Guerre per risorse alimentari: cosa c’è dietro grano e soia nel docufilm
Quando le crisi economiche e i conflitti si intrecciano, torna con forza una narrativa ricorrente: produrre più cibo per sfamare una popolazione globale crescente, puntando su più soia, più grano e più carne. Il documentario How to Feed the Planet (Come nutrire il Pianeta) di Francesco De Augustinis sposta però il focus su un nodo spesso trascurato: il ruolo delle risorse alimentari come leva di tensioni internazionali. Il lavoro mette in discussione alcuni dogmi dell’industria alimentare, a partire dalla dieta mediterranea, presentata come elemento da promuovere anche tramite logiche di mercato.
Il viaggio del regista parte dal Cilento, risalendo alle origini della dieta mediterranea, fondata su alimenti di origine vegetale e riconosciuta come patrimonio Unesco. L’attenzione si concentra poi su come, nel presente, tale modello venga frequentemente ridotto a strumento di marketing, funzionale alla promozione di esportazioni di risorse alimentari. In questa cornice vengono richiamati Paesi come Ucraina (grano), Argentina (soia) e Congo, con l’indicazione che le dinamiche descritte possono sostenere interessi economici delle industrie anziché quelli delle comunità locali, con ricadute anche su salute e ambiente.
La tesi centrale è che questo scenario alimenti instabilità, creando condizioni favorevoli a conflitti e a una nuova forma di colonialismo. De Augustinis collega la logica degli scambi e delle produzioni agricole alla genesi di tensioni capaci di trasformarsi in vere crisi, anche quando le motivazioni vengono raccontate diversamente.
how to feed the planet: documentario, obiettivi e cornice del progetto
Con How to Feed the Planet, De Augustinis conclude il progetto indipendente One Earth. Nei lavori precedenti il regista ha affrontato la deforestazione tropicale, le conseguenze dell’aumento della produzione zootecnica e le insidie legate all’acquacoltura. In questa fase il documentario amplia la prospettiva: alcuni tra i più grandi conflitti contemporanei, secondo la narrazione proposta, non sarebbero innescati soltanto per petrolio o terre rare, ma anche per accaparrarsi terreni e risorse alimentari.
La presentazione dell’opera avviene in anteprima l’11 aprile al Nuovo Cinema Aquila di Roma, durante il Festival delle Terre, rassegna dedicata al documentario indipendente su agroecologia, ambiente e diritti, organizzata dal Centro Internazionale Crocevia.
ucraina: granaio d’europa, esportazioni e impatto sul territorio
Il racconto si apre con l’Ucraina. Nel 2014, quando il conflitto del Donbass era ancora agli inizi, il regista descrive un contesto in cui Unione Europea e Ucraina avrebbero firmato un accordo legato a prestiti di Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Sulla carta l’impostazione mirava a progetti di sviluppo, ma il cambio di rotta richiesto riguardava un piano di riforme orientato a liberalizzare la vendita delle terre e delle aziende.
L’obiettivo indicato è l’export di grano, insieme alla spinta verso la soia. Nel quadro descritto l’Ucraina diventa il granaio d’Europa. La domanda chiave riguarda i benefici per le comunità: secondo quanto emerge dalla narrazione, a trarre vantaggio sarebbero state soprattutto aziende e grandi allevamenti intensivi che impiegano il grano come mangime. Una parte rilevante delle esportazioni di grano sarebbe poi diretta verso Paesi europei e verso la Cina.
Con il peggiorare del conflitto, viene segnalato un contraccolpo per il settore della mangimistica in Europa. Il documentario utilizza questo passaggio per mettere in evidenza il divario tra la promessa di sicurezza alimentare globale e gli effetti reali sulle filiere.
repubblica democratica del congo: crisi alimentare e guerra legata alla produzione agricola
Nel capitolo dedicato alla Repubblica democratica del Congo (RDC) viene descritta una crisi alimentare tra le più gravi: oltre 25 milioni di persone, circa un quarto della popolazione, risultano colpite da insicurezza alimentare acuta. In parallelo, la narrazione richiama la centralità degli interessi dell’agrobusiness e un collegamento tra guerra e produzione agricola.
