento che ha colpito un’auto è stato associato all’assassinio del corrispondente di Al Jazeera Mubasher Mohammed Wishah. L’episodio è collocato mentre si trovava su al-Rashid Street, la strada costiera a ovest di Gaza City. La dinamica viene descritta come un silenziamento deliberato di chi stava documentando gli eventi in corso.
Nel medesimo quadro, in Libano è stata indicata l’uccisione di Ghada Dayekh, presentatrice e reporter della radio Sawt Al-Farah. L’attacco ha colpito il suo appartamento a Tiro, distruggendolo completamente. Anche qui, la ricostruzione collega l’omicidio all’attività di informazione.
Sempre in Libano, è riportata la morte della giornalista e presentatrice Suzan Khalil, legata a Al-Manar TV e alla radio Al-Nour Radio. L’episodio è avvenuto nel villaggio di Kaifoun, nel governatorato del Monte Libano, con riferimento alla sua presenza mediatica e al contesto in cui operava.
uccisioni di giornalisti: continuità nel tempo
Gli omicidi citati vengono fatti risalire a un periodo ravvicinato. Meno di due settimane prima, il 28 marzo, sarebbero stati assassinati altri tre giornalisti libanesi nel sud del Libano. Secondo quanto riportato, Israele avrebbe lanciato almeno quattro missili contro un’auto nei pressi della città di Jezzine, causando la morte di Ali Shuaib, Mohammed Fatouni e Fatima Fatouni, corrispondenti di Al-Manar e Al-Mayadeen.
giornalisticidio e impatto sulla libertà di stampa
Dal 7 ottobre 2023, viene indicato che Israele ha ucciso quasi 300 giornalisti palestinesi a Gaza. La descrizione del fenomeno richiama l’espressione “giornalisticidio”, coniata dal sindacato dei giornalisti palestinesi per definire una realtà in cui il rischio per chi informa cresce fino all’eliminazione fisica.
riconoscimenti e dati sul numero delle vittime
Secondo quanto riportato, anche il Committee to Protect Journalists avrebbe riconosciuto la portata del quadro, affermando che Israele ha ormai ucciso più giornalisti di qualsiasi altro governo da quando l’organismo raccoglie dati nel 1992.
ostacoli al conteggio e difficoltà di documentazione
Viene sottolineato che i numeri indicati potrebbero non essere completi. Le ragioni elencate riguardano restrizioni alla stampa, ostacoli alle indagini, l’impossibilità di contare i morti sul campo a causa dei continui bombardamenti e spesso la difficoltà di recuperare i corpi dalle aree colpite e sotto le macerie. Di conseguenza, una parte delle uccisioni resterebbe senza registrazione e senza nome.
delegittimazione e ruolo dei media occidentali
Accanto all’eliminazione fisica, viene evidenziata la dimensione della delegittimazione del lavoro giornalistico. Il testo richiama l’assenza di iniziative considerate rilevanti da parte di giornalisti occidentali per sostenere la protezione di colleghi palestinesi e libanesi. Al tempo stesso, viene riportato che credibilità e competenza sarebbero spesso messe in discussione tramite definizioni come “troppo coinvolti” o “troppo emotivi”.
La critica si collega all’idea che, in assenza di freddezza e distacco, il lavoro sarebbe trattato come meno professionale. Il quadro descritto include anche il fatto che, nel rivendicare l’accesso a Gaza per “raccontare la verità”, venga implicitamente posto in secondo piano ciò che sarebbe già documentato da chi vive la realtà direttamente. In questo contesto, viene evidenziata l’esigenza che il valore della testimonianza non venga ridotto o contestato.
nominativi dei giornalisti citati
- Mohammed Wishah
- Ghada Dayekh
- Suzan Khalil
- Ali Shuaib
- Mohammed Fatouni
- Fatima Fatouni
