Ilva, cassa integrazione fino a marzo 2027 e blocco delle vendite: stop anche per mancanza di fondi
Nel contesto dell’ex Ilva, la situazione per gli operai si muove tra una certezza e un nuovo livello d’incertezza. La cassa integrazione risulta confermata fino alla fine di febbraio 2027, ma dal mese di ottobre emerge la criticità legata alla copertura economica dell’integrazione salariale al 70%, prevista dai fondi indicati nell’ultimo decreto dedicato all’acciaieria. Al centro della fase attuale c’è anche la chiusura della procedura relativa alla proroga della misura, senza un accordo sindacale, con un numero di lavoratori coinvolti pari a 4.450.
cassa integrazione ex ilva fino a febbraio 2027: quali tutele e quali dubbi
La proroga della cassa integrazione viene ricondotta a una finestra temporale precisa: fino alla fine di febbraio 2027. Rimane però aperto il nodo della continuità dell’integrazione salariale. A partire da ottobre, infatti, non risulta garantita la copertura al 70% attraverso i fondi collegati all’ultimo decreto specifico sull’acciaieria.
La procedura di proroga è stata chiusa dal ministero del Lavoro, dopo la richiesta presentata da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. L’assenza di un accordo con i sindacati segna la fase conclusiva dell’iter. La misura riguarderà 4.450 lavoratori, un numero che corrisponde a quello della precedente proroga, stimato come pari a circa il 50% dei dipendenti.
integrazione salariale a ottobre 2026 e peggioramento delle condizioni economiche
Il quadro economico descritto collega la continuità delle tutele al livello di finanziamento disponibile. Senza un ulteriore rifinanziamento, chi entrerà o rimarrà in cassa integrazione vedrà peggiorare le proprie condizioni, già segnate da 14 anni di ammortizzatori sociali.
Secondo i calcoli aziendali, gli 11,4 milioni di euro stanziati dal decreto Ilva dell’1 dicembre 2025 coprono l’integrazione salariale fino a ottobre 2026 agli attuali livelli di tiraggio della cassa. L’elemento decisivo, nella prospettiva indicata, è quindi la capacità di mantenere la misura oltre le date indicate senza un nuovo intervento economico.
ripartenza altoforno 4 e cessione impianti: tra speranze e stallo operativo
La speranza espressa si ancora alla ripartenza dell’altoforno 4, prevista a giugno. L’obiettivo collegato a tale ripresa è ridurre il numero delle persone costrette a convivere con gli ammortizzatori sociali.
Parallelamente, resta poco chiaro l’avanzamento sul versante della cessione degli impianti. La cessione viene descritta come sospesa rispetto agli sviluppi legati all’ultima gara aperta dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sul fronte temporale, Adolfo Urso aveva indicato più volte l’aspettativa che la cessione avvenisse entro la fine di aprile, ma a pochi giorni dalla scadenza non risultano aggiornamenti sostanziali.
Le offerte sul piatto restano quelle di Jindal Steel e del family office Flacks, mentre la loro solidità finanziaria viene messa in dubbio anche dagli stessi commissari di Acciaierie. In questo scenario, la prosecuzione della situazione senza cambiamenti viene considerata una possibilità concreta, anche oltre l’avvio di maggio, come ulteriore rinvio di una procedura che prosegue da anni. Viene inoltre ricordato che, poco dopo il commissariamento, il ministro delle Imprese aveva auspicato l’assegnazione dell’ex Ilva entro agosto 2024.
richieste sindacali su nazionalizzazione e piano industriale
Le organizzazioni sindacali presentano una linea critica rispetto al percorso fin qui descritto. Guglielmo Gambardella, componente della segreteria nazionale Uilm, interpreta la proroga come un segnale di fallimento del rilancio, sottolineando l’assenza di un risanamento dell’ex Ilva e la difficoltà di Acciaierie d’Italia a sostenere investimenti su impianti, sicurezza e ambiente con risorse ritenute insufficienti. Nel suo intervento viene evidenziata anche la persistenza della sofferenza dei lavoratori legata agli ammortizzatori sociali senza prospettive definite.
Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom, chiede chiarezza sul percorso societario, indicando la necessità di arrivare a una società pubblica e affermando che, se fosse prevista la presenza dei privati, occorrerebbe una loro partecipazione concreta. In mancanza di una soluzione strutturale, viene richiamato il rischio di un danno progressivo definito come “bagno di sangue”, collegato al prolungamento della situazione.
Gambardella evidenzia inoltre criticità operative, richiamando aree interdette nello stabilimento di Taranto per mancanza di sicurezza, e descrivendo un rallentamento dell’attività in presenza di risorse limitate e di un solo altoforno in marcia. Da qui la richiesta, condivisa dalle sigle metalmeccaniche, di nazionalizzare transitoriamente l’ex Ilva e di realizzare un piano industriale per ridare valore all’azienda, coerente con il piano dei commissari. Alla richiesta si affianca l’indicazione di un piano sociale per risarcire lavoratori che dal 2012 hanno subito le conseguenze della vertenza.
figure citate nel contesto delle dichiarazioni sindacali
Le posizioni riportate includono i seguenti nominativi:
- Guglielmo Gambardella
- Loris Scarpa
Nel racconto della procedura e delle scelte sul percorso industriale risultano coinvolti anche i riferimenti a Adolfo Urso e ai commissari di Acciaierie d’Italia.