Viene riportato il punto di vista di Simplex Malembe, portavoce dell’associazione congolese di produttori agricoli Conapac. L’idea ricorrente, secondo quanto raccontato, vede la RDC come un territorio su cui “tutti” penserebbero di stabilirsi, prendendo terra senza vincoli. In questo scenario, pur riconoscendo l’importanza delle risorse minerarie, si evidenzia che anche le aree agricole più produttive diventano motivo di conflitto.
miluna e piantagioni industriali: export, pressioni e impatti locali
La narrazione cita la presenza di fondi di sviluppo e anche il coinvolgimento della Banca europea per gli investimenti, oltre a 80 milioni di ettari di terreno coltivabile. Pur esistendo, nella cornice del racconto, competenze e possibilità di soluzione, si descrive un cambio di modello: l’interruzione della foresta tropicale e l’avvio di una piantagione industriale nella zona di Miluna.
La piantagione viene associata a coltivazioni come gomma, olio di palma (indicato come destinato a produrre biocarburante), oltre a cacao e caffè. La piantagione sarebbe nata nel 1911 durante l’epoca coloniale e sarebbe stata acquistata circa vent’anni fa da José Hoolans, in un’area con un regime fiscale considerato molto conveniente per gli investitori, ma non per chi lavora, secondo i resoconti riportati dai contadini.
Vengono citati diritti violati, buste paga misere e, per i villaggi, la contaminazione dell’acqua dei torrenti legata alla lavorazione della gomma. L’orientamento della produzione risulterebbe destinato all’export. Il regista sostiene che basterebbe poco per rendere i villaggi più autonomi, richiesta che emergerebbe dai contadini.
agricoltura industriale e land grabbing: dinamiche di sostegno ai modelli ad alta intensità
Nel racconto si indicano anche i governi come fattore di continuità: continuerebbero a sostenere l’agricoltura industriale, favorendo episodi di land grabbing. Tra le immagini più forti evocate dai viaggi, il docufilm mette al centro i bambini del Congo, contrapposti ai progetti “spot” presentati come iniziative per sfamare il pianeta. La motivazione attribuita è che le risorse sarebbero disponibili o coltivabili con meno sforzi, ma ciò che accade sarebbe la loro destinazione altrove.
argentina: soia, export e povertà persistente
Il documentario affronta anche l’Argentina come caso di paradosso. Il Paese conterrebbe 20 milioni di persone in povertà, mentre la produzione agricola sarebbe in grado di sfamare 400 milioni di persone. In questo contesto il regista segue il percorso della soia, con l’Argentina indicata come terzo produttore mondiale, dopo il Brasile e gli Stati Uniti.
La soia viene descritta come asset sempre più strategico tra potenze. Nel quadro narrato, ai contadini verrebbe sottratta terra per lasciare spazio a pascoli, campi di mais e coltivazioni di soia impiegate come mangime. Le comunità sarebbero inoltre esposte ad attacchi di bande armate messe sotto contratto da imprenditori con l’obiettivo di costringerle a lasciare le terre.
Nel 2022 l’Argentina avrebbe esportato oltre 5 milioni di tonnellate di soia, con quasi tutte le vendite dirette verso la Cina. La Cina risulterebbe, secondo la narrazione, principale paese per numero di animali allevati, quindi massima produttrice di mangimi. In più, viene richiamata la guerra dei dazi legata a Trump, citata come elemento che aumenterebbe ulteriormente la domanda di Pechino.
scelte future: eccesso di risorse o correzione della rotta
Il film propone una scelta: continuare a consumare un numero eccessivo di risorse, legittimando un sistema basato su sfruttamento, distruzione e sopraffazione, oppure riconoscere ciò che non ha funzionato e correggere la direzione. Nel primo caso la conseguenza descritta è l’aumento del numero di guerre per l’accesso e l’accaparramento di risorse agricole, alimentari e idriche.
La soluzione prospettata passa anche dal ritorno alla vera dieta mediterranea, con i principi ripresi dalla Planetary Health Diet, indicata come punto di riferimento scientifico negli ultimi anni. L’approccio descritto punta a un modello che non venga ridotto a logiche “spot”, ma a un riferimento basato sulle origini e sul valore intrinseco del sistema alimentare.
figure richiamate nel racconto
- Francesco De Augustinis
- Simplex Malembe
- José Hoolans
